Donato Grosser | Kolòt-Voci

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Profughi e salvatori nell’Italia fascista e del dopoguerra

Una piccola ma intensa pubblicazione a cura di Donato Grosser fa luce sugli enormi sforzi, portati avanti da pochi valorosi, per salvare tanti ebrei dalla tragedia

Riccardo Di Segni

grosserPrima che si abbattesse sugli ebrei italiani la tragedia della persecuzione razziale e poi della shoà, l’Italia fu per qualche anno una sorta di isola di salvataggio per migliaia di ebrei in transito in fuga dall’Europa centrale.

La relativa calma politica, malgrado il regime dittatoriale, e la necessità di intervenire in aiuto dei profughi favorirono la nascita e il consolidamento di una struttura organizzata di assistenza, supportata da finanziamenti internazionali e tollerata dalle autorità italiane per vari motivi, non ultimo quello di avere a disposizione qualcuno che al loro posto potesse fare un lavoro ingrato, senza contare il non tanto piccolo beneficio derivante dall’afflusso di valuta estera pregiata.

Ma tutto questo non si sarebbe potuto realizzare senza l’impegno, la competenza e la dedizione di alcune persone: serviva capacità organizzativa, abilità politica, conoscenza delle lingue e con il passare del tempo, quando anche da noi le cose cominciarono a precipitare, una buona dose di coraggio. È proprio uno dei protagonisti di quella stagione, Bernardo Berl Grosser, ad aver trasmesso delle memorie importanti che il figlio Donato David presenta ora in questa pubblicazione.

La prospettiva della vicenda personale intrecciata ai grandi avvenimenti storici è in questa ricostruzione molto suggestiva. Diventano poi particolarmente intense le pagine che parlano degli anni sempre più difficili dal ’38 in avanti quando il lavoro crebbe insieme al rischio e gli addetti, da assistenti ai perseguitati diventarono loro stessi perseguitati e braccati.

Il lieto fine della vicenda personale di una nuova famiglia che si crea alla fine della guerra è tanto più goduto quando si pensa a cosa c’è stato prima. Una lettura stimolante che mette in ordine una storia molto bella che si conosceva finora in modo frammentario. Grazie a Donato Grosser per avercela fatta conoscere.

Donato Grosser: grosserconsulting@gmail.com

Sulle kinòt di Tishà be-Av

Donato Grosser

9 avQuest’anno Tishà Be-Av (il 9 del mese di Av) cade di Sabato. In questo giorno fu distrutto il primo Bet ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme) da Nabuccodonosor e il secondo Bet ha-Mikdàsh da Tito. Per questo motivo da Mille Novecento QuarantaCinque anni il 9 di Av è un giorno di lutto e di digiuno, ma non potendo digiunare di Shabbàt il digiuno viene rimandato al giorno dopo.

La parashà di Devarim, che viene letta sempre prima di Tishà Be-Av, ha in comune con il 9 di Av la parola “Come”. Moshè disse:  “Come potrò sostenere  da solo… (1:12). E il profeta Yirmiyà nella Meghillà di Ekhà (Lamentazioni) chiede: “Come è successo che la città così popolosa è rimasta sola ed è diventata vedova…”.  Di Shabbàt, nel leggere la parashà, in molte comunità  il versetto viene letto con la stessa melodia delle Lamentazioni.

Oltre alla Meghillà di Ekhà di Tishà Be-Av si usano leggere in tutte le comunità delle Kinòt (elegie) composte nel corso dei secoli. Mentre nell’uso ashkenazita le Kinòt sono quarantacinque, in quello italiano ve ne sono solo nove.  Uno dei motivi per questa differenza è di carattere storico. Nel 1096 i Crociati, viaggiando verso la Terra Santa, fecero enormi stragi delle comunità ashkenazite in Francia e in Germania e non passarono per l’Italia. Tra gennaio e luglio 1096 circa 10.000 ebrei furono trucidati dai Crociati nel nord della Francia e in Germania, tra un quarto e un terzo della popolazione ebraica di allora in quelle regioni. Nonostante gli ordini del re Enrico IV, il quale proibiva di molestare gli ebrei, il Conte Erich di Leisinger fece  massacri di ebrei nelle città di Speyer, Worms e Magonza. Altre migliaia di ebrei furono trucidati nella valle del Reno.

