Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

L’ora del Talmud

Francesco Lucrezi

lucreziÈ stato già sottolineato l’eccezionale rilievo, sul piano culturale, del mirabile progetto della traduzione in italiano del Talmud. Ciò che va ancora evidenziato è come tale opera, oltre a dare un enorme contributo alla conoscenza della tradizione e della cultura ebraica, sia certamente destinata a determinare un profondo e duraturo impulso sul piano della ricerca storico-giuridica, i cui effetti potranno essere compiutamente misurati, verosimilmente, solo negli anni e nei decenni a venire. Questa traduzione, infatti, permetterà a generazioni di studiosi dei diritti antichi, nonché di diritti positivi, di filosofia del diritto e di comparazione storico giuridica, di acquisire una conoscenza diretta – sia pure mediata dal filtro della traduzione – di un corpus giurisprudenziale di straordinaria importanza, che spicca, nel panorama universale delle fonti del diritto, per la sua assoluta unicità, che è poi la stessa unicità della posizione occupata, tra tutte le esperienze giuridiche antiche e moderne, dal diritto ebraico: unico, tra tutti i diritti dell’antichità, a essere ancora, a tutti gli effetti, un diritto vivente, alimentato da un patrimonio sapienziale di incomparabile ampiezza – in gran parte inesplorato extra moenia -, nel quale fonti e interpretazioni antiche e moderne si intrecciano in un continuum senza cesure né soluzioni di continuità.

La conoscenza del Talmud permetterà a fasce sempre più ampie di studiosi di toccare con mano la peculiare realtà di un sapere giuridico che, a distanza di millenni, resta, a tutti gli effetti, ancor oggi un diritto positivo, oggetto di concreta interpretazione e applicazione in tutti i luoghi del mondo dove esistano batè ha-midràsh, yeshivòt e batè din, scuole, accademie e tribunali rabbinici deputati allo studio e all’attuazione della halachah, conformemente alla lettera del testo mosaico e alla tradizione dell’interpretazione rabbinica. Continua a leggere »

Conversioni. Un paziente lavoro di singoli, famiglie e Comunità

Roberto Della Rocca

Della RoccaAlla vigilia di ogni competizione elettorale si riaffaccia con forza la questione del ghiùr, la conversione all’ebraismo, in particolare quella dei bambini di padre ebreo e di madre non ebrea. La questione del ghiur è un problema dell’ebraismo italiano, anche se non solo dell’ebraismo italiano. Ma il nostro, a differenza di altri paesi, è un ebraismo ormai ai minimi termini, e ogni crisi può esserci letale. La questione del ghiùr è stata affrontata troppo spesso da un’angolazione altamente influenzata dal vissuto personale, anzi, influenzata dai molteplici vissuti personali, sfociando spesso in una contrapposizione fortemente personalizzata fra singolo candidato gher e il singolo rabbino a cui è demandato di rappresentare e riconoscere al candidato l’identità ebraica. Questo incontro, che talora è stato un vero e proprio scontro, spesso si è risolto in una polemica improduttiva e distruttiva, a volte inficiata da logiche di schieramento e nelle quali si rischia di confondere le cause con gli effetti.

Un problema dell’ebraismo italiano è l’assimilazione, la perdita di un’ identità forte e vissuta consapevolmente. L’altro problema è quello demografico. Ma il rischio della nostra scomparsa e della chiusura delle nostre istituzioni non può essere risolto con una apertura irriflessa o con conversioni formali. Questa linea non sarebbe conforme alla Tradizione ebraica, e non farebbe neppure il bene di coloro che sono alla ricerca di una coerente e coscienziosa assunzione di identità ebraica. Sarebbero gherim utili solo a risolvere, e solo in parte, un problema demografico. Non si risolverebbe così anche il problema dell’assimilazione e della riassunzione di una identità forte.

I nostri Maestri , anche tra coloro che più si riconoscono nel principio dello “Zera Israel”, “ascendenza ebraica patrilineare”, ribadiscono come i vincoli “etici ed educativi” risultino essere più “specificanti” e “caratterizzanti” di quelli biologici e di “sangue”. Se così non fosse il “ghiur” non potrebbe essere neanche preso in considerazione. In questo senso si sono espressi anche il rav Amsalem e il rav Korsia in occasione dei loro rispettivi interventi su questo tema in recenti edizioni del Mokèd Ucei.

