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Che cosa tiene in vita una Comunità Ebraica?

Riassunto delle puntate precedenti: A seguito dei commenti dell’Assemblea dei Rabbini Italiani (Ari) alla sua relazione (“Mare Aperto”) di fine mandato come Presidente Ucei, Renzo Gattegna ha pubblicato ieri sul sito dell’Ucei una nuova lunghissima nota. Un ex Consigliere Ucei di Milano propone una mediazione.

Raffaele Turiel*

TurielCaro Renzo, ho letto il tuo intervento odierno e vorrei approfittarne per gettare lo sguardo oltre la querelle con la Rabbanut. Nutro rispetto ed uso franchezza nei tuoi riguardi, non sono certo di poter esserci domani. Premetto che quando i Rabbanim si esprimono non mi sento in trincea perché non li considero una controparte, ma l’Autorità che deve ispirare le nostre scelte di amministratori. Questo è quanto vedo nel comunicato dell’ARI.

Ti confesso che il comunicato pubblicato su Kolot è diventato un mio piccolo oggetto di culto; l’ho  letto più volte e non cessa di sorprendermi per almeno due motivi. Il primo è presto detto: non avevo dato (colpevolmente, pur con il rispetto che porto a te ed alla tua funzione) grandissimo rilievo al tuo discorso di commiato. Le questioni che avevano assorbito la mia attenzione, nel corso dell’ ultima riunione del Consiglio uscente, erano state altre, segnatamente la difficile situazione della Comunità Ebraica di Roma.

Il tuo discorso mi era apparso quello che doveva essere, ecumenico al punto giusto e neppure particolarmente autocelebrativo. Certamente non poteva mancare il passaggio di stampo riformista, riferito alla necessità di abbandonare chiusure e isolamenti a favore di una maggiore integrazione, ma senza dire quali e richiamando i “classici” valori universali, il messaggio finiva per stemperarsi e ridursi, per quel che è stata la mia percezione, a poco più di una clausola di stile.

Un intervento consono ad un Presidente laico e moderato quale sei, perché i riformisti che abbandonano il terreno delle considerazioni generali e si spingono ben più in là, finiscono in genere per approdare a  due tipologie di apertura dalla quali mi sento distante mille miglia: quella “religiosa” (riformare l’alachà vetusta, convertire senza troppo esigere da singoli e famiglie, tornare al buon tempo che fu, pur se sempre più falcidiati dall’ assimilazione galoppante) e quella “politica”, più recente nel tempo (sostenere Israele, ma con tutti i distinguo che dipendono da questo o quel governo, apparire credibili alle istituzioni ed ai non ebrei perché capaci di prenderne le distanze).

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Rabbini italiani: Il presunto “isolamento” è solo un mito

Durissimo comunicato dell’Assemblea Rabbinica in risposta alla relazione conclusiva del presidente Ucei uscente, Renzo Gattegna

ARI LogoNell’ultima riunione del Consiglio UCEI, il Presidente avv. Gattegna, al termine del suo mandato  di dieci anni di presidenza, ha letto una relazione conclusiva. Desideriamo in primo luogo esprimere la nostra gratitudine per l’impegno disinteressato di tutti i Consiglieri e in particolare al presidente uscente, che non intende continuare la sua attività, per la sua lunga militanza disinteressata e appassionata a favore dell’ebraismo italiano. Il rispetto e la gratitudine sono fuori discussione ma questo non può cancellare opinioni e visioni anche molto diverse, valutazioni critiche di  impostazioni e risultati che devono fare parte di un sano dibattito per il bene comune. È proprio quanto lo stesso presidente afferma nel suo invito al dialogo che deve essere condotto rifiutando estremismo, demagogia, provocazione e demonizzazione dell’avversario, regola che ovviamente  deve valere per tutti.

Per questo spirito dialogico riteniamo che non possano essere passate sotto silenzio alcune affermazioni contenute nella relazione del presidente. Da questa sembra emergere, come punto centrale del messaggio, il rifiuto del l’isolamento contro “le forme di chiusura e ripiegamento in se stessi, adottate nei secoli scorsi dai nostri antenati per autodifesa ” e che, a detta del presidente, “appaiono superate, inutili e dannose in un mondo globale nel quale confini e barriere si sono fortemente affievoliti e non esistono più microcosmi impenetrabili e incontaminabili“. Desideriamo premettere che il giudizio espresso sulle strategie adottate in passato dai nostri Maestri per mantenere vivo e vitale l’ebraismo, preservando negli ebrei un’identità  forte e una dignità tenace,  ci pare approssimativo e fuorviante rispetto a quanto possiamo tuttora recepire del loro esempio e insegnamento. A parte questo punto preliminare, ciò che ci preoccupa nell’impostazione  del messaggio del presidente uscente è prima di tutto la centralità di questo discorso, che sembra l’ unico tema programmatico. La realtà critica dell’ebraismo italiano che si contrae demograficamente ogni giorno dovrebbe essere al centro di una relazione presidenziale e di qualsiasi progettazione comunitaria e dell’UCEI. Spostare l’attenzione al confronto con l’esterno pone delle serie domande. E non si dica che la preoccupazione per il nostro interno e il nostro futuro è ovvia e implicita. O peggio che “l’uscita dal l’isolamento “, quando poi questo isolamento è solo un mito, rappresenti la cura del problema.

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