Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

“Proteggi e benedici lʼItalia”

Il discorso del Rabbino Samuele Colombo per le vittime del terremoto del 1908, con spunti sempre attuali

Il 28 dicembre 1908 si verificò uno dei terremoti più disastrosi che la storia ricordi, certamente la più grave catastrofe naturale in Europa per numero di vittime e il disastro naturale di maggiori dimensioni che abbia mai colpito il territorio italiano. Perlomeno centoventimila persone persero la vita nel sisma che colpì soprattutto le città di Messina e Reggio Calabria. In tutto il Paese, comunità ebraiche comprese, lʼimpressione e il cordoglio furono enormi. Il 14 gennaio del 1909 nel Tempio di Livorno si tenne una cerimonia di suffragio per le vittime e rav Samuele Colombo, rabbino maggiore di quella comunità, tenne un discorso, pubblicato poi col titolo di Per le vittime di Calabria e Sicilia.

La situazione odierna non è paragonabile a quella catastrofe, certamente possiamo ancora augurarci che il numero delle vittime, in tutto il mondo, non si avvicinerà a quello di quel disastro. E comunque, rileggendo il discorso di rav Colombo, non possiamo non trovarci spunti e insegnamenti validi anche per la pandemia del 2020, che sta colpendo così duramente proprio lʼItalia.

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8 Apr 2020 Comunità Ebraiche

Pesach è la libertà di rimanere noi stessi

Riccardo Pacifici*

Nessuno avrebbe mai immaginato nella nostra generazione che ci saremmo apprestati a fare il Seder di Pesach richiusi nelle nostre case e senza le persone a noi più care. Una strana sensazione, che abbiamo però già sentito dal racconto diretto di chi ha vissuto la clandestinità della Shoah o l’abbiamo letta dalle condizioni di vita di coloro che sfuggivano all’Inquisizione dei Torquemada. La ritualità del Seder, specie quando fatto con protagonisti di diverse generazioni, vedeva ruoli per noi scolpiti nelle menti. Il capo famiglia che fa il Kiddush, le donne che ci aiutano a lavarci le mani, i bambini che cantano Manishtanà, il minuzioso racconto dell’Uscita dall’Egitto, preceduto dalle Dieci piaghe, fino ai canti popolari del “Capretto” e di “Uno Chissà” recitati nei diversi dialetti dell’Italia ebraica.

Non posso non commuovermi, ma sono certo che non sarò il solo, al pensiero dei miei genitori Emanuele z.l. e Gioia Simchà z.l., che con mesi di anticipo si preparavano alla prima sera. Mio padre raccoglieva tutti bambini delle famiglie coinvolte, non erano mai meno di 40 persone e in case piccole. A ognuno di noi veniva assegnato un pezzo che dovevamo minuziosamente studiare grazie ai nostri Morim e Morot delle scuole ebraiche. Le Haggadot, che ancora conservo, portano segnati a matita coloro che avrebbero poi letto, con ripetute cancellazioni, specie sui pezzi in cui bisognava avere una bella voce, come il Bezet Israel. La particolarità del nostro Seder è che non ricordo mai una sola volta che non ci fossero non solo “ospiti” ma amici cari di famiglia, soprattutto vi erano a turno illustri ecclesiastici. Monsignori, cardinali, suore. Uno fra tutti era il professor Vittorio Emanuele Giuntella di benedetta memoria. A lui veniva affidata la lettura commossa, con quella sua folta lunga barba bianca, dell’aggiunta all’Haggada sul ricordo dei Martiri che combatterono nel Ghetto di Varsavia. Era curioso come altri ospiti di turno, sempre non ebrei come lui, vedendolo così coinvolto ed avendo un volto ascetico, a volte pensavano fosse un rabbino perché in quel momento tutti con le lacrime agli occhi, ci alzavamo e poi cantavamo alla fine della sua lettera Ani Maamin. Curioso come lui – fervente cristiano e credente – prima di darci l’intonazione, recitava anche in italiano, la traduzione “Io credo sempre fermamente nella venuta del Messia”. Cosi come non ricordare l’allora semplice prelato e tra i fondatori della Comunità di S.Egidio, oggi vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Episcopale della Conferenza italiana per l’ecumenismo e il dialogo Ambrogio Spreafico, che quando veniva letta l’Haggadà la seguiva tutta leggendola in ebraico.

