Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

La mitzvà più facile da fare e più difficile da capire

Parashat Ki Tezè. La derashà del bar mitzvà Gadi Maggiocalda ieri al tempio di via Eupili a Milano

Introduzione

Nido UccelloShabbat shalom a tutti. Cosa significa diventare bar mizvà? A partire dal 13° anno di età e per il resto della propria vita si diviene responsabili del rispetto delle mizvot, dei precetti dettati dalla Torà e dalla successiva tradizione ebraica. Si accetta su di sé la Qabalat ol Malkhut Shamayim, il giogo del Regno dei Cieli. Si tratta di 613 precetti. Già: il famoso: na’asè venishma’ [Es. 24:7]: eseguiremo ed obbediremo / faremo ed ascolteremo. Questo è ciò che rispose in coro il popolo a Mosè. Nella parashà Ki Tezè di mizvot se ne contano ben 74, più di un decimo del totale! Vediamo dunque.

Introduzione specifica

Ho pensato di approfondire una mitzvà di queste 74 e per sceglierne una mi sono fatto guidare soprattutto dalla curiosità. Ho scelto la mizvà dello shiluach haken – del nido d’uccello.

Se per la via s’affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra, un nido d’uccelli, (ove siano) pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle uova; non devi pigliar la madre insieme coi figli.

Manderai via la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e vivrai lungamente. [Deuteronomio 22:6-7] Apparentemente si tratta di una mizvà molto semplice ed innocente, quasi ovvia: sii gentile con gli uccellini ed HaShem sarà gentile con te. Stanno effettivamente così le cose? Continua a leggere »

Quei 100 coloni che difendono la ‘loro’ terra con odio e violenza

Negli ultimi tre anni quasi 800 attacchi contro arabi e cristiani

Maurizio Molinari

Maurizio MolinariPrecetti per uccidere i non-ebrei, esaltazione della strage di Hebron del 1995, tattiche paramilitari contro i soldati e il progetto di un’enclave «estranea a Israele»: è la miscela di insegnamenti e violenza che il rabbino Yizhak Ginzberg dissemina dall’accademia di «Od Joseph Hai» nell’insediamento di Yizhar, roccaforte dell’ala violenta di «Price Tag», il gruppo autore della maggioranza degli attacchi contro gli arabi in Cisgiordania.

La ribellione 

Nel libro «Baruch Hagever» Ginzburg elogia la strage compiuta da Baruch Goldestein nel 1995 nella Grotta dei Patriarchi, (29 palestinesi morti 125 feriti), e il suo braccio destro Yizhak Shapira nel libro «I re della Torah» si spinge a legittimare l’uccisione dei bambini non-ebrei perché «se cresceranno diventeranno Diavoli come i genitori»: sono i semi di un odio che ha trasformato l’accademia del piccolo insediamento di Yizhar nel baluardo di «Price Tag», il movimento di protesta nato contro il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza nel 2005 per evitare qualsiasi nuovo smantellamento di insediamenti ebraici. L’unità dello Shin Beth – il controspionaggio israeliano – impegnata a combattere i gruppi estremisti ebraici nel 2013 ha redatto un rapporto – trapelato sui media – secondo cui «sono circa 100» gli attivisti di questa «ala violenta» che formalmente sono di Yizhar ma in realtà vivono sulle «cime delle colline» nell’area fra Yizhar, Elon Moreh e Har Beracha, nei pressi di Nablus, in caravan e case mobili difese da guardie armate.

Gli attacchi

Non a caso la maggioranza degli attacchi, con armi e bombe incendiarie, messi a segno negli ultimi 36 mesi è avvenuto in 14 piccoli villaggi palestinesi dell’area di Nablus – il più colpito è Burin – dove si trova anche Douma, teatro dell’attacco di ieri. Attorno a questo «nucleo duro» ci sono, secondo lo Shin Beth, circa tremila «sostenitori o fiancheggiatori» presenti in altri «insediamenti illegali» in specifiche aree della Cisgiordania: a Nord di Ramallah e Sud di Hebron. Si tratta di estremisti che pianificano attacchi in due direzioni: colpire gli arabi per «restituire la violenza subita» e ostacolare i militari israeliani per impedire lo smantellamento di «avamposti illegali». Continua a leggere »

Sulle kinòt di Tishà be-Av

Donato Grosser

9 avQuest’anno Tishà Be-Av (il 9 del mese di Av) cade di Sabato. In questo giorno fu distrutto il primo Bet ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme) da Nabuccodonosor e il secondo Bet ha-Mikdàsh da Tito. Per questo motivo da Mille Novecento QuarantaCinque anni il 9 di Av è un giorno di lutto e di digiuno, ma non potendo digiunare di Shabbàt il digiuno viene rimandato al giorno dopo.

La parashà di Devarim, che viene letta sempre prima di Tishà Be-Av, ha in comune con il 9 di Av la parola “Come”. Moshè disse:  “Come potrò sostenere  da solo… (1:12). E il profeta Yirmiyà nella Meghillà di Ekhà (Lamentazioni) chiede: “Come è successo che la città così popolosa è rimasta sola ed è diventata vedova…”.  Di Shabbàt, nel leggere la parashà, in molte comunità  il versetto viene letto con la stessa melodia delle Lamentazioni.

