Alberto M. Somekh | Kolòt-Voci

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La lezione di Paola Sereni

Alberto M. Somekh

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Paola Sereni z.l.

Il 10 luglio scorso scompariva a Milano, alla soglia dei novant’anni, “la Sereni”. Paola Sereni Rosenzweig è stata preside delle Scuole della Comunità e docente di italiano al liceo ebraico per oltre una generazione di studenti, incluso il sottoscritto. Non so quanto avessi in comune con lei oltre alla voce stentorea: la ricordo intimarmi di moderare il tono della mia conversazione… dal fondo del corridoio! Le sue lezioni erano indimenticabili per la passione che ci comunicava. Una volta chiuse l’Orlando Furioso e rifiutò di proseguire la spiegazione perché sosteneva che non c’era la giusta atmosfera in classe, schioccando le dita per il disappunto. Ma non voglio legare la sua memoria ad aneddoti.

Le dedico invece una modesta riflessione di letteratura comparata. Shaqadti wa-ehyeh ke-tzippòr bodèd ‘al gag (“Ho perseverato e sono stato come un uccellino solitario sul tetto”). Questo versetto dei Salmi (102,8) è passato alla storia della letteratura italiana per essere stato parafrasato in una celebre poesia: “D’in su la vetta della torre antica, / passero solitario, alla campagna / cantando vai finché non more il giorno”. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva di ebraico e aramaico, oltre che di greco e latino. Il padre Monaldo aveva nella sua casa di Recanati una ricca biblioteca nella quale custodiva volumi pregevolissimi in tutte le lingue, come la Bibbia poliglotta di Walton (Inghilterra, sec. XVII), forse la più completa documentata. Ma a iniziare il giovane poeta allo studio delle lingue semitiche pare sia stato Giuseppe Antonio Vogel, un canonico alsaziano che era riparato in Italia dopo la Rivoluzione Francese e dedicava il proprio tempo ad attività di riordino delle biblioteche e di precettore. I cospicui riferimenti alla Bibbia ebraica presenti nella produzione leopardiana sono già stati oggetto di vari studi. Vorrei qui ora soffermarmi soltanto su un dettaglio.

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Il Ben Ish Chay: Il rabbino di Bagdad che voleva far studiare le donne

Il domenicale di Kolòt

Alberto M. Somekh

Ben Ish Chai“Vi sono due tipi di Decisori. C’è chi viene interrogato su un certo argomento e si dà da fare per consultare i libri di tutti gli autori precedenti, dai più antichi ai più recenti, al fine di conoscere l’opinione di ogni singolo Chakham che già si sia espresso sul tema oggetto della sua interrogazione. Questa è la via migliore. Primo, perché se trova anche solo un altro Chakham che la pensi come lui si troverà a dare una risposta condivisa e non sarà più “giudice unico” (Avot 4,8). In secondo luogo, per quanto egli sia dieci volte superiore all’autore di quel Responso precedente, può sempre capitare di trovarvi qualche fonte, argomentazione o ispirazione alla quale egli altrimenti non sarebbe mai pervenuto. A questa via si attengono i Chakhamim Sefarditi nei loro Responsi e Decisioni. Di essi è detto: “Si spargano le tue fonti al di fuori” (Mishlè 5,16).

Con queste parole R. Yossef Chayim di Baghdad (1834-1909) introduceva la raccolta dei suoi Responsi Rav Pe’alim. Per la scuola che egli rappresentava la letteratura halakhica non è semplicemente un repertorio di precedenti giuridici ai quali di volta in volta appellarsi, ma piuttosto un’attività intellettuale nel senso più elevato del termine. Affinché il Responso divenga un contributo originale allo sviluppo del diritto ebraico, è necessario che l’autore consulti tutto ciò che è già stato scritto in materia anche nel mondo ashkenazita. Ecco che i Chakhamim dell’Iraq in particolare, aprendosi alla cultura rabbinica europea, diedero ulteriore impulso a quell’universalismo di vedute che da secoli contraddistingue l’elaborazione della Halakhah nelle Comunità sefardite.