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7 Apr 2020 Comunità Ebraiche

Unorthodox e l’incapacità di guardare “oltre”

HaTikwa, di David Zebuloni

Una delle punte di diamante di Netflix ai tempi del corona e della quarantena forzata è senza dubbio Unorthodox, un’ambiziosa miniserie basata sull’omonimo libro autobiografico della scrittrice Deborah Feldman. Unorthodox racconta la storia di Esty, una ragazza appartenente alla Comunità ultraortodossa di Williamsburg, che all’età di diciannove anni si ritrova vittima di un infelice matrimonio combinato e altrettanto vittima di un sistema che la condanna ad una vita priva di ambizioni. Il ruolo di Esty all’interno della Comunità è semplice: annullarsi di fronte alle volontà del marito, procreare e occuparsi delle faccende di casa. E il pianoforte che tanto ama suonare? Il pianoforte le viene sottratto in quanto donna, in quanto moglie. Esty fugge e cerca la libertà in Germania. La trama si complica e culmina con un inseguimento da parte del marito, che atterrato a Berlino pare un alieno sbarcato da Marte. Lo scopo è quello di convincere Esty a tornare a casa e fingere che nulla sia accaduto, per non scombussolare troppo gli equilibri interni della Comunità e non creare un precedente che possa portare alla rivolta di altre donne, altre mogli.

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7 Apr 2020 Comunità Ebraiche

Quando la mafia ebraica spezzò le ossa ai nazisti di New York

Il 20 febbraio del 1939 i nazisti americani fanno la loro festa più bella, un grande raduno al Madison Square Garden di New York. Ce lo ricorda un breve documentario di Marshall Curry, sette minuti in presa diretta piuttosto impressionanti (da vedere assolutamente qui, mi raccomando). I nazisti, vestiti da nazisti, con insegne e coreografie naziste, si riuniscono in 20.000 per celebrare con il saluto nazista la loro fedeltà all’America, l’America come la intendono loro. C’è il giuramento alla bandiera, c’è l’inno nazionale, c’è la gigantografia di un George Washington ducesco. L’intervento principale è del loro führer, il carismatico Fritz Julius Kuhn che, come è d’uso per tutti quelli che non sono al governo, chiede che il governo del paese sia restituito al popolo che quel governo ha fondato. In più aggiunge che il paese dovrebbe essere bianco e controllato dai “gentili” e che i sindacati dovrebbero essere liberati dai leader ebrei controllati da Mosca. Nei suoi discorsi è solito attaccare il presidente e il suo programma chiamandoli Frank D. “Rosenfeld” e “Jew Deal”.

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17 Feb 2020 Comunità Ebraiche

Per la prima volta a una donna l’Israel Prize For Talmudic Scholarship

Iaia Vantaggiato 

Il premio assegnato l’altro ieri alla professoressa Vered Noam, della Chaim Rosenberg Shool for Jewish Studies and Archaeology di Tel Aviv, andrebbe dedicato a tutte le donne ebree che avrebbero voluto, potuto e forse dovuto studiare la Torah. Donne cui, però, l’accesso allo studio non è stato concesso. Se se ne dovesse indicare una la cui drammatica parabola le riassume tutte, quella sarebbe probabilmente Esther Kreitman, scrittrice il cui valore non è ancora abbastanza riconosciuto, sorella maggiore di due autori la cui grandezza è invece nota a tutti: Israel Joshua e Isaac Bashevis Singer.

