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Tag: Ghetto

Il ritorno a Fossa degli ebrei salvati nel ’43

I Di Consiglio in fuga dai nazisti trovarono riparo dai De Bernardis. E ora li vogliono adottare

Dov’ è Nello? Conoscete Nello? E che ne è di Fossa? Come sta la gente di Fossa? Poche ore dopo il terremoto, quand’ è ormai chiaro chi e come c’ è rimasto in mezzo, un uomo piomba da Roma e chiede notizie fra le tendopoli d’ Abruzzo. Il suo nome, Leo Terracina. Il suo scopo, cercare una memoria. Non sa bene che cosa può trovare. E se. E quando. Però ha visto le immagini, sentito le notizie, capito che quello è il posto a cui pensare. Sua mamma si chiama Roberta Di Consiglio ed è originaria di Fossa, la prima ebrea romana mai nata fuori dal Ghetto.

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Punire e convertire, il Ghetto della discordia

DISPUTA Una tesi innovativa sulla nascita del quartiere ebraico di Roma. Calimani: è buonismo. Anna Foa: volevano integrarli. Prosperi: non rivalutiamo la Controriforma

Chiudere nel Ghetto gli ebrei per «controllarli, educarli, spingerli alla conversione». In una parola, integrarli. L’ innovativa interpretazione di quella «mezza prigione» che fu il Ghetto di Roma, istituito nel luglio 1555 da Paolo IV Carafa con la bolla pontificia Cum nimis absurdum, verrà sostenuta domani pomeriggio da una delle maggiori storiche della materia, Anna Foa, docente alla Sapienza, durante gli incontri organizzati a Castel Sant’ Angelo dall’ editore Laterza. Ma la lezione, anticipata l’ altro ieri in parte dal quotidiano cattolico «Avvenire», fa discutere gli specialisti. Intendiamoci, si tratta di sfumature, ma piccoli spostamenti dell’ angolazione da cui si legge la storia possono risultare rivoluzionari. Innanzitutto Anna Foa sottolinea che negli anni della Controriforma, quindi del momento più aspro nella lotta ideologica contro le eresie, nello Stato pontificio l’ atto di espulsione avviene contestualmente a un atto di inclusione, la creazione di due ghetti, ad Ancona, e a Roma.

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Il serraglio dei giudii

Nel Ghetto di Roma, per le vie che raccontano i sogni e gli incubi di un popolo

Daniele Scalise

“Fino a trent’anni fa i nostri genitori ci invitavano a ‘non mostrare il nostro essere ebrei, a mantenere un profilo basso’” “Il pettegolezzo del Ghetto è dovuto alla necessità di conoscere le persone con cui si tratta, sapere se ci sono radici in comune”. Oggi si moltiplicano ristoranti kasher e negozi di Judaica. Tutto richiama un’identità minacciata e solo di recente rivisitata.

I blocchi di cemento, le transenne, i poliziotti che fanno le ronde con i mitra, la sorveglianza organizzata dei genitori e della Comunità, tutto questo si paga e credo sia il motivo di un alto tasso di aggressività degli studenti ebrei obbligati a vivere in un meccanismo di compressione”. Lo constata rav prof. Benedetto Carucci Viterbi, preside delle medie e del liceo della scuola ebraica da poco trasferitasi nel cuore dello stesso Ghetto di Roma, in quel Palazzo della Cultura che dovrà assommare presto anche il resto dell’istituzione scolastica ebraica, gli asili e le elementari che invece ancora stanno al di là del Tevere.

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Gli Dei muoiono a Gerusalemme

Quando vidi i mezzi corazzati israeliani diretti a Ramallah, mi penetrò come una fitta questo pensiero: com’è bello vedere la stella di Davide sui carri armati piuttosto che cucita sul mio vestito, come avvenne nel ’44

Imre Kertész – Corriere della Sera 16.11.02

Un racconto esclusivo dello scrittore conosciuto nel mondo per il suo romanzo sull’Olocausto Continua a leggere »