Donatella di Cesare | Kolòt-Voci

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Heidegger, antisemita metafisico

Nei «Quaderni» inediti un antisemitismo metafisico. «L’ebraismo mondiale sradica i popoli dall’Essere». La criminalizzazione e la compiacenza assolutoria servono solo ad aggirare la scottante questione della responsabilità per la Shoah.

Donatella di Cesare

HEIDEGGERPubblicati in Germania nella primavera del 2014, i Quaderni neri assomigliano al diario di bordo di un naufrago che attraversa la notte del mondo, rischiarata da profondi sguardi filosofici e potenti visioni escatologiche. Martin Heidegger parla con una cruda libertà, l’occhio teso al futuro. Dal suo «avamposto» si rivolge a nuovi interlocutori che, grazie alla distanza della storia, potrebbero intendere in modo differente quell’epoca tragica dell’Europa. La pubblicazione dei Quaderni neri è stata infatti voluta da Heidegger, quasi a coronamento della sua opera. Qual è allora il significato di questi inediti che vanno dal 1931 al 1941?

L’intenso dibattito che i Quaderni neri stanno suscitando non solo in Germania, ma anche in Francia, negli Stati Uniti, in Israele, riguarda però soprattutto quello che finora era un non-detto: la «questione ebraica».

Per la prima volta Heidegger parla apertamente degli ebrei e dell’ebraismo. All’indomani dell’offensiva tedesca a est, scatenata da Hitler il 22 giugno 1941, Heidegger annota: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale non è una questione razziale, bensì è la questione metafisica su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradica-mento di ogni ente dall’Essere il proprio compito nella storia del mondo».

Heidegger avverte che il tema dell’ebraismo va affrontato nella storia dell’Essere. Qual è il rapporto tra l’Essere e l’Ebreo? Ecco dunque la novità dei Quaderni neri. L’Ebreo è insediato nel cuore del pensiero di Heidegger, nel centro della questione per eccellenza della filosofia. Ma, d’altra parte, proprio all’Ebreo viene ascritto l’oblio dell’Essere, la colpa più grave.

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Il nuovo ordine del mondo nell’eccezione di Israele

Roberto Esposito

Donatella Di CesareIl libro di Donatella Di Cesare, Israele. Terra, ritorno, anarchia, edito da Bollati Boringhieri, non è solo un saggio teologico-politico su Israele. È una intensa riflessione filosofica, dall’angolo di visuale dell’eccezione ebraica, sul rapporto tra popolo, nazionalità e Stato nell’epoca della globalizzazione. Lo ‘stato’ — nel senso del modo di essere, oltre che dell’organismo politico— di Israele non può essere omologato agli altri Stati sovrani, uniti tra loro dal nomos del terra. E ciò non soltanto perla ferita irrimarginabile inferta dalla Shoah, ma per una storia radicata in un rapporto con la trascendenza che sporge dall’orizzonte immanente della politica moderna. Tale eccedenza è testimoniata dal destino ambivalente del sionismo — realizzato nelle sue intenzioni, eppure in perenne contraddizione con se stesso, in continua “in crisi”, come già nel 1943 scriveva Hannah Arendt (La crisi del sionismo, ora tradotto in Politica ebraica per Cronopio).

Fondato alla fine dell’Ottocento da Theodor Herzl in una prospettiva che affidava l’emancipazione ebraica alla creazione di uno Stato nazionale non diverso dagli altri, esso ricercava nell’appropriazione di una terra la garanzia dell’esistenza politica. In tal modo gli ebrei pagavano il prezzo di rinunciare alla propria specificità senza ottenere un’inclusione paritaria nel concerto delle nazioni. Come annotava profeticamente Joseph Roth, essi verano sempre stati uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio».

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Legge sul negazionismo: perché invece sì

Donatella Di Cesare

DonatellaLa questione del negazionismo ha preso in Italia una piega singolare. Ha prevalso infatti un indubbio ottimismo e si è pensato che i negazionisti fossero quattro folli o quattro ignoranti, facilmente emarginabili. Ecco perché i singoli episodi sono stati letti come spiacevoli incidenti, dovuti in gran parte a disinformazione.

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Sui crimini della gente qualunque

Ancora su Hannah Arendt e il processo Eichmann

Donatella Di Cesare

Non senza qualche perplessità Hannah Arendt aveva accettato di seguire, come inviata del periodico The New Yorker, il processo contro l’ex tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann. Nel maggio del 1963 uscì il suo libro Eichmann a Gerusalemme. Il sottotitolo A Report on the Banality of Evil era destinato a suscitare accese polemiche. Perché parlare di «banalità del male»? Non si rischiava così di banalizzare persino la Shoah? E, soprattutto, non si finiva per togliere ogni responsabilità ai criminali nazisti?

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Il posto delle donne in sinagoga

Una breve nota femminile su un cambiamento per nulla scontato

Donatella Di Cesare

Non è un segreto che i riformati cerchino di cavalcare il disagio che le donne avvertono negli ultimi anni. Nel loro spirito illuministico, nella loro euforia riformatrice, credono e fanno credere che si tratti di cambiare qui e là i testi, modificare mitzvòt, introdurre magari un nuovo minhag, per risolvere la «questione femminile».

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Grammatica dei tempi messianici

Nuovo libro della filosofa Donatella di Cesare collaboratrice della newsletter L’Unione informa dell’Ucei.

Ugo Volli

Il pensiero ebraico è attaccato al senso letterale di ogni singolo versetto del Tanakh e non vi rinuncia mai, come insegna Rashì, ma nemmeno se ne accontenta. Guarda il testo più da vicino del versetto, interroga ogni singola parola, arriva fino a porsi il problema delle lettere e delle loro particolarità grafiche (Perché la Torah inizia con la bet? E perché vi sono dei punti che sottolineano certe parole, in una ventina di casi? E perché ancora certe parashot sono aperte, cioè separate da uno spazio che arriva fino al margine della colonna e altre no?). E guarda anche assai più lontano, cerca per l’intera Scrittura rime di senso e di espressione, ricorrenze verbali, contrapposizioni e somiglianze, prende ispirazione nei brani aggadici del Talmud e nel Midrash, compone percorsi ermeneutici che ripiegano il Testo in mille corrispondenze capaci di generare senso col crepitio e le scintille di contatti elettrici. E’ un lavoro difficile, che necessita del più grande rigore per controbilanciare la familiarità che inevitabilmente si prende con la linearità del Testo. In esso si trova il piacere intellettuale dello studio e la peculiare sapienza di Israele, ma anche la sua irriducibile originalità rispetto al sapere dell’Occidente, cioè alla filosofia.

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