Oltre alla Meghillà di Ekhà di Tishà Be-Av si usano leggere in tutte le comunità delle Kinòt (elegie) composte nel corso dei secoli. Mentre nell’uso ashkenazita le Kinòt sono quarantacinque, in quello italiano ve ne sono solo nove.  Uno dei motivi per questa differenza è di carattere storico. Nel 1096 i Crociati, viaggiando verso la Terra Santa, fecero enormi stragi delle comunità ashkenazite in Francia e in Germania e non passarono per l’Italia. Tra gennaio e luglio 1096 circa 10.000 ebrei furono trucidati dai Crociati nel nord della Francia e in Germania, tra un quarto e un terzo della popolazione ebraica di allora in quelle regioni. Nonostante gli ordini del re Enrico IV, il quale proibiva di molestare gli ebrei, il Conte Erich di Leisinger fece  massacri di ebrei nelle città di Speyer, Worms e Magonza. Altre migliaia di ebrei furono trucidati nella valle del Reno.

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Quel digiuno che unisce arabi ed ebrei

Gianfranco Di Segni

gazzelleUn paio di settimane fa ero a Gerusalemme. Da poco è stata aperta al pubblico la Valle delle Gazzelle, un parco naturale intra-urbano, e non ho perso l’occasione per visitarla. Conoscendo le abitudini di questi animali, sapevo che per poter vedere le gazzelle bisogna aspettare il tardo pomeriggio. Sono arrivato verso le 17.00 e sul cartello all’entrata era scritto “Apertura fino alle 19.30”, quindi stavo sereno. Alle 18.15, dopo aver girato il parco in lungo e in largo senza nessun avvistamento, il giovane e unico custode mi dice da lontano che entro mezz’ora avrebbe chiuso il parco.

Gli chiedo come mai così presto ma non capisco la risposta. Un po’ contrariato, riprendo a scrutare fra l’erba alta e finalmente vedo un paio di gazzelle che escono dalla macchia, e poi altre due ancora. Emozionato (chi ha mai sentito di gazzelle che vivono in città?), inizio a fotografarle con il tele-obiettivo in tutte le pose e posizioni immaginabili. Sarei rimasto lì ancora per molto se il custode non fosse tornato, poco dopo, a richiamare verso l’uscita tutti i visitatori (non molti a dire il vero). Parecchie proteste, anche se mi sembra io fossi l’unico realmente interessato a vedere gli animali.

Gli chiedo se solo quel giorno chiudeva prima e mi dice: “Fino a che dura il Ramadan” (ecco qual era la risposta che non avevo capito prima). Poi aggiunge: “O fino a che non trovano un custode ebreo”.

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Conversioni in Israele: contrordine compagni!

Filippo Tedeschi

ghiur-500x250È di domenica 5 luglio la notizia del sostanziale blocco della nuova riforma sulle conversioni da parte del nuovo governo israeliano. La riforma proposta dal precedente governo Netanyahu prevedeva la creazione di tribunali rabbinici locali che avessero potere decisionale sui ghiurim (conversioni), spostando questa prerogativa dal rabbinato centrale a nuovi tribunali che, secondo la tesi di chi sosteneva questa riforma, sarebbero stati più in linea con le tendenze religiose del territorio.

Con le nuove elezioni di quest’anno però, per ottenere la maggioranza, Bibi ha dovuto far entrare nel governo i partiti della destra religiosa haredi sefardita (Shas) e askenazita (United Torah Judaism) che, come contropartita, hanno preteso sostanziali modifiche a questo provvedimento ridimensionandone la portata.

Forte sostenitore di questa riforma nello scorso governo era stato Avigdor Lieberman di Yisrael Beytenu, partito che storicamente è vicino agli Israeliani di origine sovietica. È infatti di origine sovietica il principale blocco di Israeliani che, immigrati in Eretz Israel secondo la legge del ritorno che concede la cittadinanza diretta anche a chi abbia anche solo un nonno di fede ebraica, si ritrovano poi, ad esempio, ad avere difficoltà a sposarsi proprio per il fatto di non essere considerati Ebrei in terra d’Israele.

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Behàalotekhà: una società basata sul rispetto reciproco

Donato Grosser

Chafetz ChayimAlla fine della parashà è scritto che Miriam, sorella maggiore di Moshè, si rivolse al fratello Aharon dicendo “L’Eterno ha forse parlato solo con Moshè? Non ha parlato anche con noi?” (Bemidbàr, 12:2), volendo così affermare che il livello di nevuà (profezia) di Moshè non era superiore al suo e a quello di Aharon. L’Eterno apparve in profezia a tutti e tre con parole di rimprovero nei confronti di Miriam e di Aharon dicendo: “Ascoltate attentamente le mie parole; se qualcuno tra di voi ha un’esperienza profetica, quando mi rivelo a lui in una visione lo farò con un sogno. Non così con Moshè che è come un servitore fedele nella Mia casa. Con lui parlo senza intermediari con una visione che non contiene allegorie, ed egli vede chiaramente il risultato delle Mie azioni. Perché quindi non avete avuto timore di sparlare del mio servo Moshè?” (ibid., 12:6-7). Come punizione per aver sparlato di Moshè, la sorella Miriam venne colpita da una piaga della pelle detta tzara’at. Aharon pregò quindi Moshè di intervenire in modo che la loro sorella non fosse “come un morto”.

