Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

search results for 'kippur'

Dispute, anatemi e roghi per i libri di Maimonide

Incontri (e scontri) culturali all’interno delle comunità giudaiche d’Oriente e d’Occidente

Pubblichiamo una delle relazioni conclusive dell’incontro di presentazione del volume Hebrew Manuscript in the Vatican Library Catalogue svoltosi a Gerusalemme presso la Biblioteca nazionale di Israele. Il volume è stato realizzato dall’Institute of Microfilmed Hebrew Manuscript e dalla Jewish National and University Library (a cura di Benjamin Richler, Malachi Beit-Arié e Nurit Pasternak, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2008, [Studi e testi, 438], pagine XXIX + 681 + 66*, 16 tavole fuori testo, euro 120).

Menachem Ben Sasson – Presidente della Hebrew University

La biblioteca è una porta che permette di entrare in molti mondi, alcuni dei quali sono descritti in maniera circostanziata nell’introduzione che Delio Vania Proverbio ha scritto per il volume Hebrew Manuscripts in the Vatican Library: Catalogue, a cura di Benjamin Richler, con descrizioni paleografiche e codicologiche di Malachi Beit-Arié e Nurit Pasternak, Città del Vaticano, 2008 (Studi e testi, 438). Ma questi mondi esorbitano comunque dagli angusti limiti di un’introduzione: essi compendiano capolavori eruditi e illustri, frutto del lavoro di generazioni di ricercatori. Per navigare nei mari che circondano il tesoro della Biblioteca Apostolica Vaticana – il mar Mediterraneo, il mar Adriatico, il mar Ionio e il mar Tirreno – bisogna possederne le mappe, che possono essere reperite ad abundantiam in questo catalogo; esse permettono, a chi le consulta, di sbarcare al sicuro nei vari porti, nelle città da cui provenivano i manoscritti prima di giungere nella Biblioteca Apostolica Vaticana per questo “incontro” fra le comunità.

Tutte le strade portano e portavano a Roma, non solo nel mondo antico. Nel mondo dei manoscritti ebraici del medioevo, l’Italia rappresenta un impero. In primo luogo per la sua posizione geografica situata fra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Meridione. Non è un caso che la leggenda sull’origine dei centri ebraici nel Mediterraneo, la leggenda dei “quattro prigionieri” – riportata nel Sefer ha-Qabbalah del Avraham ben David of Provence 1125-1198) – inizi a Bari. L’Italia fu terra di rifugio per chi fuggiva dai territori del mondo ebraico a causa della sua divisione e per il concorso di tante circostanze economiche, politiche e religiose. Di conseguenza, malgrado la prevalente presenza di manoscritti ebraici italiani nella Biblioteca Apostolica Vaticana, risalta in essa anche il patrimonio dei mercanti, degli immigrati, dei rifugiati espulsi dai paesi europei, e delle comunità che vivevano a sud del mar Mediterraneo.

Continua a leggere »

Ebrei lontani? Proviamo a condividere maggiormente la gestione comunitaria

David Piazza*

Degli ebrei “lontani” si è detto finora molto, forse troppo e si è fatto poco, forse troppo poco. Si è detto molto perché sotto questa definizione possono cadere molte situazioni molto diverse tra loro e soprattutto perché, spesso parlare di ebrei lontani vuol dire evocare demagogicamente una politica comunitaria che dovrebbe essere diversa, ma che alla prova dei fatti è molto difficile riempire di contenuti concreti.

Continua a leggere »

Scegliersi un rabbino è proprio il primo passo della Halakhà

Spuntano fuori altri particolari della lezione “ad hoc” di Rav Lau a Gerusalemme su donne e Meghillà. Secondo Marco Jona non è proprio andata come la racconta Jonathan Pacifici (Kolot del 25/6/09).

Caro David,

nell’articolo di Daniela e Miriam, queste si erano riguardate di tralasciare le polemiche, e soprattutto i nominativi di quelli che le polemiche le avevano fatte, il che mi era parso di buonissimo tono.

Purtroppo, il mio amico Jonathan ha deciso di non attenersi agli stessi standard, e allora mi sento in dovere di scendere in campo anch’io. Io, per chi non mi conosce, sono membro della commissione Tempio della Comunità di Gerusalemme, assieme a Jonathan e altre 5 persone, e assiduo frequentatore della Sinagoga Italiana di Gerusalemme da vent’anni, da quando ho fatto l’alià.

