Giulio Busi | Kolòt-Voci

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Nietzsche e gli ebrei infausti

Giulio Busi

Ebrei come cifra d’inquietudine. Nell’opera di Nietzsche, forse il più tormentato fra i pensatori dell’Ottocento, la parola ebreo è simbolo di un’irrequietezza esponenziale. Il termine «Jude» ricorre con frequenza negli scritti del grande filosofo, e si carica di valori contrastanti: può essere di segno positivo, definizione d’intelligenza e creatività, ma talora suona negativo e straniante. Nelle lettere dei primi anni Settanta, i riferimenti all’ebraicità non si discostano molto dai luoghi comuni diffusi nel l’ambiente tedesco dell’epoca. Nietzsche ricorda per esempio «i nemici ebrei» di Wagner, e si fa beffe della goffaggine dei parvenu di origine giudaica. Di un conoscente antipatico scrive che «era vestito in modo stravagante e privo di gusto come un teatrante ebreo», mentre alla sorella rimprovera: «come puoi pensare che ordini un libro in una scandalosa libreria antiquaria ebraica?». Ma sono pregiudizi che si stemperano nel corso degli anni.

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La rete bucata

In un delicatissimo intervento Giulio Busi ci spiega che anche sul fronte internet il tanto strombazzato “Ebraismo 2.0” si è rivelato superiore alle nostre modeste forze… o menti.

Giulio Busi

L’idea è nata in sordina a Strasburgo, nel 1996, per soddisfare la curiosità dei turisti in cerca di memorie ebraiche in Alsazia. Il modello era naturalmente quello delle Journées Portes ouvertes, create in Francia già nel 1984: accesso libero ai monumenti, accoglienza e coinvolgimento dei cittadini per condurli “all’interno” della storia. E, nel caso del giudaismo, per rendere familiare – attraverso i luoghi e le testimonianze fisiche, le pietre, i marmi, gli arredi delle sinagoghe – una cultura a un tempo vicinissima e remota.

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Leo Strauss conservatore ironico

Una lezione di filosofia politica tenuta in Israele nel 1954 in cui metteva in guardia il nuovo stato dai rischi delle spinte utopistiche

Giulio Busi

Tra Gerusalemme e Atene, in eterna lotta, s’insinua a far da paciere nientemeno che San Tommaso. È il 1954, e Leo Strauss insegna per un semestre all’Università Ebraica. Sono anni stipati di emozioni. Il nuovo Stato d’Israele è sorto da poco, e sembrerebbe il momento giusto per abbandonarsi alle tentazioni dell’utopia. Ma Strauss, da buon “yekke” – ebreo di origine tedesca, è un inveterato bastian contrario.

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E Luria si calò nel pozzo delle anime

Giulio Busi

Il gruppo di discepoli è accaldato, dopo una lunga marcia sotto il sole della Galilea. Finalmente incontrano un pozzo, e qualcuno attinge l’acqua per offrirla, in segno di rispetto, al maestro. Luria fissa gli occhi sulla brocca, a lungo, in prefetto silenzio. Assorto, lontano, sembra aver dimenticato l’arsura. Nessuno osa muoversi né parlare né tantomeno toccare il recipiente. Il Rabbi finalmente sorride: recita una benedizione, e poi beve, a piccoli sorsi. Si è concentrato così intensamente da vedere l’invisibile, e ora ne è certo, quel liquido è incontaminato, e non nuocerà.

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Chi sono veramente i rabbini pro-palestinesi?

Ultra ortodossi Neturei Karta

Giulio Busi

«Quello che noi vogliamo non è un ritorno ai confini del ’67, ma che tutto il paese sia restituito ai palestinesi». È difficile immaginare un programma politico più chiaro e più estremo di questo: nessuna mediazione, nessuna mano tesa, nessun tentennamento. Tanto meno una spartizione della terra tra i due contendenti. Semplicemente, l’orologio della Storia deve tornare indietro di un secolo almeno, con le lancette là dove si trovavano all’inizio del Novecento, quando il sionismo era solo un’utopia irrealizzabile e la Palestina ancora saldamente in mano ai suoi abitanti arabi.

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La tolleranza politica moderna che nasce dal Talmud

La Torah, la letteratura talmudica e il giudaismo medievale hanno un ruolo decisivo per la formazione dell’idea repubblicana

Giulio Busi

«Religione e politica non sono forse la stessa cosa?». Agli inizi dell’Ottocento, quando quell’inguaribile testa calda di William Blake poneva questa domanda ai (pochissimi) lettori del suo Jerusalem, la frase aveva ormai un valore soprattutto provocatorio. Erano quasi due secoli che gli intellettuali europei si scagliavano contro la vecchia alleanza tra Stato e Religione, e le rivoluzioni settecentesche avevano sancito la separazione tra i due domini.

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Bibbia di Aleppo, intricata spy-story

Giulio Busi

Per un popolo disperso ai quattro angoli del mondo, un libro può valere quanto il più prezioso dei tesori, e quello era un codice davvero speciale. Secondo la leggenda, era stato scritto da Ezra in persona, ed era senz’altro il più accurato manoscritto biblico che si conoscesse. In verità, il codice non era antico come si diceva, ma era pur sempre il più autorevole testimone di tutta la Bibbia ebraica. Lo avevano confezionato, con cura quasi sovrumana, due famosi maestri del X secolo, probabilmente a Tiberiade: il copista Shelomoh ben Buya’a e Aharon ben Mosheh ben Asher, un sommo esperto di grammatica, che ne aveva corretto la vocalizzazione.

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