Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Chouchani, il santo rabbino che un giorno sparì nel nulla

Baharier rievoca la vita del mitico «clochard lunare» Protagonista La personalità del protagonista fa pensare a una parabola trasparente e affascinante: «La leggenda del santo bevitore» di Joseph Roth

Aldo Grasso

Baharier«Qualcuno in quei tempi lontani, di Chouchani trattenne l’eccezionalità, il suo essere il meglio, e in essa si consolò. Chouchani accecava ogni individuo che incontrava. Solo collettivamente, insieme, quei reduci facevano schermo e riuscivano al di là delle scintille, e per mezzo di queste scintille, a coglierne l’essenza: la claudicanza». Chi è questo monsieur Chouchani (si pronuncia Sciuscianì)? È una figura gigantesca, e profondamente enigmatica, giusto per accrescerne il carisma. L’aspetto trasandato, quasi repellente, da clochard, i pochi che l’hanno conosciuto lo descrivono come un genio talmudico: sapeva tutto, di ogni materia. Di lui Emmanuel Lévinas ha detto: «Incontrarlo era come entrare in contatto con un genio nel senso assoluto della parola; era un uomo che poteva tenere insieme un numero molto vasto di idee senza essere soggetto alla costrizione di condurle a un esito conclusivo. Era come se il Talmud fosse presente dentro di lui, incorporato, vivente».

Dopo appena poche pagine de La valigia quasi vuota di Haim Baharier (Garzanti), abbiamo la certezza di trovarci di fronte a un essere indistruttibile, vocato a eterne interpretazioni (come vuole il Talmud), a torsioni di significato, uno di quei rari personaggi che camminano sul crinale fra storia e leggenda. Nello sconvolgimento che suscita, Chouchani è una grande occasione per sfuggire all’opprimente banalità della ragione.

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Sacks, il rabbino globe-trotter

Dopo aver guidato per 22 anni l’ebraismo britannico, il rabbino più mediatico dei tempi moderni, apprezzato anche al di fuori del mondo ebraico, affronta una nuova sfida: continuare a divulgare il proprio pensiero a livello planetario.

Ilaria Myr

SacksL’ex premier britannico Tony Blair l’aveva definito un “intellettuale gigante”, mentre il Principe Carlo addirittura “una luce nella sua nazione”. Rav Lord Jonathan Sacks, 65 anni, Rabbino Capo del Regno Unito e del Commonwealth per 22 anni fino allo scorso agosto, è senza dubbio la guida spirituale ebraica più mediatica e mediatizzata dei nostri giorni.

Autore di decine di libri molto ben accolti sull’ebraismo e il suo posto nel mondo contemporaneo (alcuni dei quali divulgati anche tramite il Bollettino e presenti sul sito Mosaico come Lettere alla prossima generazione 1 e 2), e curatore di una pagina sul Times of London, è stato fino a qualche mese fa un volto molto frequente sulla BBC, dove conduceva ogni anno, in occasione di Rosh Ha-Shanà, un programma dedicato alla fede, intervistando ideologi atei come Richard Dawkins e lo scrittore Howard Jacobson.

Una personalità, insomma, di grande spessore intellettuale e dalla grande capacità comunicativa, che ha saputo parlare di ebraismo a pubblici diversi e variegati non solo all’interno del Regno Unito, ma anche fuori, in modo assolutamente globale.

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A Parigi il rabbino ha lavorato come modella

Delphine Horvilleur 39 anni, guida la sinagoga di Beaugrenelle. Manda i figli alla scuola pubblica e lotta per la laicità.

Anais Ginori

RabbinoModellaNella sinagoga di Beaugrenelle la chiamano Rabbi Horvilleur oppure, semplicemente, Madame le Rabbin. «Ognuno trova, come può, un compromesso linguistico», scherza Delphine Horvilleur. L’unica definizione che non accetta è “rabbina”, nome con cui si chiama di solito la moglie del rabbino. Sono sfumature, piccoli aggiustamenti semantici di una rivoluzione in corso. A 39 anni Horvilleur guida la sinagoga del XV arrondissement sfidando i pregiudizi. «Certo – ammette – capita ancora di trovare persone che mi chiedono se posso lavorare mentre ho il ciclo mestruale, ma non importa». Sposata, madre di tre figli, ha appena firmato un libro sulla presunta misoginia nella religione, dal titolo En tenue d’Ève, in un periodo in cui si parla tanto di integralismi soprattutto islamici. «Le tre religioni monoteiste – ricorda – sono state tutte più o meno misogine a seconda dei periodi della Storia».

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L’inclusività che esclude… le mitzvòt

Una risposta all’articolo Mamma, li riformati

Donato Grosser

GrosserL’articolo sul gruppo riformato Beth Hillel di Roma cita il fatto che “Nel mondo, specie negli Stati Uniti esistono invece molti gruppi riformisti che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi”. Abitando negli Stati Uniti da oltre 40 anni ho visto i cambiamenti ai quali è stato soggetto il movimento “Reform” nel paese e le relative conseguenze.