Vered Noam, sessantenne, è la prima donna insignita dell’Israel Prize for Talmudic Scholarship. Il presidente della giuria, il rabbino e docente di Talmud Daniel Sperber, ha ricordato ed esaltato il contributo della professoressa Noam alla “comunità scientifica e al pubblico in generale”, sottolineando il suo ruolo “nel rendere la letteratura rabbinica e Talmudica accessibile a tutti gli studenti in Israele”. Sono spesso i particolari, gli eventi apparentemente meno clamorosi, a siglare e segnalare grandi cambiamenti e ad aprire nuove strade. Il premio assegnato a Vered Noam è uno di quelli.

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13 Feb 2020 Comunità Ebraiche

Le morti di George Steiner, il sionista antisionista

Emanuele Calò

Fra le rievocazioni di George Steiner, critico letterario, linguista, scrittore e accademico, appena deceduto, abbiamo quella di Wlodek Goldkorn, valido intellettuale e giornalista, il quale scrive su Repubblica che costui “si proclamava ebreo diasporista perché negava la centralità dello Stato ebraico e dell’esperienza sionista nel vissuto del proprio popolo. Era molto critico nei confronti della politica e dello stesso uso di violenza da parte dello Stato d’Israele. Ripeteva che la sua patria fosse ovunque ci sia una macchina da scrivere. Ebraismo insomma come testo, invenzione e interpretazione. Per lui la vera patria, se ne aveva una, era l’Europa, con la sua architettura e i suoi modi di vita”.

Sennonché, sul Corriere della Sera dello stesso giorno, in un’intervista che Goldkorn non poteva conoscere perché destinata ad essere diffusa dopo la sua morte, dichiara a Nuccio Ordine: “Sono antisionista (posizione che mi è costata molto, fino al punto di non riuscire a immaginare la possibilità di vivere in Israele) e detesto il nazionalismo militante. Ma adesso che la mia vita volge al tramonto, ci sono momenti in cui ho qualche vivo rimpianto: forse mi sono sbagliato? Non era meglio lottare contro lo sciovinismo e il militarismo vivendo a Gerusalemme? Avevo il diritto di criticare, comodamente seduto sul divano della mia bella casa a Cambridge? Sono stato arrogante quando, dall’esterno, ho cercato di spiegare a persone in pericolo di morte come avrebbero dovuto comportarsi?»

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12 Feb 2020 Comunità Ebraiche

Gli ebrei di Miller

Al Teatro Eliseo di Roma torna “Vetri rotti”, un testo accidentato e complesso di Arthur Miller sull’identità ebraica e i suoi tormenti (non solo storici). Un’occasione ghiotta per una curiosa coppia di ottimi attori: Elena Sofia Ricci e Maurizio Donadoni.

Nel 1994 Arthur Miller scrive Broken Glass (Vetri rotti): affronta il tema del semitismo, filtrato attraverso lo sguardo di un americano colto e raffinato quale è sempre stato, quasi per liberazione delle ripercussioni subite sulla propria pelle agli inizi della sua carriera, in quanto rampollo di una famiglia ebrea benestante. Semitismo, termine coniato e decodificato nel XIX secolo, come forma di persecuzione razziale alla popolazione discendente dal mitico Shem, figlio di Noè e capostipite della popolazione Semita, la parola in realtà oggi non dovrebbe avere più alcun significato, eppure siamo ancora qui a discutere sulle etnie o sulle razze privilegiate. Il tema principale nel sostanzioso dramma, attraverso una serrata scansione degli avvenimenti in undici scene, è quello di come un ebreo americano possa aver vissuto e tollerato – oltreoceano – il grande affronto all’umanità compiuto da alcuni tedeschi impazziti attraverso l’Olocausto ai danni della popolazione ebrea che deteneva il potere politico ed economico in Germania. 

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11 Feb 2020 Comunità Ebraiche