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L’esercito israeliano è sempre più religioso

Più di un terzo dei nuovi allievi ufficiali ha forti convinzioni sioniste e religiose, e questo potrebbe diventare un problema (secondo il giornalista del Post).

Ma la vera domanda è: che fine hanno fatto i laici? 

religious soldierIn un lungo articolo per l’agenzia stampa Reuters, la corrispondente da Gerusalemme Maayan Lubell ha raccontato come l’esercito israeliano si stia trasformando in una forza sempre più religiosa, e degli sforzi che alcuni politici e militari israeliani stanno facendo per mantenere intatta la sua tradizione laica. Dell’argomento si è cominciato a parlare in Israele soprattutto dopo l’ultima guerra a Gaza, nell’estate del 2014.

Nella notte prima dell’invasione di terra, il Colonnello Ofer Winter, comandante della brigata Givati, una delle unità più decorate dell’esercito israeliano, ha fatto circolare tra i suoi uomini una lettera dai toni profetici, piena di richiami al “Dio di Israele” e che si concludeva con una citazione biblica. La lettera, racconta Lubell, iniziò immediatamente a circolare sui social network e sui giornali, e causò moltissime polemiche tra gli israeliani laici, che accusarono il colonnello Winter di aver interrotto una tradizione che durava fin dall’inizio della moderna storia di Israele: la separazione tra gli affari militari e quelli religiosi.

L’esercito israeliano, noto con l’acronimo del suo nome in inglese, IDF (che sta per Israel Defence Force), o in ebraico, Tsahal, venne creato a partire dalle milizie più o meno regolari formate dagli ebrei che abitavano in Palestina prima dell’indipendenza. Dopo il 1948 l’esercito, come il governo, divenne una forza dominata da una élite laica e progressista. Moshe Dayan, il più celebre generale israeliano, insieme a moltissimi altri alti ufficiali dello Tsahal, aveva idee di sinistra ed entrò in politica con Mapai, il partito socialista che dominò la prima metà della storia politica israeliana. Continua a leggere »

Ma è veramente “impossibile” tradurre il Talmud?

Sandro Servi*

Sandro ServiÈ stato detto recentemente che “tradurre il Talmud è impossibile quanto tradurre la Torà”. Giusto, come si potrebbe anche sostenere che “dipingere un fiore è impossibile”, o “descrivere un amore è impossibile”. Tuttavia queste operazioni vengono compiute: operazioni parziali, imperfette, ma non disutili.

Chi potrebbe affermare che l’immenso lavoro portato a termine in cinquant’anni da rav Adin Even Israel (Steinsaltz) con la sua traduzione in ebraico moderno, o che l’altrettanto ciclopico lavoro degli editors della ArtScroll, nella loro edizione americana, non abbiano avuto un impatto rivoluzionario sull’ebraismo mondiale aprendo le porte del Talmud a decine o centinaia di migliaia di studiosi, o di semplici studenti?

Più banalmente, chi di noi – e siamo tutti convinti che la Torà sia intraducibile – potrebbe sostenere che la traduzione della Bibbia in oltre 2500 lingue non abbia cambiato la Storia dell’Umanità?

Tradurre il Talmud è un’impresa enorme: non so se, e quanto, noi ci riusciremo. È una sfida culturale entusiasmante. Non a caso tutti i redattori il cui lavoro sto coordinando, fra tutte le difficoltà, e anche le frustrazioni, dovute ai tanti ostacoli da superare, tutti, mi dicono che, passata la prima fase di stupore e di timore, vengono presi da una passione, da una gioiosa commozione che permette loro di superare le fatiche e i disagi del loro lavoro, umile e insostituibile.