Diversi anni fa i “Reform” in America hanno inventato la trasmissione dell’ebraismo per via patrilineare annullando così la mizvà della Torà che è ebreo solo chi è nato da madre ebrea o che si è convertito accettando le mizvot. Decimati dai matrimoni misti che stavano distruggendo le loro comunità, i “rabbini” Reform, decisero di cambiare le regole del gioco. Così oggi questa setta è composta in grande percentuale, e forse addirittura per una maggioranza, da non ebrei.

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Il pianto di Yosef, il pianto di Yaakov e la Shoah

Riflessioni sull’incontro fra Yosef e Yaakov e il digiuno del 10 di Tevet (dalla derashà tenuta al Tempio Italiano di Gerusalemme, Shabbat Wayiggash 5774)

David Gianfranco Di Segni

G DiSegniNel Sefer Bereshit si descrive l’incontro fra Yosef e Yaakov, dopo 22 anni di separazione, in questi termini: “Giuseppe attaccò la carrozza e si recò incontro a suo padre Israele in Gòshen, e appena gli si presentò, gli si gettò al collo e sul suo collo pianse a lungo” (cap. 46:29; trad. di Rav A.S. Toaff). Questo verso, apparentemente semplice, nasconde diverse domande: Chi si getta al collo di chi? Chi piange? Che vuol dire la parola ‘od? (nella traduzione qui riportata è stata resa con “a lungo”, ma normalmente è tradotta con “ancora, di nuovo”). E soprattutto, perché solo uno dei due piange? Se guardiamo l’incontro fra Yosef e Binyamin, di poco precedente (cap. 45:14), vediamo che entrambi si gettano l’uno sul collo dell’altro e piangono. Lo stesso accade quando si incontrano Yaakov ed Esaw (cap. 33:4). Il fatto che qui pianga solo uno dei due solleva quindi una legittima domanda. Come è facile immaginarsi, quando un verso è ambiguo, ci sono diverse interpretazioni.

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La politica di Dio

Israele va inteso come nazione oppure come comunità di fede? Questa e altre domande rivelano quanto sia arduo elaborare un modello organico. Per Michael Walzer, filosofo americano, la Sacra Scrittura non dà indicazioni sulla vita pubblica ma solo sulla morale

Gianfranco Ravasi

Walzer“A dare risposte sono capaci tutti, per fare le vere domande ci vuole un genio”. A questo paradosso di Oscar Wilde sembra essersi adattato Michael Walzer nell’ultimo suo saggio, All’ombra di Dio (ma curiosamente l’ultimo capitolo è titolato “La politica in ombra”) sulla “politica nella Bibbia ebraica”, come recita il sottotitolo. Infatti, in una delle ultime pagine riassume così la sua analisi: “A chi cercasse nella Bibbia una politica fondamentalista rimarrebbero per lo più delle domande. Quale dei regimi di cui parlano le storie è l’autentico regime biblico? La monarchia di Dio? La monarchia dei re (davidici)? Il regno sacerdotale? Il governo misto di re, giudici, sacerdoti e profeti a cui fa pensare il Deuteronomio, 16-18? Come conciliare i tre codici di leggi – e a chi spetta? Tra sacerdoti, profeti, giudici e scribi, quali sono gli interpreti autorevoli della legge di Dio? Qual è la funzione degli anziani? Quale posto occupa Israele tra le nazioni? La politica esterna d’Israele dovrebbe ispirarsi ai principi di autodifesa o a quelli dell’espansione territoriale oppure a quello della pacificazione e dell’accomodamento – o forse Israele semplicemente non dovrebbe avere politica estera? Si deve pensare a Israele come nazione politica oppure come comunità di fede?”.

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Moni Ovadia. Dentro o fuori?

Il direttore del Dipartimento Educazione e Cultura dell’Ucei ragiona sul concetto di Comunità a partire dal caso sollevato dall’ “attore escluso”.

Roberto Della Rocca

DellaRoccaNon voglio qui entrare nel merito delle dichiarazioni di Moni Ovadia dei giorni scorsi, relative alla sua volontà di dissociarsi dalla Comunità di Milano, in parte per i suoi complessi aspetti identitari, in parte per il timore di finire in una polemica che mi è parsa a volte infantile e per certi aspetti un pò ridicola.

Credo invece che il“caso Ovadia” debba essere di stimolo ad una riflessione seria e pacata sul rapporto che ognuno di noi dovrebbe avere  con la propria Comunità e con le sue istituzioni. Bisogna tener presente che il nostro essere ebrei non può prescindere dall’esistenza della Comunità il cui mantenimento, sia dal punto di vista economico che di partecipazione, è dovere e compito di tutti, nessuno escluso.

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