R. Chayim Shmuelevitz (Lituania, 1902-1979, Gerusalemme), capo della Yeshivat Mir a Gerusalemme, nella sua raccolta di derashòt (discorsi di Torà) intitolata Sichòt Mussàr (conversazioni etiche) fa qualche considerazione sull’affermazione dei Maestri secondo la quale colui che è affetto da tzara’at è considerato come un morto. Egli menziona il passo talmudico nel trattato Nedarìm (64b) nel quale i Maestri insegnano che quattro categorie di persone sono considerati come morti: il povero, colui che è affetto da tzara’at, il cieco e chi non ha figli. Quello che accomuna queste persone è l’isolamento e l’impossibilità di fare del bene.

Colui che era affetto da tzara’at era considerato alla stregua di un morto perché fino a quando non era guarito doveva uscire dalla società e rimanere isolato “al di fuori dell’accampamento” (Vaykrà, 13:46). Il cieco è considerato morto perché senza la visione è anch’esso isolato dagli altri. In modo simile chi non ha figli è anch’esso isolato perché gli manca la possibilità di dare di sé e di fare del bene. E così pure chi è povero e non ha nulla da dare al prossimo. R. Shmuelevitz scrive che dalla punizione che fu inflitta a Miriam possiamo derivare la gravità del peccato di sparlare del prossimo. Egli aggiunge che le punizioni divine sono commensurate al peccato (midà ke-nèghed midà) e il loro scopo è far sì che il peccatore si renda conto della propria colpa, si penta e corregga il proprio comportamento. Il maldicente, parlando male del prossimo, ha separato moglie da marito e una persona dall’altra e per questo motivo viene separato dagli altri (Rashi in Vaykrà, ibid., che cita T.B., trattato ‘Arakhìn, 16b).

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Rav Di Segni risponde per le rime alla provocazione di rav Korsia

Pregare orgogliosamente per il bene della propria patria? Un dovere di ogni ebreo. Così il Gran Rabbino di Francia Haim Korsia, ospite d’onore del recente Moked di Milano Marittima, ricordando come fu sua la scelta di far inserire nella preghiera che gli ebrei d’Oltralpe recitano per il bene della Repubblica una parte dedicata ai militari attivi in operazioni militari e che la stessa fosse recitata in francese e non soltanto durante eventi istituzionali in modo da farla accettare senza difficoltà. Rav Korsia aveva poi affermato: “Sarebbe auspicabile che gli ebrei italiani facessero lo stesso per il loro Stato”. Sul numero di giugno del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni interviene con una sua riflessione a riguardo.

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoUn’interessante provocazione lanciata dal rabbino capo di Francia Haim Korsia al Moked primaverile, su una questione religiosa con implicazioni politiche ed identitarie – la preghiera per la pace dello Stato – sta provocando insieme a qualche risposta ragionata delle polemiche inutili e strumentali. Per ricondurre la discussione nei giusti binari è opportuno riproporre i dati essenziali di questa storia.

Nella tradizione ebraica antica vengono identificate due fonti principali. La prima è una frase del profeta Geremia, in un suo messaggio indirizzato agli ebrei esuli in Babilonia che gli chiedevano come comportarsi in una terra lontana dalla patria originaria; a loro Geremia rispose dicendo tra l’altro: “E cercate la pace della città dove vi ho esiliato e pregate per lei al Signore, perché nella sua pace voi avrete pace” (cap. 29 v. 7); in altri termini, perché voi possiate essere tranquilli e prosperare, la città che vi ospita deve essere in pace, non avete nulla da guadagnare dall’instabilità, anche se vi trovate nella terra di chi ha sconfitto la Giudea e vi ha portato in esilio e quindi adoperatevi per la sua pace.

La seconda sollecitazione in questo senso viene da una fase famosa pronunciata da rabbì Chaninà segan haKohanim, Maestro dell’epoca della distruzione del Tempio: “Prega per la pace del regno, perché se non fosse per il timore [che incute] ognuno divorerebbe il suo prossimo vivo” (Avòt 3:2). Anticipando di molti secoli il senso politico del famoso homo homini lupus, invocava e giustificava la forza del potere come elemento necessario per la sicurezza sociale. Parlava così riferendosi al regno, che poteva essere un regno qualsiasi, ma aveva davanti a lui quello romano, che aveva appena distrutto il Tempio e soggiogato la Giudea. Altre fonti bibliche parlano di benedizioni o preghiere per i re; per il re ebreo (Salomone) il verso di 1 Re 8:66 che parla dell’inaugurazione del Tempio, alla fine della quale il popolo si congeda benedicendo il re; per il re non ebreo la richiesta – paradossale – del Faraone a Mosè di pregare per lui (Es. 8:24).

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