Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

Su il cappello e giù le donne

Fabio Scuto

BorsalinoSi prepara un bel ricorso alla Corte Suprema di Israele per quanto accaduto su due aerei della El Al in partenza dagli Stati Uniti per Israele, decollati con ore di ritardo dopo una lunga bagarre fra i passeggeri del velivolo. Il motivo era rappresentato dal fatto che due gruppi di ebrei religiosi haredim si rifiutavano di sedersi nei posti loro assegnati a bordo, soprattutto coloro ai quali era capitato di vedersi assegnato il posto a fianco di una donna. Discussioni interminabili con l’aereo bloccato a terra, urla, grida, si è arrivati addirittura all’offerta di denaro per invogliare qualche signora a cambiare posto. Un passeggero intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Aaronoth ha definito il viaggio «un incubo durato 11 ore». La scrittrice Elana Sztokman, autrice del recente libro La guerra delle donne in Israele, anche lei fra i passeggeri di uno dei due voli, ha annunciato una sua denuncia per violazione delle libertà personali.

Non è la prima volta che la compagnia di bandiera israeliana si trova in queste situazioni, per le quali è già passata la compagnia di bus Egged, quella che gestisce il tram a Gerusalemme e molti altri servizi pubblici. I giudici hanno stabilito che la segregazione sessuale obbligatoria sui mezzi pubblici è illegale, al limite può essere consigliata, ma non imposta. La stretta osservanza dei principi dei sacri testi e l’ossessione religiosa sta avendo serie conseguenze sociali in Israele e nell’arco degli anni sono state introdotte norme e leggi che hanno profondamente mutato lo spirito laico dei Padri fondatori.

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Conversioni più facili. Accettazione più difficile

Finora le conversioni all’ebraismo in Israele sono state gestite dai quattro tribunali rabbinici nazionali. Ora invece le competenze passano ai tribunali locali, facilitando l’iter. Soddisfazione per centinaia di immigrati: “Si va verso una maggiore integrazione”

Maurizio Molinari

Fax Conversion

Fax Conversion

Diventare ebrei in Israele è più facile grazie ad una nuova legge che assegna maggiori poteri ai rabbinati locali. Finora le conversioni all’ebraismo in Israele sono state gestite dai quattro tribunali rabbinici nazionali, centralizzando ogni pratica e rendendola di conseguenza più lunga e complessa. Grazie alla legge approvata domenica dal governo Netanyahu invece tale competenza passa ai rabbinati locali ovvero ai tribunali che saranno istituiti in ogni maggiore città del Paese (ve ne sono almeno 30).

A battersi per tale svolta è stato il ministro della Giustizia, Tzipi Livni, assieme a Naftali Bennet, il leader di “Ha Bayt HaYeudì” che rappresenta gli ebrei “modern orthodox” impegnati a guadagnare terreno rispetto al rabbinato ortodosso. In concreto, la legge dà vita ad una sorta di federalismo rabbinico ovvero aumenta l’autorità di un rabbino locale rispetto al rabbinato centrale sul tema delle conversioni da sempre oggetto di difficili contese. In Israele sono almeno 364000 i cittadini immigrati che, pur avendo la cittadinanza, non rientrano nella definizione di “ebreo” del rabbinato centrale ed è a loro – in gran parte immigrati dall’ex Urss – che la legge è rivolta. “La nuova legge è una grande notizia per le centinaia di migliaia di cittadini – ha detto Tzipi Livni – che abbiamo incoraggiato ad immigrare, che vivono con noi ma sono ancora cittadini di serie B”.

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La perdita della conoscenza di Dio

In occasione della parashà di Noach – Noè che leggeremo questo shabbàt

Alfredo Mordechai Rabello

L’opinione del Maimonide sul passaggio all’idolatria dell’umanità

RabelloPer chi fa propria la tradizione biblica della creazione del mondo e di un unico uomo da parte del Signore, uomo creato ad immagine divina, uomo con cui D-o stesso ha parlato direttamente, si pone il problema di come si sia arrivati, noi uomini, a perdere la conoscenza di D-o e si sia passati all’idolatria. Il problema è stato trattato dal grande posek (decisore) e filosofo ebreo medioevale, Mosè Maimonide (1138-1204) nella prima parte del suo Mishné Torà, nel libro della conoscenza, regole sull’idolatria:

“Al tempo di Enosh [figlio di Shet, nipote di Adamo] gli uomini commisero un grande errore [Ci si basa sul verso 26 del capitolo 4 della Genesi, come interpretato dai Maestri del Talmud: “allora si incominciò a chiamare nel nome degli dei”, cioè – spiega il commentatore della Bibbia, Rashì (1040-1105) – si incominciò  a vedere nell’uomo e negli astri degli esseri superiori, divini] e venne meno la saggezza dei saggi di quella generazione ed Enosh stesso era fra coloro che sbagliarono [divenendo, cioè idolatra, come dice il Talmud, Shabbat,118 b].