La Comunità Ebraica di Babilonia è probabilmente la più antica fuori da Eretz Israel, risalendo alla distruzione del primo Santuario (586 a.E.V.; 2Melakhim 24, 13-14). Settant’anni più tardi, quando agli Ebrei fu concesso il permesso di ritornare in Eretz Israel e ricostruire il Tempio non tutti fecero ritorno. Per tutta l’epoca del secondo Bet ha-Miqdash la Comunità di Babilonia fu grande quanto quella di Eretz Israel e godeva di autonomia locale. Allorché i Romani, con i loro decreti, colpirono duramente lo studio della Torah in Eretz Israel, fiorirono le Yeshivot in Babilonia che divennero per secoli il centro spirituale di tutto il mondo ebraico. Nel 1070 fu fondata a Baghdad una grande Yeshivah, che lentamente prese il posto di quelle più antiche. Un secolo più tardi, il viaggiatore Beniamino da Tutela narrava che vivevano in pace a Baghdad 40.000 Ebrei, fra cui numerosi dotti e ricchi. Continua a leggere »

Hirsch: Una Torà per il mondo moderno

Il domenicale di Kolot

Alberto M. Somekh

Samson Raphael Hirsch

Samson Raphael Hirsch

Fermati un istante a pensare. Cosa si può ottenere dalle poche ‘ore di ebraismo’ che tu fai frequentare a tuo figlio come supplemento agli studi liceali o, in molti casi, solo come preparazione al Bar Mitzwah? Al più questo insegnamento potrà fornirgli un distillato della Parola Divina, adattato alla visione del mondo e alla capacità intellettuale di un giovane. Ammettiamo che abbia fatto il Bar Mitzwah: abbia felicemente superato l’esamino, abbia recitato la ‘professione di fede’ con il dovuto infantile fervore, abbia ricevuto i complimenti di zii e cugini e che l’istruttore sia stato adeguatamente ringraziato per i suoi sforzi. Dopo tutto ciò puoi tu, padre ebreo, rivolgerTi al Tuo Padre Celeste e dichiarare in tutta sincerità di aver compiuto ogni sforzo in qualità di padre sulla terra, di aver preparato tuo figlio ad affrontare le tentazioni che lo attendono? E se un giorno tuo figlio dovesse prender sottogamba la morale e la religione, puoi dire in tutta onestà di avergli messo in mano tutti i mezzi di salvezza che il tuo D. aveva già riposto nelle tue mani per il bene della gioventù ebraica?” Così Shimshon Refael Hirsch interviene sul delicato tema dell’educazione ebraica (Collected Writings VII, p. 17), aprendo un dibattito destinato ad avere ripercussioni epocali. Peraltro il suo motto Torah ‘im Derekh Eretz (nel senso di combinare insieme la “Torah con gli studi profani”; cfr. Avot 2,2) non presuppone un incontro paritario, né un vero dialogo fra Torah e modernità: per lui “il progresso è valido solo se non interferisce con la religione”.

Ma chi era Shimshon Refael Hirsch? Nato ad Amburgo nel 1808, studiò Talmud con suo nonno, con Rav Yaacov Ettlinger e con Itzhak Bernays, che aveva incluso gli studi profani nel curriculum del Talmud Torah della città. Hirsch frequentò la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bonn per un anno (1829). Qui strinse amicizia con Avraham Geiger, il futuro esponente della Riforma: insieme organizzarono un movimento di studenti ebrei per lo studio e la diffusione dei valori ebraici. Nel 1830 divenne Rabbino di Oldenburg. Negli 11 anni di questo incarico scrisse la sue opere principali: le “19 lettere sull’Ebraismo” e il Chorèb, in cui fornì una spiegazione intellettuale delle basi dell’Ebraismo (Ortodosso) in perfetto tedesco. Le lettere sono scritte in forma di scambio epistolare fra due giovani: Beniamino, il portavoce dei “perplessi” che esprime i suoi dubbi e Naftalì, il rappresentante dell’Ebraismo tradizionale, che formula le sue risposte in 18 lettere a proposito del rapporto fra Ebraismo e cultura generale. Ad esse anni più tardi aggiunse il monumentale Commento alla Torah, ai Salmi e al Siddur. Continua a leggere »

