Donato Grosser | Kolòt-Voci

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A proposito di laicità

Una risposta a un articolo del Bollettino della Comunità ebraica di Milano risolleva una vecchia questione: “ebreo laico” è un ossimoro?

Donato Grosser – New York

Desidero fare qualche commento all’articolo “Così laico, così ebreo” (Bollettino febbraio 2009). Ci sono delle citazioni quali “la laicità non contraddice la religione” e “Il laico possiede alcune componenti che secondo me si ritrovano molto chiaramente nella tradizione ebraica” che possono lasciare perplesso il lettore. La parola laicità viene usata con almeno tre significati diversi: laico significa non ecclesiastico. In questo caso un prete cattolico è un ecclesiatico, mentre chi non ha preso i voti è un laico, anche se pratica la sua religione. Apparentemente questo è l’unico significato ben definito della parola “laico”.

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Ma quanto poteva essere grande un’oliva?

Non solo di Pesach tutto sembra più caro, ma spesso sembra anche tutto più pesante. Secondo molti Maestri la sera del Seder bisognerebbe mangiare almeno 28 g di matzà per tre volte (Motzì-Matzà, Korèkh e Afikòmen). Un bella impresa. Ma esiste una fonte italiana che va controcorrente.

Qualche considerazione sul “Ka-Zait”

I nostri antenati apparentemente non avevano grandi difficoltà quando dovevano osservare la mitzvà di mangiare matzà. I Maestri hanno stabilito che per uscire d’obbligo bisogna consumare la misura di un’oliva e tutti sapevano cos’era un’oliva.

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Sissignore, una cosa sconcissima

Tre lettori rispondono a Canarutto sul riconoscimento dei riformati da parte delle Comunità Ebraiche

Sissignore, una cosa sconcissima

Claudio Canarutto nel suo intervento sostiene che il “mondo ebraico riformato mantiene vivi questi principi, li insegna i propri figli e cosi facendo rende attuale l’antico messaggio, l’antica Legge dei propri Padri”. Affermazioni del genere ignorano totalmente la realtà.

Negli Stati Uniti dove esiste il maggior numero di templi riformati, spesso la metà dei membri sono non ebrei; i “Rabbi” riformati non hanno alcun problema a partecipare a celebrazioni di matrimoni misti insieme a dei preti; degli omosessuali sono stati ammessi al “rabbinato”; i figli dei riformati si sposano in percentuali crescenti con non ebrei. In effetti non piu’ “una cosa sconcissima”, ma molte cose sconcissime.

Donato Grosser

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Gli Ortodossi ed i Pinguini

Il ragionamento del Sig. Canarutto non fà una piega. Egli ha assolutamente ragione quando scrive che la comunità ortodossa non si rende conto che rifiutando di riconoscere l’ebraicità da parte di padre in pratica diciamo un grande NO alla maggior parte di quelle persone che si considerano Ebrei.

Non condivido invece la soluzione che il Sig. Canarutto propone. Il Sig. Canarutto vorrebbe che in pratica le comunità ortodosse riconoscessero l’ebraicità della comunità Reform. E’ vero che le comunità ebraiche italiane dovrebbero appartenere a tutti: Ortodossi, Reform, Conservative… ma dove è il limite? Se non si mette un limite si potrebbe anche arrivare ad accettare l’ebraicità di un Cristiano Protestante (diverso da quello Cattolico per la divinità di una persona) perché in fondo che differenza esiste tra un reform ed un cristiano protestante? Tutti e due credono in Dio e vogliono comportarsi bene nel rispetto delle leggi civili e di quelle religiose, così come interpretate da Loro.

Il fatto che la maggior parte degli ebrei non siano ortodossi vuole dire che gli ortodossi debbano cambiare la Halaha? Io non pretendo che i conservative o i reform diventino ortodossi. Ma penso che concetti di Majority Rule così come proposti dal Sig. Canarutto non abbiano una valenza nel discorso etico, morale e religioso.

Non fù Kant ad insegnare l’imperativo morale? Il valori etici e religiosi non si devono valutare a seconda della maggioranza ma si devono valutare sulla base di un imperativo morale o religioso.

