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Lo shabbat dello scienziato appena scomparso

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Oliver SacksMia madre e i suoi 17 fratelli e sorelle ricevettero un’educazione ortodossa: in tutte le fotografie, mio nonno porta la kippah, e mi hanno detto che se gli cadeva, di notte, si svegliava. Anche mio padre proveniva da un ambiente ortodosso. Entrambi i miei genitori erano molto consapevoli del Quarto Comandamento (“Ricordati del giorno di sabato per santificarlo”), e lo Shabbat (Shabbos, come lo chiamavamo noi, ebrei lituani) era un giorno completamente diverso dal resto della settimana. Nessun lavoro era permesso, né guidare, né usare il telefono; era proibito accendere una luce o una stufa. Essendo medici, i miei genitori facevano delle eccezioni. Non potevano staccare il telefono o evitare del tutto di guidare; dovevano essere disponibili, se necessario, per vedere i pazienti, o operare, o far nascere dei bambini. Vivevamo in una comunità ebraica abbastanza ortodossa a Cricklewood, nel nord-ovest di Londra – il macellaio, il panettiere, il droghiere, il fruttivendolo, il pescivendolo, tutti chiudevano i loro negozi in tempo per lo Shabbos, e non riaprivano i battenti fino alla domenica mattina. Tutti loro, e tutti i nostri vicini, pensavamo, celebravano lo Shabbos più o meno come facevamo noi.

Recitai la porzione del mio Bar Mitzvah nel 1946 a una sinagoga relativamente piena, con diverse decine di miei parenti, ma quella, per me, fu la fine della pratica ebraica formale. Non rispettai i doveri rituali di un adulto ebreo – pregare ogni giorno, mettendo i Tefillin prima della preghiera mattutina nei giorni feriali – e diventai via via più indifferente alle credenze e alle abitudini dei miei genitori, anche se non vi fu nessun particolare punto di rottura fino ai 18 anni. Fu allora che mio padre, indagando sui miei sentimenti sessuali, mi costrinse ad ammettere che mi piacevano i ragazzi. “Io non ho fatto niente”, dissi, “è solo una sensazione – ma non dirlo a mamma, non lo capirebbe”. Lui, invece, glielo disse, e lei, la mattina dopo, scese con una smorfia di orrore sul viso, urlandomi: “Tu sei un abominio. Vorrei che tu non fossi mai nato”. (Pensava senza dubbio al versetto del Levitico che dice: “Se un uomo giace con un uomo, come si fa con una donna, ambedue hanno commesso cosa abominevole: saranno sicuramente messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro”.) Non si parlò più di questo argomento, ma la durezza delle sue parole mi fece odiare il lato intollerante e crudele della religione. Continua a leggere »