Fotografia | Kolòt-Voci

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Phil Stern è morto a 95 anni, addio al fotografo dello sbarco in Sicilia

Phil Stern è morto a 95 anni, addio al fotografo dello sbarco in Sicilia che nei suoi scatti celebrò Marlon Brando e James Dean

Silvia De Santis

Phil-Stern-in-Sicilia_1A luglio di un anno fa era tornato sui suoi passi, in Sicilia, per chiudere un cerchio. Quello che settant’anni prima, in piena seconda guerra mondiale, aveva aperto con i suoi scatti al fianco dei Rangers americani nello sbarco sull’isola per liberare l’Italia fascista. Il grande fotografo Phil Stern è morto questa notte a Los Angeles, presso il Veterans Home di Barstow, un ricovero per reduci di guerra in California dove risiedeva da tempo. Aveva 95 anni, ma dalla voglia di girare il mondo non era ancora guarito. A inchiodarlo a una sedia non c’era riuscita neppure la bombola d’ossigeno che era costretto a trascinarsi dietro.

A torgliergli il fiato, infatti, era ben altro. La mostra dei suoi reportage in Sicilia, ad esempio, dove nel 1943 era stato accolto, insieme agli altri, in trionfo. E che, a oltre mezzo secolo di distanza, nel 2013, gli ha rinnovato gli onori in piazza a Licata con una banda tutta per lui.

Al sud non hanno dimenticato quel soldato che si fa fotografare sulla groppa di un asino né la siciliana che offre un grappolo d’uva a un altro militare. “Alcune foto di quei giorni le ho sviluppate proprio da un fotografo ambulante che ho conosciuto qui – disse Stern, in quell’occasione, a chi gli chiedeva di ricordare quella sua parentesi di vita – Insomma, non ero autorizzato a tenere le foto ma lo facevo perché sapevo che molti negativi venivano buttati dopo la stampa”.

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Tra arte e moda sfilano a Vienna le fotografe ebree

Furono le foto-croniste di un’epoca. Erano tutte figlie della borghesia liberale ebraica austriaca. Storia del talento fotografico di una generazione di ragazze austriache diventate le prime donne ad affermarsi con un clic. Una mostra al museo ebraico di Vienna ne celebra oggi la grandezza

Fiona Diwan

Chi non conoscesse Madame d’Ora nella Vienna glamour e cosmopolita del primo Novecento era considerato un campagnolo. Tutta la città amava darsi appuntamento da lei, al numero 26 della Wipplingerstrasse. Nella scintillante capitale di Sigmund Freud e Gustav Mahler, all’ombra del Prater e dei caffè letterari, è nell’atelier di Dora Kallmus che sfilavano – come andassero a un ballo dell’intelligenza -, asburgiche teste coronate e ballerine del varietà, pensatori e arciduchesse, musicisti e pittori, attrici e modelle, da Colette a Gustav Klimt a Mahler, da Karl Kraus ad Alban Berg a Maurice Chevalier, ivi compresi il corpo felino di Josephine Baker, l’algida bellezza di Tamara de Lempicka, l’intensità decadente dell’etoile Anna Pavlova…

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Lo sputo fotografico

In un’Israele (giustamente) indignata per lo sputo addosso alla bambina colpevole solo di non rispettare gli standard comportamentali di una minoranza, una rivista femminile pensa bene di gettare benzina sul fuoco fotografando finti ultra-ortodossi sedotti da una provocante vera modella

Francesco Battistini

GERUSALEMME – Lui e lei. Lei e loro. Lui e loro. Tutt’insieme, mischiati sugli autobus di Gerusalemme che gli ebrei ultraortodossi vorrebbero separati per sessi. Tutti a strusciarsi, ad abbracciarsi, a sedursi. E poi: i ragazzi coi cappelloni a tesa larga e il torso nudo, le modelle in lingerie rosso fuoco sotto qualche straccetto castigato. E i tacchi a spillo sui gonnelloni da ghetto ottocentesco. E le cosce nude. E le camicette vedo-non-vedo sotto le giacche severe. E le donne col nastro adesivo sulla bocca. E i trucchi vistosi. E i rossetti color passione. E sguardi languidi, tenere carezze… Se la rivista israeliana Belle Modecercava un po’ di pubblicità, l’ha trovata. Se cercava qualche grana, probabilmente troverà anche quella.

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La fotografia come momento di incontro

“Il nostro obiettivo? Creare un momento di incontro per i giovani che abbia un valore culturale e allo stesso tempo dia ai partecipanti la possibilità di interagire sulla base di passioni e interessi comuni”. È questo, secondo Dora Piperno, consigliere della Comunità ebraica di Roma e tra le organizzatrici di “Contrasti” (18-35 anni) e di “Natura ed Ebraismo” (under 18), il principale scopo del primo concorso fotografico nazionale rivolto alle 21 comunità dell’ebraismo italiano.

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Il giovane Kubrick, ebreo austriaco emigrato a New York

A Reggio Emilia, una mostra racconta i primi passi del grande regista mossi attraverso la fotografia

Mario Dal Bello

Geniale lo era fino da bambino, quando a scuola era un disastro, ma leggeva e scriveva meglio di tutti i suoi compagni. Non aveva stimoli, semplicemente. Così Stanley non si applicava. Il padre, ebreo austriaco emigrato a New York, lo capì: gli aprì la sua biblioteca, iniziandolo all’amore per la letteratura, gli insegnò a giocare a scacchi – come faranno diversi personaggi nei suoi film –, gli diede una piccola Leika, e la macchina fotografica fu in un certo senso l’apprendistato del ragazzo per il cinema, dal 1945 al 1950. Per decenni le foto rimasero nascoste, finché recentemente sono state ritrovate dentro uno scatolone impolverato. Ed ora figurano, in parte, nella rassegna che si sta concludendo il 24 luglio a Reggio Emilia, a Palazzo Magnani.

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JewsNews 21

La rassegna stampa ebraica dal mondo di Kolòt a cura di Ruth Migliara

Dove sono i confini tra rabbini e politica?

JewsNewsGerusalemme – Il Capo Rabbino askenazita Yona Metzger si è espresso nettamente contro l’uso invalso di recente da parte di alcuni rabbini di affrontare questioni politiche e sociali in lettere pubbliche. Questa tendenza a volere esprimere giudizi e direttive su temi estranei all’ambito propriamente religioso provoca, secondo Rav Metzger, svalutazione e disprezzo verso l’autorità dell’istituzione rabbinica.

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Vishniac: Le contestate immagini dell’orrore

È lecita la manipolazione delle immagini per una “buona causa”? Se no, come possiamo giudicare lo straordinario lavoro di Roman Vishniac che documentò gli orrori del Ghetto di Varsavia? E se la manipolazione la operano i palestinesi a Gaza oppure le truppe americane in Afganistan? Bel problema.

Michele Smargiassi

Non passa giorno ormai senza che qualcuno scopra con scandalizzata sorpresa una cosa che sorprende ormai solo gli ingenui, ovvero che la fotografia ha un rapporto problematico con la realtà. Ora la croce tocca a un fotografo su cui è difficile nutrire sentimenti ostili: Roman Vishniac, mite biologo ebreo russo a cui la storia riservò il dovere di lasciarci una straziante, empatica documentazione della vita negli shtetl israeliti della Polonia alla vigilia dell’orrendo macello nazista, un lascito potentemente emotivo che ha strutturato il nostro immaginario della persecuzione, e ha fornito le basi iconografiche per innumerevoli film, non ultimo lo Schindler’s List di Spielberg. Continua a leggere »