E questo era il loro errore, dicevano: dato che il Signore ha creato le stelle e gli astri per dirigere il mondo, e li ha posti nelle parti eccelse ed ha dato loro onore, e sono come servi che servono davanti a Lui, essi sono degni di essere esaltati e lodati e bisogna onorarli.

E questo è  il volere di Dio, benedetto Egli sia, fare innalzare ed onorare chi ha [Lui stesso] innalzato ed onorato, così come il re vuole che siano onorati i suoi servi, che stanno davanti a lui, e questo è l’onore del re stesso. Dato che hanno pensato in questo modo hanno incominciato a costruire agli astri dei santuari e ad offrire loro dei sacrifici, e ad onorarli e ad esaltarli con parole e ad inchinarsi dinanzi a loro – per raggiungere il volere del Creatore e concigliarsi [la Sua benevolenza, attraverso tali intermediari]  secondo la loro idea stolta. È questo l’inizio dell’idolatria…”.

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Non c’è teshuvà con la depressione

Una lezione tratta dagli insegnamenti di rav Shlomo Wolbe (1914-2005) uno degli ultimi maestri del movimento del Mussàr, che con una forte caratterizzazione psicologica, pone l’etica e i rapporti interpersonali al centro della vita ebraica

Rav Shlomo Wolbe

Rav Shlomo Wolbe

Dopo la festa di Rosh Hashana e durante il cosiddetto periodo dei “Dieci terribili giorni di pentimento”, molte persone possono cadere in un leggero stato di depressione semplicemente pensando che la data di Yom Kippùr si sta rapidamente avvicinando. Queste persone sanno bene che cosa ci si aspetta da loro, ma semplicemente sentono che non riescono a vivere seguendo le regole dettate da Dio, oppure si sono convinte che il loro livello di spiritualità sia così basso da impedire che mai le loro colpe potranno essere perdonate.

È però sicuro che il primo passo nel processo di pentimento si può concretizzare solo con il totale annullamento dei questi due concetti; è vero che ognuno viene giudicato e ritenuto responsabile delle proprie azioni, ma è altrettanto vero che nessuno può raggiungere il punto oltre il quale non si possa più correggere la propria situazione.

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Tra sacro e profano, la sfida di rav Soloveitchik

È considerato il “rav” per eccellenza, tra i maestri della celebre Yeshiva University, del movimento Modern Orthodox americano e leader del sionismo religioso. Citato e amato da tutte le correnti dell’ebraismo contemporaneo, Soloveitchik mette l’“homo halachicus” al centro del suo pensiero: Halakhà al servizio della kedushà, la ricerca della santità in ogni momento della nostra esistenza ebraica, calata nel mondo di oggi

Alberto Moshe Somekh

Soloveitchik

Soloveitchik

È citato da tutte le correnti dell’ebraismo contemporaneo e il suo nome ricorre in tutti i consessi ebraici, di qualsiasi orientamento religioso essi siano. Come mai questa unanimità intorno al nome di Rav Yossef (Joseph) Dov Soloveitchik? Per spiegarlo dobbiamo innanzitutto capire il contesto dentro cui questo grande pensatore visse e operò. Se è vero che gli Ortodossi si distinguono da tutte le altre correnti dell’Ebraismo contemporaneo (Conservatives e Riformati), per il fatto di elevare il Talmud e lo Shulchan ‘Arukh a vademecum fondamentale in ogni manifestazione della vita, l’Ortodossia stessa presenta dei movimenti di pensiero diversificati al suo interno. I temi della discussione riguardano essenzialmente tre forme di rapporto: 1) con la cultura secolare; 2) con l’Ebraismo non ortodosso e 3) con lo Stato d’Israele e il sionismo in generale. Su posizioni di apertura si colloca la cosiddetta “Modern Orthodoxy”, un movimento vivo soprattutto in America, e che ha il suo centro intellettuale nella Yeshiva University di New York. Il nome stesso sintetizza il metodo tradizionale degli studi talmudici con la ricerca scientifica intesa in senso moderno: allo scopo di passare ogni problematica contemporanea al vaglio della tradizione in una prospettiva dinamica e positiva, si interrogano al tempo stesso gli antichi testi rabbinici riproponendoli come possibile chiave di lettura della realtà nel suo costante divenire. La cultura secolare diviene un referente obbligato di tale metodo, mentre con gli Ebrei non ortodossi deve essere ricercato un dialogo sui temi che lo consentono. Quanto alla realtà dello Stato d’Israele, pur non avendo questa un presupposto religioso, va considerata come una tappa comunque importante nel cammino verso la Redenzione.

