Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Ebrei migliori quando la religione è popolo

Il rapporto tra ebraismo e identità collettiva in Israele è un fattore ineliminabile del conflitto politico. Ashkenaziti, mizrachim e nazional-religiosi lottano tra loro e contro i laici per affermare la propria verità. Impossibile separare la confessione dallo Stato. 

Eliezer Ben-Rafael 

1. Il principio dell’unità tra religione e popolo è sempre stato un codice primario dell’ebraismo e l’affinità del sionismo ai valori tradizionali ebraici ampiamente documentata. Il giudaismo tradizionale, che attinge direttamente dalla Bibbia e dal Talmud, presenta una particolare enfasi sulla fede e sul suo legame con il popolo ebraico, visto come più importante elemento della sua unicità collettiva. Secondo un famoso detto attribuito a Sa’adiah Ga’on, «gli ebrei sono un popolo solo grazie alla loro Torah». Tra i comandamenti religiosi, inoltre, figura la lealtà alla Terra di Israele sia come passato sia come destino del popolo, implicando che gli «altri» non ebrei siano «alieni». Tuttavia, il monoteismo e l’universalismo della fede implicano un’altra fondamentale convinzione: gli ebrei testimoniano l’insegnamento di Dio. La tensione tra il particolarismo del popolo di Dio e l’universalismo di quest’ultimo è «risolta» dall’idea che la nazione ebraica, attraverso la sua redenzione, redimerà anche il resto del mondo. Questo è il significato del concetto di «popolo prescelto», incaricato di redimere l’umanità osservando gli obblighi divini al suo interno.

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10 Ott 2019 Comunità Ebraiche, Israele, Pensiero ebraico

La grandezza di colui che ha fatto teshuvà

Donato Grosser

R. Yehudà Moscato (Osimo, 1530-1593, Mantova) nella sua opera Nefutzòt Yehudà, nella trentottesima derashà, scritta in occasione del giorno di Kippur, cita il seguente passo dal trattato Yomà (86b) del Talmud babilonese: R. Shim’on ben Lakish (detto Resh Lakish) disse: “Grande è la teshuvà, perché grazie ad essa i peccati commessi intenzionalmente [zedonòt] vengono considerati [al trasgressore che ha fatto teshuvà] come fossero stati commessi per errore [shegagòt], come è detto dal profeta Hoshea’: «Ritorna, Israele, all’Eterno, tuo Dio, perché sei inciampato nel tuo peccato commesso intenzionalmente» (Osea, 14:2). [Vediamo che] I peccati commessi intenzionalmente sono chiamati un inciampo [da cui si deduce che chi fa teshuvà è considerato come se avesse peccato per errore e non intenzionalmente]. [E viene domandato] È proprio così? [che i peccati intenzionali sono chiamati commessi per errore]. Proprio lo stesso Resh Lakish ha affermato che la teshuvà è così grande che i peccati commessi intenzionalmente vengono considerati come se fossero dei meriti, come è detto dal profeta Yechezkèl: «E quando il malvagio si allontana dalla sua malvagità, e fa ciò che è lecito e giusto, vivrà così» (Ezechiele, 33:19)! [La risposta è che] [Tra le due affermazioni di Resh Lakish] non vi è una contraddizione: nel secondo caso si tratta  di una teshuvà derivata dall’amore, mentre nel caso precedente da una teshuvà derivata dal timore”.

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8 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Perché ho firmato l’appello contro il comunicato Ucei sul governo Conte

Riceviamo e pubblichiamo

Raffaele Besso – Consigliere Ucei

Vorrei chiarire i motivi che mi hanno portato a firmare l’appello (clicca qui) che richiamava all’ordine la presidente Di Segni. Purtroppo il comunicato della presidenza UCEI (clicca qui) che strizzava l’occhio all’attuale governo potrebbe creare problemi a tutto l’ebraismo italiano, e solo e soltanto per questo ho dovuto apporre la mia firma contro questa deriva politica.

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3 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Israele e l’identità dei laici

Rav Michael Ascoli

rav ascoli

“Hadatà”: chiunque abbia seguito il dibattito politico in Israele in tempi recenti conosce questa parola, che viene usata con il significato di coercizione religiosa. Con toni decisamente esagerati ogni cosa, perfino l’eventuale citazione di un versetto in una classe, può essere additata come tentativo subdolo di “irreligiosire” la società. Nell’ultima campagna elettorale il “salvare l’ebraicità dello stato” è stato ossessivamente sventolato da una parte contro l’altrettanto ossessiva “necessità di preservare uno stato libero dall’oppressione religiosa”.