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Il Ben Ish Chay: Il rabbino di Bagdad che voleva far studiare le donne

Il domenicale di Kolòt

Alberto M. Somekh

Ben Ish Chai“Vi sono due tipi di Decisori. C’è chi viene interrogato su un certo argomento e si dà da fare per consultare i libri di tutti gli autori precedenti, dai più antichi ai più recenti, al fine di conoscere l’opinione di ogni singolo Chakham che già si sia espresso sul tema oggetto della sua interrogazione. Questa è la via migliore. Primo, perché se trova anche solo un altro Chakham che la pensi come lui si troverà a dare una risposta condivisa e non sarà più “giudice unico” (Avot 4,8). In secondo luogo, per quanto egli sia dieci volte superiore all’autore di quel Responso precedente, può sempre capitare di trovarvi qualche fonte, argomentazione o ispirazione alla quale egli altrimenti non sarebbe mai pervenuto. A questa via si attengono i Chakhamim Sefarditi nei loro Responsi e Decisioni. Di essi è detto: “Si spargano le tue fonti al di fuori” (Mishlè 5,16).

Con queste parole R. Yossef Chayim di Baghdad (1834-1909) introduceva la raccolta dei suoi Responsi Rav Pe’alim. Per la scuola che egli rappresentava la letteratura halakhica non è semplicemente un repertorio di precedenti giuridici ai quali di volta in volta appellarsi, ma piuttosto un’attività intellettuale nel senso più elevato del termine. Affinché il Responso divenga un contributo originale allo sviluppo del diritto ebraico, è necessario che l’autore consulti tutto ciò che è già stato scritto in materia anche nel mondo ashkenazita. Ecco che i Chakhamim dell’Iraq in particolare, aprendosi alla cultura rabbinica europea, diedero ulteriore impulso a quell’universalismo di vedute che da secoli contraddistingue l’elaborazione della Halakhah nelle Comunità sefardite.

La Comunità Ebraica di Babilonia è probabilmente la più antica fuori da Eretz Israel, risalendo alla distruzione del primo Santuario (586 a.E.V.; 2Melakhim 24, 13-14). Settant’anni più tardi, quando agli Ebrei fu concesso il permesso di ritornare in Eretz Israel e ricostruire il Tempio non tutti fecero ritorno. Per tutta l’epoca del secondo Bet ha-Miqdash la Comunità di Babilonia fu grande quanto quella di Eretz Israel e godeva di autonomia locale. Allorché i Romani, con i loro decreti, colpirono duramente lo studio della Torah in Eretz Israel, fiorirono le Yeshivot in Babilonia che divennero per secoli il centro spirituale di tutto il mondo ebraico. Nel 1070 fu fondata a Baghdad una grande Yeshivah, che lentamente prese il posto di quelle più antiche. Un secolo più tardi, il viaggiatore Beniamino da Tutela narrava che vivevano in pace a Baghdad 40.000 Ebrei, fra cui numerosi dotti e ricchi. Continua a leggere »

La summa del pensiero ebraico finalmente disponibile a tutti

Il rabbino Riccardo Di Segni: “Un progetto culturale grandioso reso possibile anche grazie all’intervento delle istituzioni dello Stato”.  In libreria il primo volume

Elena Loewenthal

TLM Marchio16 200In ebraico si chiama Torah she beal peh, «Torah che sta sulla bocca». Ma la tradizione orale dei figli d’Israele è un immenso corpus scritto, redatto lungo una catena di secoli. Il suo cuore è il Talmud, parola ricavata da una radice che significa «imparare» e «insegnare»: «ho imparato molto dai miei maestri», dice un rabbino, ma ho imparato di più dai miei allievi».

Di Talmud ne esistono due, uno di Gerusalemme e uno di Babilonia, che è quello per antonomasia, arrivato intorno al V-VI secolo nella sua forma attuale: 5422 pagine fitte. Summa di fede scritta in due lingue, ebraico e aramaico, il Talmud contiene prima di tutto materiale legale, ma non è estraneo a nessun campo dell’antico sapere, dall’astronomia alla medicina. La sua forma è quella del verbale di discussione, di un «domanda e risposta» che parte dal versetto biblico e procede all’infinito. Testo aperto per eccellenza, il Talmud si legge con un metodo non dissimile da quello della pagina web con i suoi rimandi, cioè i link, in un continuo cammino di interpretazione.