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Pèsach: la trama femminile nascosta

In occasione della Giornata della Cultura ebraica, dedicato alla donna, e del Festival milanese “Jewish in the City” dedicato a Pesach

David Piazza 

DavidPiazzaC’è un’affermazione dei nostri Maestri che ci lascia stupiti: “Per merito delle donne virtuose il popolo ebraico si salvò dall’Egitto“. Tutto potremmo dire delle vicende della schiavitù egiziana, delle piaghe, dell’uscita dalla schiavitù meno che il ruolo femminile sia così evidente. Se si fa eccezione di qualche breve cenno su oscure manovre delle levatrici e della sorella di Moshè – il protagonista assoluto – potremmo benissimo dire che l’affresco storico fondante del popolo ebraico sia affidato agli uomini; al massimo all’azione corale, collettiva.

Eppure diversi midrashìm aprono squarci inediti su una diversa lettura degli eventi. Ne citeremo solo uno, il più emblematico e tenteremo di collegarlo a un argomento, il calendario, che solo marginalmente sembra toccare la formazione del popolo ebraico.

In uno dei momenti più terribili della shoà egiziana, il faraone ordina l’uccisione dei neonati ebrei maschi. Evidentemente pensa di avere qualche tornaconto dal mantenere in vita le femmine ebree. Basandosi su un versetto che non torna, il midràsh racconta che, a seguito del terribile decreto, gli uomini ebrei decidono di divorziare in massa pur di non generare più carne da macello. Una bambina ebrea, – la sorella di Moshè, secondo il midràsh – decide però di opporsi a questa decisione argomentando nientemeno che di fronte al sinedrio (il Consiglio della comunità d’Egitto): “Voi siete peggio del faraone. Questi infatti ha decretato l’uccisione dei soli figli maschi, mentre voi, con il vostro decreto, avete deciso la morte del popolo ebraico intero!“. Gli uomini capiscono e revocano la decisione, risposando ognuno la propria consorte. Dal secondo matrimonio dei genitori di Miriàm, la saggia bambina, nascerà proprio Moshè, l’uomo che Dio sceglierà per salvare l’intero popolo ebraico.

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L’etica bellica secondo la tradizione ebraica

Versetti e Midrashìm raccolti e redatti da Uriel Simon

uriel_simon-28Il bisogno di un’etica bellica “Quando in guerra ti accamperai contro i tuoi nemici, dovrai guardarti da ogni azione cattiva” (Deut. 23°, 10) Spiega il Rambàn: “Rashì interpreta ‘Dal momento che il Satàn è in agguato nei momenti di pericolo’ : secondo me è giusto, riguardo questa mitzvà, che il testo ci metta in guardia dal momento stesso nel quale compare un peccato. Del resto si sa che, quando ci si accampa per la guerra, si mangia ogni abominio, saccheggiando, depredando, e si compiono azioni violente e non ci si ferma neanche davanti allo stupro e a ogni turpe azione. Anche l’uomo più giusto infatti, si incrudelirà e si inferocirà nel momento di partire per la guerra; proprio per questo ci ammonisce il testo ‘…dovrai guardarti da ogni azione cattiva’ che anche secondo la semplice spiegazione testuale è un avvertimento da tutto ciò che è proibito. (“Perùsh Ha-Torà”)

“Dio ha donato a (popolo di) Israel tre buone caratteristiche: la misericordia, la vergogna e la pietà” (Talmùd Bavlì, Kiddushìn 4a), ma nessuna di queste tre caratteristiche ci può proteggere dall’istinto malvagio (yètzer ha-rà’) che risiede in ognuno di noi, che nei momenti della battaglia può portare anche il più giusto degli uomini alla crudeltà, allo scatenarsi dei freni inibitori della vergogna e allo scoppio del desiderio della violenza, a meno che non si ponga un solido ostacolo con il timore di Dio e con il timore del peccato.

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