Jonathan scrive: “Non tedierò i lettori della tua newsletter con le inesattezze riportate”; peccato che non lo abbia fatto, perché sarei stato proprio curioso di sapere a quali inesattezze si riferisse: proprio ieri mi ero lodato con Daniela e Miriam sul fatto che avessero riportato le cose come erano successe, tralasciando solo proprio le polemiche e le beghe di cattivo gusto.

Continua a leggere »

Halakhà Bricolage

Jonathan Pacifici, che da anni scrive e diffonde via email una commento alla parashà settimanale, reagisce stizzito alla lettura della Meghillà delle donne (Kolot del 24/6/09).

Caro David,

ho letto l’articolo di Daniela Fubini e Miriam Camerini sulla Meghillà delle donne. Non tedierò i lettori della tua newsletter con le inesattezze riportate nè con il pilpul halachico. L’ho fatto per gli ultimi tre anni ed evidentemente non è servito a gran che. Perché ti scrivo allora?

Continua a leggere »

La cattiva madre ebrea che divide l’America

Ayelet Waldman, autrice del bestseller «Bad Mother»: «I figli lasciati ai margini sono più felici e indipendenti»

Alessandra Farkas

NEW YORK – «Se la buona madre è colei che ama i propri figli più di qualsiasi altra cosa al mondo, allora io non sono una brava madre. Amo mio marito più dei miei figli, per me accessori». È bastata questa frase, scritta nel 2005 in un editoriale sul New York Times, per trasformare Ayelet Waldman nella mamma più odiata d’America. Ma invece di farsi intimidire dagli insulti delle croniste tv e dalle minacce via web, la 44enne autrice, avvocato e moglie del celebre – e bellissimo – romanziere Michael Chabon è tornata al lavoro per approfondire le sue tesi, eretiche nell’America post-femminista. Il risultato è «Bad Mother», il bestseller che ha spaccato in due il Paese. Mentre l’Huffington Post lo definisce «un must per ogni madre del pianeta», per Elle è «terrorismo letterario».

Continua a leggere »

Sceglierai la vita: testamento biologico e halakhah

Bioetica

Alberto Moshe Somekh

Il Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino sta pianificando, sotto la guida del Prof. Gustavo Zagrebelsky, ex Presidente della Corte Costituzionale, un esperimento di dibattito pubblico sul testamento biologico, che dovrebbe culminare in una sessione aperta programmata per fine aprile in contemporanea a Torino e a Firenze.

Il Dipartimento ha individuato un comitato di garanti per la stesura del documento informativo preliminare: fra essi vi è il sottoscritto. Dopo una approfondita introduzione all’argomento su basi storiche, mediche e giuridiche il documento si articola in tre domande: 1) in quale misura il medico deve tenere conto della volontà del paziente? 2) nel testamento biologico si possono rifiutare i trattamenti di sostegno vitale? 3) è utile introdurre una nuova legge che dia valore legale al testamento biologico? L’argomento è oggi alla ribalta. Come nasce il problema? Qual è il punto di vista ebraico sulla questione? Cosa è cambiato, o cambierà, rispetto al passato? Proverò a riassumere i termini del dibattito, prima di fornire il punto di vista tradizionale. Si tenga presente che quanto segue è solo una presentazione teorica e che qualsiasi situazione concreta (D. ne scampi) dovrà essere vagliata caso per caso con l’ausilio di esperti.

Continua a leggere »

Ebrei sempre nel mirino

Fiamma Nirenstein

Fra i 26 stranieri innocenti trucidati a Mumbai, otto, anche se i numeri sono ancora tutti da verificare, sono ebrei. Se fossero israeliani o meno non importava niente ai terroristi che avevano messo la casa dei Chabad «Nariman House» fra gli obiettivi. I macellai avevano due scopi generici: uccidere gli occidentali, specialmente americani e inglesi, i nemici imperialisti dell’islam; uccidere i cittadini dell’India, Paese traditore asservito all’imperialismo. E poi, un obiettivo specifico, uno solo: uccidere gli ebrei. Fra dieci obiettivi di massa come la stazione, due ospedali, svariati centri cittadini, i grandi hotel Oberoi e Taj ce n’era uno, invece, apparentemente insignificante, la casa ebraica dei Chabad, un centro guidato da un rabbino ventisettenne con una moglie di 26 anni e un bambino di 2.

Continua a leggere »