Fiona Diwan | Kolòt-Voci

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Tra arte e moda sfilano a Vienna le fotografe ebree

Furono le foto-croniste di un’epoca. Erano tutte figlie della borghesia liberale ebraica austriaca. Storia del talento fotografico di una generazione di ragazze austriache diventate le prime donne ad affermarsi con un clic. Una mostra al museo ebraico di Vienna ne celebra oggi la grandezza

Fiona Diwan

Chi non conoscesse Madame d’Ora nella Vienna glamour e cosmopolita del primo Novecento era considerato un campagnolo. Tutta la città amava darsi appuntamento da lei, al numero 26 della Wipplingerstrasse. Nella scintillante capitale di Sigmund Freud e Gustav Mahler, all’ombra del Prater e dei caffè letterari, è nell’atelier di Dora Kallmus che sfilavano – come andassero a un ballo dell’intelligenza -, asburgiche teste coronate e ballerine del varietà, pensatori e arciduchesse, musicisti e pittori, attrici e modelle, da Colette a Gustav Klimt a Mahler, da Karl Kraus ad Alban Berg a Maurice Chevalier, ivi compresi il corpo felino di Josephine Baker, l’algida bellezza di Tamara de Lempicka, l’intensità decadente dell’etoile Anna Pavlova…

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M’illumino d’immenso

Nel 2002 gli venne affidata una ricerca sugli ebrei milanesi. Poi in un’intervista a Repubblica definì l’arrivo a  Milano degli ebrei sefarditi “La seconda catastrofe dopo le leggi razziali” (vedi sotto Kolòt del 26.1.2003) e fu cacciato in malo modo. Oggi per il Bollettino di Milano si definisce un “illuminista ebreo”.

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Si considera un ebreo minoritario, di periferia, un ebreo di confine, dice lui, “anche se noi ebrei siamo plurimi per definizione. Sono nato nel 1946, tipico figlio del dopoguerra, cresciuto negli anni dopo la Shoah e quindi un ebreo che non ha potuto sottrarsi al proprio ebraismo”. Dotato di uno spirito critico corrosivo e di un’affabilità spigolosa, provocatore nato, Enrico Finzi è considerato da anni tra i più brillanti sociologi italiani. Una verve icastica e un’anima ebraica profondamente razionale e illuminista, Finzi pensa a se stesso come a un “ebreo tra le righe”, considerato scomodo da alcuni ma in verità perfettamente organico alla tradizione ebraica novecentesca dell’ebreo dissonante e fuori dal coro. «Mi sento fiero di appartenere a un mondo ebraico in cui io possa sentirmi marginale. Non ho pretese di leadership, non rappresento nessuno.