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26 Set 2019 Comunità Ebraiche

I politici israeliani devono scusarsi prima di Kippùr

Chen Artzi Sror – Ynetnews

“ I politici devono chiedere perdono per l’odio e l’intolleranza che hanno diffuso durante questa campagna elettorale; ma in questo periodo dell’anno – è necessario un momento di penitenza e di preghiere che portano alle importanti festività ebraiche di Rosh Hashanà (Capodanno ebraico) e Yom Kippur (Giorno dell’Espiazione) – dovremmo riflettere tutti, sul nostro comportamento reciproco.”

Netanyahu, Liberman, Litzman, Lapid e Gantz devono delle scuse a Israele. Benajmin Netanyahu, membri di Likud, ora è tempo che vi scusiate. Chiedete scusa a oltre il 50% degli elettori che avete marchiato come traditori e sciocchi. Scusatevi con i cittadini arabi israeliani per le vostre palesi bugie, i vostri insulti, il vostro razzismo.

Signor Gantz, signor Lapid e certamente signor Liberman – dovete scusarvi con la comunità ultraortodossa, i religiosi e gli ebrei osservanti. Andate a Bnei Brak. Andate velocemente e chiedete perdono per aver sparato i vostri petardi. Non esiste un’unità nazionale secolare. Questo è un ossimoro.

Nitzan Horowitz, Stav Shafir ed Ehud Barak dell’Unione Democratica, dovreste recarvi nell’insediamento di Yitzhar, la comunità che ospita il maggior numero di donatori di reni in Israele. Guardate quelle persone negli occhi e supplicate di essere perdonati per averle demonizzate. Andate in giro per il loro centro giovanile e la loro scuola materna e dìte loro che siete dispiaciuti.

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23 Set 2019 Comunità Ebraiche

Miracolo al Ghetto: la rinascita di via della Reginella

Alessandro Luna

Roma. Mentre sulla tela, pennellata dopo pennellata, prende forma il viso della ragazza che le ha commissionato il quadro, la proprietaria di uno degli atelier caratteristici di via della Reginella, al Ghetto, ci racconta la storia di questo piccolo ma curioso “miracolo economico”, lungo appena 90 metri e nel pieno centro di Roma. Fino a vent’anni fa chi percorreva questa stradina, che collega il Portico d’Ottavia con piazza Mattei, si trovava a superare una lunga schiera di serrande chiuse e magazzini, con l’unica eccezione della bottega di un falegname e null’altro. Abbandonata e sporca, era uno dei luoghi del “degrado” del Ghetto e tale è rimasta fino a che, a metà degli anni Novanta, un ragazzo, Giuseppe, che abitava in un palazzo che affaccia sulla via, ha aperto la sua prima boutique in uno dei negozi abbandonati e inutilizzati.

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19 Set 2019 Comunità Ebraiche

Gli animali nella tradizione ebraica

Ariel Di Porto*

La tradizione ebraica considera gli animali esseri senzienti, dotati di un’anima. Perciò viene più volte riaffermato il principio di evitare, se possibile, di provocar loro dolore. I grandi leader biblici furono pastori e quella fu la loro “palestra” per guidare il popolo. La sfida è di confrontarsi con chi, umano o animale, non ha voce e non ha potere di opporsi.

Uno degli scopi fondamentali della Torah è quello di costruire un certo tipo di società. Si tratta di un processo estremamente lungo, che richiede più di una generazione, a volte secoli. Come in tutte le grandi imprese, serve progettualità e una direzione. Migliorare le cose, non renderle perfette da subito; trasmettere ai propri figli gli ideali, di modo che possano proseguire il viaggio. Nella storia del pensiero l’atteggiamento dei filosofi nei confronti degli animali è stato ambivalente: alcuni erano convinti che gli animali non avessero un’anima, altri, sotto certi aspetti, si preoccupavano più degli animali che degli esseri umani. È difficile trovare un equilibrio fra questi due estremi. Sotto certi aspetti gli animali sono simili a noi, per altri irrimediabilmente diversi.

La tradizione ebraica, oggetto di un recente e corposo interesse da parte degli studiosi, considera gli animali come esseri senzienti, dotati di un’anima, che possono provare dolore. Con un’espressione densa e poetica il filosofo francese del XIV sec. Ibn Kaspi afferma che gli animali sono «come i nostri padri», che, in una visione pre-darwiniana dell’evoluzione, ci hanno preceduto nella creazione e sono sostanzialmente simili a noi.

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18 Set 2019 Comunità Ebraiche