La virtù della gelosia

La derashà di questa settimana su Beha’alotekhà (Numeri 8, 1 – 12, 16)

Alberto M. Somekh

Scoppia la rivolta della carne e Moshe dichiara di non farcela da solo. “Non sono io il loro genitore che deve procurare loro da mangiare” – afferma. I commentatori dicono che il livello di Moshe è troppo alto per questo tipo di leadership. Così H. gli affianca 70 anziani, il primo Sinedrio della storia. Moshe convoca sei uomini per ciascuna delle 12 tribù ma, dovendone escludere due, consegna 70 biglietti con la parola zaqèn, mentre due sarebbero rimasti vuoti.

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Glosse cinematografiche di Halakhà

La sposa promessa. Non capita ogni giorno di potere scrivere il commento halakhico ad un film; o più esattamente, di riuscire a cogliere il pretesto di una pellicola per fare halakhah.

Alberto M. Somekh

Molti ricorderanno certamente alcuni anni fa Un’estranea fra noi: in quel caso l’esile trama di un giallo forniva a sua volta il pretesto per un documentario sulla vita dei haredim di Brooklyn. Peraltro, il film culminava con la scena di un omicidio che poteva essere giustificato soltanto ricorrendo alla regola ebraica del rodèf (persecutore): la Halakhah permette infatti di togliere di mezzo chi attenta alla vita altrui anche a prezzo della sua stessa vita se non vi sono altri modi per farlo.

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Il rispetto delle diverse tradizioni al Seder di Pesach

Dal duro ma rispettoso confronto tra le scuole di Hillèl e Shammai, una lezione utile anche per la convivenza comunitaria

Alberto M. Somekh

Non sempre la Scuola di Hillel assume una posizione più facilitante rispetto alla Scuola di Shammai nella Halakhah. La Mishnah (Yevamot 1,4; ‘Eduyyot 4,8) cita una particolare controversia matrimoniale fra le due scuole dalla quale risulta che i figli di un certo tipo di unione del tutto permessa secondo Bet Shammai erano addirittura considerati mamzerim (lett. “meticci”: sono i figli di unioni per le quali la Torah commina la pena divina del karèt, come l’incesto e l’adulterio; essi potranno sposarsi soltanto fra loro per tutte le generazioni successive) da Bet Hillel: si tratta di una situazione che avrebbe potuto dividere in due la discendenza d’Israel!

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Perché l’Esodo?

Un capitolo della nuova Haggadà di Pèsach con traduzione, note e commento a cura di rav A. Somekh

Alberto M. Somekh

Perché il S.B. non ha scelto un modo più pacifico per liberare gli Ebrei dall’Egitto? Forse che non avrebbe trovato la forza di convincere il Faraone a lasciarci andare? R. Eli’èzer Ashkenazì “contesta” l’assunto del Talmùd (Nedarìm 32a) e di altri commentatori (Nachmanide) secondo cui la discesa degli Ebrei in Egitto era stata la punizione per trasgressioni commesse da Avrahàm Avìnu. Esistono infatti altri passi nel Midràsh dai quali emerge che la Discesa in Egitto era già stata decisa da Dio in precedenza: quando Avrahàm era sceso in Egitto per la carestia il S.B. gli aveva già detto: «Tzè ukhvòsh et hadèrekh lifnè vanèkha – Va’ e spiana la via ai tuoi figli», (Bereshìt Rabbà 40, 6). Secondo un altro Midràsh (ibid. 5, 5) la rottura del Mar Rosso era già stata pattuita da Dio ai sei giorni della Creazione. Scopo dell’Esodo era lefarsèm Elohutò – rendere nota la forza della Divinità al mondo.

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