Il progetto della prima traduzione in italiano del Talmud è siglato in un protocollo di intesa fra Presidenza del Consiglio dei Ministri, Miur, Cnr e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane il 20 gennaio del 2011. Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità di Roma, medico e studioso, è il presidente del consiglio di Amministrazione nonché del comitato di coordinamento di questa opera davvero immensa.

Come è nato questo progetto, rav Di Segni?

«Quasi per caso. Mi sono detto: proviamo a proporre la traduzione del Talmud in italiano. Sotto sotto ero convinto che si trattasse di una missione impossibile. Ho avviato sondaggi informali, e mi sono reso conto che c’era un reale interesse da parte delle istituzioni dello stato. Questo sostegno è stato fondamentale. Così ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo messo su uno staff capace. Ora abbiamo una squadra di circa cinquanta studiosi fra traduttori esperti, traduttori in formazione, istruttori, redattori. E’ davvero una operazione enorme, ma anche innovativa. Abbiamo costruito un apparato di note e di schede illustrative fatto apposta per entrare in questo universo religioso, culturale, intellettuale». Continua a leggere »

L’inventore del chassidismo: Il Ba’àl Shem Tov

Alberto Moshe Somekh

rabbi-yisroel-ben-eliezer-baal-shem-tov-or-besht-jewish-mystical-rabbi-EX6GA3Una delle affermazioni di quel secolo creativo che indubbiamente è stato anche per il mondo ebraico il Settecento è il chassidismo. Di questo movimento ”di risveglio”, come lo definisce G. Scholem, “che rappresenta tuttora una forza effettiva per migliaia e migliaia di ebrei” si ha spesso un’immagine parziale. In realtà “gli scritti dei Chassidim presentavano un pensiero più originale di quello dei loro avversari razionalisti – i Maskilim – e… la rinata cultura ebraica poteva ricevere più di un efficace stimolo dall’eredità del chassidismo”. Alle origini del movimento si collocano due fenomeni: uno che possiamo definire storico-sociale, l’altro spirituale. Se fino alla metà del Seicento gli Ebrei in Polonia e nelle terre limitrofe godevano di un relativo benessere che aveva permesso una certa fioritura degli studi, le stragi dei cosacchi di Chmielnicki nel 1648 capovolsero la situazione. I massacri antisemiti provocarono la morte di decine migliaia di Ebrei e ne misero in serio pericolo le condizioni economiche. Resi soggetti ad una forte pressione fiscale, gli Ebrei abbandonarono le città, trovandosi non di rado a vendersi come servi ai proprietari terrieri al cui servizio si erano messi come contadini. L’antisemitismo cresceva sotto la spinta della Chiesa, che sovente reiterava nei loro confronti la secolare accusa di omicidio rituale e faceva bruciare il Talmud nelle piazze. Se la Lituania non fu praticamente toccata dalla crisi e riuscì a mantenere la sua superiorità culturale, le province della Volinia e della Podolia risentirono profondamente dei mutamenti politici ed economici in atto.

All’abbattimento morale e spirituale dell’ebraismo polacco fece eco il fallimento del movimento messianico sabbatiano. Shabbetay Tzevì, nato a Smirne nel 1626, dopo essersi più volte proclamato Messia fu imprigionato dal Sultano nel 1666 e per sfuggire alla condanna a morte preferì convertirsi all’Islam. Fu allora che il suo discepolo Natan di Gaza diede forza al movimento, interpretando l’apostasia del maestro come un segno positivo. La dottrina si diffuse anche in Polonia ed avrebbe avuto forza attraverso la predicazione di Jacob Frank (1726-1791), fondatore di una setta di ispirazione sabbatiana. Non è chiaro se e quali rapporti diretti abbia effettivamente avuto il primo chassidismo con gli esponenti del sabbatianesimo. Anche se quest’ultimo fu condannato dai Chassidim, cionondimeno alcuni aspetti della dottrina chassidica originaria potrebbero avere capovolto, come vedremo, un ascendente sabbatiano. Continua a leggere »