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Behàalotekhà: una società basata sul rispetto reciproco

Donato Grosser

Chafetz ChayimAlla fine della parashà è scritto che Miriam, sorella maggiore di Moshè, si rivolse al fratello Aharon dicendo “L’Eterno ha forse parlato solo con Moshè? Non ha parlato anche con noi?” (Bemidbàr, 12:2), volendo così affermare che il livello di nevuà (profezia) di Moshè non era superiore al suo e a quello di Aharon. L’Eterno apparve in profezia a tutti e tre con parole di rimprovero nei confronti di Miriam e di Aharon dicendo: “Ascoltate attentamente le mie parole; se qualcuno tra di voi ha un’esperienza profetica, quando mi rivelo a lui in una visione lo farò con un sogno. Non così con Moshè che è come un servitore fedele nella Mia casa. Con lui parlo senza intermediari con una visione che non contiene allegorie, ed egli vede chiaramente il risultato delle Mie azioni. Perché quindi non avete avuto timore di sparlare del mio servo Moshè?” (ibid., 12:6-7). Come punizione per aver sparlato di Moshè, la sorella Miriam venne colpita da una piaga della pelle detta tzara’at. Aharon pregò quindi Moshè di intervenire in modo che la loro sorella non fosse “come un morto”.

R. Chayim Shmuelevitz (Lituania, 1902-1979, Gerusalemme), capo della Yeshivat Mir a Gerusalemme, nella sua raccolta di derashòt (discorsi di Torà) intitolata Sichòt Mussàr (conversazioni etiche) fa qualche considerazione sull’affermazione dei Maestri secondo la quale colui che è affetto da tzara’at è considerato come un morto. Egli menziona il passo talmudico nel trattato Nedarìm (64b) nel quale i Maestri insegnano che quattro categorie di persone sono considerati come morti: il povero, colui che è affetto da tzara’at, il cieco e chi non ha figli. Quello che accomuna queste persone è l’isolamento e l’impossibilità di fare del bene.

Colui che era affetto da tzara’at era considerato alla stregua di un morto perché fino a quando non era guarito doveva uscire dalla società e rimanere isolato “al di fuori dell’accampamento” (Vaykrà, 13:46). Il cieco è considerato morto perché senza la visione è anch’esso isolato dagli altri. In modo simile chi non ha figli è anch’esso isolato perché gli manca la possibilità di dare di sé e di fare del bene. E così pure chi è povero e non ha nulla da dare al prossimo. R. Shmuelevitz scrive che dalla punizione che fu inflitta a Miriam possiamo derivare la gravità del peccato di sparlare del prossimo. Egli aggiunge che le punizioni divine sono commensurate al peccato (midà ke-nèghed midà) e il loro scopo è far sì che il peccatore si renda conto della propria colpa, si penta e corregga il proprio comportamento. Il maldicente, parlando male del prossimo, ha separato moglie da marito e una persona dall’altra e per questo motivo viene separato dagli altri (Rashi in Vaykrà, ibid., che cita T.B., trattato ‘Arakhìn, 16b).

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Ma quanto mai poteva essere grande un’oliva?

Non solo di Pesach tutto sembra più caro, ma spesso sembra anche tutto più pesante. Secondo molti Maestri la sera del Seder bisognerebbe mangiare almeno 28 g di matzà per tre volte (Motzì-Matzà, Korèkh e Afikòmen). Un bella impresa. Ma esiste una fonte italiana che va controcorrente. Qualche considerazione sul “Ka-Zait” (Kolot del 6.4.2009)

Donato Grosser

olive-nereI nostri antenati apparentemente non avevano grandi difficoltà quando dovevano osservare la mitzvà di mangiare matzà. I Maestri hanno stabilito che per uscire d’obbligo bisogna consumare la misura di un’oliva e tutti sapevano cos’era un’oliva. Negli ultimi anni sono stati pubblicati articoli e anche un libro per spiegare cosa sia la misura di un’oliva, in ebraico ka-zait. In diverse Aggadòt le misure di un’oliva, sia per il consumo della matzà sia per quello del maròr (erba amara come la lattuga), vengono date in centimetri quadrati o anche in grammi.