Il Sig. Canarutto dice giustamente che la maggior parte e gran parte degli aiuti allo Stato di Israele vengono dai reform e conservative. Questo è vero. Ma cosa c’entra un discorso puramente intra-ebraico con quello che succede in uno stato che non rappresenta religiosamente né gli uni e né gli altri? Non mi ricordo di avere mai accettato che il Primo Ministro Israeliano sia de facto il portavoce del popolo ebraico o della religione ebraica dato che detiene il Ministro della Religione.

Penso che più di essere struzzi noi ortodossi siamo forse dei pinguini (!) ma non soltanto nel modo come ci vestiamo ma anche per la totale dedizione che abbiamo per i nostri figli e sopportiamo e restiamo al freddo e alle intemperie naturali (faccio riferimento al documentario La marcia dei Pinguini) per proteggere il futuro dei nostri figli.

La comunità ortodossa sarà forse solo il 10% del popolo ebraico, ma i nostri figli e nipoti e pronipoti continueranno ad esserlo ,così come i figli, ed i nipoti e pronipoti dei pinguini continueranno ad essere pinguini.

Possono i Conservative o i Reform dire la stessa cosa?

Rav Dott. Michael Beyo

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Le halakhot che passano dal cuore

Preferisco vivere ebraicamente con mille difficoltà ma in seno all’ortodossia che rendere tutto più facile lasciandola.

Ho dovuto parafrasare al modo ebraico una frase che lo speleologo sacerdote Teillard de Chardin scrisse molti anni fa a proposito del suo modo di vivere la sua fede.

In altre parole, preferisco vivere ebraicamente alla luce delle regole dell’halachà anche quando le stesse mi sembrano insormontabili e mal incollate al mio lavoro quotidiano che mi porta sempre al confine dell’osservanza; essere consapevole di essere un mediocre osservante di una grande legge che tuttavia è la stessa che mi fa Ebreo (sapendo che posso migliorare giorno per giorno avendo sopra di me numerosi esempi da seguire e modelli umani di osservanza halachica a cui ispirarsi) piuttosto che inventarmi un Ebraismo che prescinde dalla stessa.

Non voglio dire semplicisticamente: “meglio un cattivo ortodosso che un buon riformato”.

E, soprattutto, ho profondo rispetto verso chi, nella Riforma, si impegna a riavvicinare numerose persone che, per i motivi più diversi, hanno in piena libertà di coscienza ritenuto di lasciare la comunità di riferimento per entrare in un modo diverso di sentirsi Ebrei.

Ma consiglierei, nella modestissima portata del mio suggerimento, di rifletterci un attimo; i nostri Maestri hanno disegnato un percorso, spaziando tra le maglie di infiniti precetti perchè, in fin dei conti, tra le pieghe dell’ortodossia ci fosse sempre un modo di vivere alla luce della halachà.

Non sarà il modo di vivere di colui che mangia glatt kasher o di chi spegne il cellulare di sabato e indossa la cintura porta-chiavi apposita per non infrangere il divieto di trasportare ggetti; ma un buon rabbino (e ce ne sono tanti in Italia) riesce sempre a venire incontro alle aspettative e alle esigenze di chi vuol vivere meglio l’Ebraismo; senza inventarsi nulla, trova ad hoc la soluzione migliore.

In un certo senso, è come se “prendesse su di sè” (non vorrei essere frainteso e mi scuso dell’ingenuità dei termini) quella parte di non osservanza alle mitzvoth non soddisfatta da parte nostra e la trasforma; trova l’equilibrio giusto tra rigore ed esigenza di “modernità”.

Questo è, forse, l’aspetto più bello dell’Ebraismo italiano, solo per fermarmi a quello di casa nostra.

Va da sè che, come mi sembra di capire anche dall’intervento di David Piazza, un ruolo fondamentale spetti ai rabbini.

Per tacer della parte che spetta ad ognuno di non perdere per strada questo tesoro di vita e pensiero chiamato halachà, tocca ai rabbini, in un certo senso, aiutarci.

A Trani era tutto impossibile, ebraicamente parlando; eppure, grazie ad alcuni rabbini e alla comunità madre di Napoli, abbiamo modestamente ricostruito un decoroso percorso di vita ebraica, con non poca attenzione alle regole alimentari e allo studio in Sinagoga, cura per gli Ebrei più lontani che vengono da Taranto o Foggia pur di fare tefillà e comprensione per le oggettive difficoltà che essi affrontano.

