Haaretz | Kolòt-Voci

Tag: Haaretz

Sanders, il kibbutz, l’educazione ebraica e la questione palestinese

Scovato, grazie a un’intervista uscita 25 anni fa su Haaretz, il nome del kibbutz in cui il candidato democratico alle presidenziali Usa passò diversi mesi agli inizi degli Anni 60

Bernie SandersÈ stato scovato, grazie a un articolo uscito 25 anni fa su Haaretz, il nome del kibbutz in cui il candidato democratico alle presidenziali Usa Bernie Sanders, passò diversi mesi agli inizi degli Anni 60.  Ai tempi dell’articolo, nel 1990, Sanders stava per essere eletto tra le fila dei socialisti alla Camera. E al giornalista di «Haaretz» disse che era Shaar HaEmekim il kibbutz nel quale aveva lavorato come volontario. Sinora, nonostante le ricerche, nessun giornale, neanche quelli israeliani ed ebrei, era riuscito a rintracciarne il nome.

Nell’intervista Sanders racconta che andò in Israele nel 1963 come ospite del movimento sionista di sinistra Hashomer Hatzair e poi rimase nel suo kibbutz a Nordest di Haifa. Shaar HaEmekim era stato fondato nel 1935 da immigrati romeni e iugoslavi specializzati in tecniche agricole. Il kibbutz ha ancora oggi terreni agricoli, un mulino e un caseificio, ma il suo reddito principale viene prevalentemente dalla fabbricazione di pannelli solari.

Continua a leggere »

L’ebreo offeso dalle parodie ebraiche

Chi, se non un editorialista dell’Haaretz, poteva indignarsi per le parodie della cultura pop?

Ilan Ben Zion

Su Youtube, si sa, c’è di tutto di più. L’infinita varietà dei video proposti cresce in teoria – e in pratica – ogni giorno, ma c’è uno dei mille generi offerti che veramente mi urta i nervi: le cover delle canzoni in chiave “ebraica”. Ci sono, cioè, artisti che prendono pezzi di discutibile qualità e inspiegabile successo e le riscrivono, prendendo di mira una festa o un particolare aspetto della “cultura ebraica” che – a loro parere – merita quattro bonarie risate in compagnia. Ho scritto “cultura ebraica” volutamente tra virgolette, perché la maggior parte delle volte questi sgradevoli sottoprodotti dell’incontro tra tecnologia e modernità non sono davvero rappresentativi né della cultura e né dell’identità ebraica.

Continua a leggere »

Alain Finkielkraut: “Mai gli Ebrei si sono sentiti così soli”

Il filosofo analizza la situazione nel Medio-Oriente e tenta di spiegare l’insuccesso del processo di pace.

Marianne: In Israele lei ha parlato con un gran numero di responsabili politici ed intellettuali, in particolare a sinistra. Ha avvertito questo smarrimento del campo progressista israeliano del quale si parla, mentre il ciclo attentati-suicidi e rappresaglie sembra doversi ripetere all’infinito ?

Alain Finkielkraut: Ho avuto una lunga conversazione con Benny Morris, il capo fila di questi nuovi storici che hanno messo in difficoltà la leggenda dorata del sionismo. Dal lavoro di Morris, risulta il fatto che nel 1948 da 600.000 a 700.000 Palestinesi sono fuggiti poiché la loro società, in via di decomposizione, non era pronta ad affrontare la guerra, ma anche perché subivano atti di espulsione e di intimidazione da parte degli ebrei. Nel 1998, all’epoca della prima intifada, lo stesso Benny Morris è stato in prigione per essersi rifiutato di servire nei Territori occupati. A partire dal 1992, ha creduto alla pace. Allora tutto sembrava possibile: la Giordania concludeva un trattato, la Siria negoziava, il blocco comunista era distrutto, la risoluzione «vergognosa» dell’ONU, secondo la definizione di Michel Foucault, assimilante sionismo e razzismo veniva abbandonata, Arafat, a secco dalla guerra del Golfo, adottava una attitudine più morbida. Poi tutto è crollato, a partire dal fatto dell’incapacità dei Palestinesi a dire almeno «si ma» ai compromessi che erano stati loro proposti a Camp David. Questo massimalismo, aggiunge Benny Morris, gli procura guai sin dagli anni 30. Continua a leggere »