Saul Bellow | Kolòt-Voci

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Autoritratto di un’identità (2)

Discorso pronunciato nel 1988, pubblicato sulla New York Review of Books nel 2011. Seconda parte.

Saul Bellow

Leggendo le memorie di Lionel Abel, “The Intellectual Follies”, sono rimasto particolarmente colpito da un brano molto interessante nel capitolo dedicato agli ebrei. Durante la guerra, scrive Abel, aveva sentito parlare delle atrocità naziste e dei campi di sterminio nell’Europa orientale, “ma non ebbi la vera consapevolezza di quello che era accaduto fino al 1946, più di un anno dopo la resa tedesca, quando portai mia madre al cinema e vidi un cinegiornale in cui si mostravano i filmati dell’ingresso dell’esercito americano nel campo di concentramento di Buchenwald.

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Autoritratto di un’identità (1)

Discorso pronunciato nel 1988, pubblicato sulla New York Review of Books nel 2011. Prima parte.

Saul Bellow

Qualche breve parola preliminare sul titolo di questo discorso: si parla di alcuni aspetti della mia storia personale e della sostanzialità della persona che sta dietro a questa storia. Il concetto della sostanzialità di una persona è stato sottoposto dai pensatori modernisti, postmodernisti e postpostmodernisti a un esame critico che ricorda l’indecente uso di effigi da parte degli ingegneri che simulano incidenti automobilistici e collisioni aeree: manichini che vengono dilaniati davanti ai nostri occhi o bruciati dalle fiamme della benzina. Il “problema dell’identità” ha assillato e lacerato l’intelletto moderno. Perciò quale diritto ho io, in considerazione del “nuovo look” prospettato per gli individui da illustri pensatori esistenzialisti, decostruzionisti e nichilisti, di parlare della mia personalità e della mia storia personale? E la verità è che un tale diritto non può essere arrogato da uno scrittore – un romanziere – che, in ogni caso, non avrebbe né il tempo né la competenza metafisica per portare a termine questo compito.

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I due ebraismi

Gli europei non nascondono la desolazione. I cugini americani? Vitalisti e dinamici.

Alessandro Piperno

Ma non siete stanchi di parlarvi addosso? Per quanto tempo ancora ci ferirete i timpani con il vostro esibizionismo ebraico? Per voi non esiste argomento più interessante? Ecco il genere di domande che ogni scrittore ebreo prima o poi si sentirà rivolgere. Tanto che i più solerti tra noi, giocando d’ anticipo, se le auto-infliggono. E tra questi certo anche Howard Jacobson, a giudicare dal suo Kalooki nights (Cargo, pagine 568, 20, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), romanzo che s’ iscrive in quel genere ipercollaudato che va sotto il nome di «romanzo ebraico».

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È morto Saul Bellow: raccontò l’anima dell’uomo moderno

Fernanda Pivano

Come faremo senza Saul Bellow, senza la sua ironia, senza la sua eleganza, senza la sua inesorabile tenacia? L’aria è piena di suoi ricordi, sue frasi, sue battute, le stanze sono piene di sue immagini, suoi incontri, sue attese, le strade sono piene di sue passeggiate, di suoi pensieri, di suoi rimpianti, le fotografie sono piene del suo viso, della sua sicurezza, della sua indipendenza. Continua a leggere »