Tutto questo è apparentemente contrario al buon senso e alle tradizioni famigliari.

Nello Shulchàn ‘Arùkh, nella sezione riguardante le regole del Sèder di Pèsach (cap. 486) è scritto: “C’è chi dice che la misura di un’oliva è equivalente a mezzo uovo”. Il commento Mishnà Berurà spiega che la misura di un uovo è quella di un uovo di dimensioni medie inclusa la buccia.

Nella Aggadà Shèvach Pèsach (Livorno, Eliezer Sadun, 1790) di Rav Ishmael Hacohen (Laudadio Sacerdote) di Modena, quest’ultimo scrive (Siman chet, daf vav) che in questa halakhà R. Yosef Caro segue la decisione delle Tosefòt nel capitolo Ghid ha-Nashè, Yomà (80a) e Keritòt (14) che affermano che un’oliva corrisponde a mezzo uovo.

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L’inclusività che esclude… le mitzvòt

Una risposta all’articolo Mamma, li riformati

Donato Grosser

GrosserL’articolo sul gruppo riformato Beth Hillel di Roma cita il fatto che “Nel mondo, specie negli Stati Uniti esistono invece molti gruppi riformisti che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi”. Abitando negli Stati Uniti da oltre 40 anni ho visto i cambiamenti ai quali è stato soggetto il movimento “Reform” nel paese e le relative conseguenze.

Diversi anni fa i “Reform” in America hanno inventato la trasmissione dell’ebraismo per via patrilineare annullando così la mizvà della Torà che è ebreo solo chi è nato da madre ebrea o che si è convertito accettando le mizvot. Decimati dai matrimoni misti che stavano distruggendo le loro comunità, i “rabbini” Reform, decisero di cambiare le regole del gioco. Così oggi questa setta è composta in grande percentuale, e forse addirittura per una maggioranza, da non ebrei.

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Dal Faraone alla faraona

Un originale commento alla parashà di Sheminì che si occupa delle restrizioni alimentari ebraiche

Donato Grosser

Dopo gli otto giorni di Pesach, durante i quali le letture pubbliche della Torà trattano argomenti relativi alla festa, si torna alle letture delle parashot settimanali secondo l’ordine stabilito dagli antichi Maestri. Uno degli argomenti di cui tratta la parashà di Sheminì è quello degli animali casher e non casher. Per i mammiferi la Torà indica quelli che sono casher, ovvero gli animali che hanno l’unghia fessa e sono ruminanti, come ovini, bovini e caprini tra gli animali domestici e tutta una serie di animali selvatici con le stesse caratteristiche. Sono esclusi mammiferi come il maiale che ha l’unghia fessa e non è ruminante, o come il cammello che sono ruminanti e non hanno l’unghia fessa e anche lepri e conigli.

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Kol Nidre, la preghiera che commuove

ARCHIVIO: Kippur


Donato Grosser

Molti si domandano per quale motivo c’è tanta commozione la sera di Kippur quanto il chazan intona il Kol Nidre’. Il Kol Nidre’ non è una preghiera. Viene enunciato dal chazan circondato da due maggiorenti della comunità che formano un Bet Din di tre persone. E in qualità di Bet Din, questi tre dayanim cancellano i giuramenti e i voti di coloro che incautamente hanno fatto promesse solenni o dichiarazioni giurate. L’atto di cancellare i giuramenti è molto importante perché giuramenti in vano o in falso sono classificati tra i peccati gravi e nessuno di noi vuole arrivare a Yom Kippur con il peso di questi peccati.

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