Consapevoli che si può fare molto e di più e che forse questo “di più” non sarà raggiungibile nell’immediato; ma con una prospettiva davanti a loro.

Perchè è proprio questo che l’ortodossia offre di ineguagliabile: quella chance in più di perfezionare il nostro Ebraismo, affezionandoci giorno dopo giorno al kiddush settimanale, alle candele da accendersi allavigilia dello shabbath, alle beracoth da recitare su ogni gesto quotidiano.

Quando le halacoth entrano nella vita dell’Ebreo dalla porta del cuore, posso assicurarlo, non c’è nulla che riesca a portarcele via.

Francesco Lotoro

Forse gli ebrei di Milano non sono tanto ottusi

Donato Grosser

Al Direttore, Sul numero del 6 febbraio 05 di Libero è apparso un articolo di Vittorio Ravà (“Il segreto di Vladimir Putin”) nel quale l’autore insulta l’ebraismo milanese accusandolo di essere “…ottuso e schiavo di pregiudizi del passato nei confronti di Lubavitch…”. Di questo tipo di articoli ne appaiono di tanto in tanto specialmente nella stampa americana. I giornalisti, spesso senza sufficiente background o per interesse personale, diventano di frequente strumenti della propaganda di Lubavitch.

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Etica e politica

Alberto Moshe Somekh

Per una “piattaforma” dell’Ebraismo Italiano

Leggo su Kolòt l’intervento dell’Avv. Guido Fubini di Torino. E’ una replica importante, tutt’altro che dettata dall’occasione, “degna di colui che l’ha pronunciata” (come si dice da noi), persona che del resto stimo molto da anni, in tutta sincerità. Egli capisce che gli spunti satirici servono non a dividere, bensì ad unire. Mi spiegherò meglio. Ho in casa il libro del Rabb. Gilles Bernheim di Parigi “Un Rabbin dans la citè”, l’ho letto, l’ho meditato, e ha ragione Fubini quando intuisce (perché non mi risulta averne mai parlato con lui finora) che l’ho apprezzato. Uomo di grande cultura rabbinica e scientifica, il Rabbino Bernheim si trova a presiedere la Consulta di Bioetica del Concistoro Rabbinico di Francia. Egli rappresenta una corrente oggi “minoritaria” del Rabbinato (ortodosso) del suo paese, che peraltro in passato ha annoverato l’allora Gran Rabbino Renè Samuel Sirat. Continua a leggere »

L’illusione dello Stato laico neutrale – L’esempio Usa

Donato Grosser

Nella sua lettera sulla “Questione Buttiglione” Giorgio Gomel cita Amos Luzzatto che in un’intervista al Corriere aveva affermato che “la morale religiosa non può essere a fondamento del diritto pubblico”.

L’affermazione che la morale religiosa non può essere fondamento del diritto pubblico lascia aperta la questione di quale debba essere il fondamento del diritto pubblico. L’autore della lettera si limita a scrivere che lo stato laico deve mantenere un neutrale rispetto delle diversità religiose. Se è vero che lo Stato può essere neutrale nel senso di non favorire questa o quell’altra religione, il concetto che uno Stato laico sia neutrale è un’illusione. Continua a leggere »

Progresso e regresso

Donato Grosser

Nel Bollettino della Comunità Ebraica di Milano nel mese di novembre 2003 è stata pubblicata una “Lettera Aperta alla Comunità di Milano” firmata dal presidente e dal vice-presidente della “Congregazione ebraica riformata” Beth Shalom. È ovvio che a nessun gruppo piace definirsi regressivo, tuttavia l’abbondanza dell’uso della parola “progressivo” o “progressista” (usate ben cinque volte nell’articolo), desta subito il sospetto del lettore. Cos’è questo “progresso” al quale si riferiscono i riformati di Milano? Gli autori della lettera nel definire “l’esperienza progressiva della vita ebraica” menzionano, tra l’altro, la trasmissione del giudaismo per via patrilineare. Senza una definizione di cosa significhi “progresso” è poco chiaro perché dei cambiamenti di questo genere vengano chiamati progressivi. Continua a leggere »