Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Insetti nel piatto, la nuova frontiera

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

L’osservanza di molte mizvoth ha subito trasformazioni a seguito dei cambiamenti dovuti allo sviluppo tecnologico e a alla scoperta di nuovi alimenti: si pensi ai Qinoa e al problema se possono essere considerati cereali permessi per Pèsach secondo l’uso delle comunità ashkenazite. Ora non c’è dubbio che il mondo dell’alimentazione si sia modificato nell’ultimo secolo e chi ha dovuto certificarne l’uso per la cucina kasher ha dovuto fare studi approfonditi e trovare spesso delle alternative valide secondo la Halakhà per proporre dei prodotti che potessero competere con quelli non kasher presenti sul mercato.

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Saper allargare lo sguardo

Parashà di Vaerà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

In Parsahat Vaera è scritto: “Ti porterò da Me come popolo e sarò D-o per te; e saprai che io sono Hashem, tuo D-o, che ti salva dal fardello dell’Egitto (mitachat sivlot Mitzrayim).” Nel libro Tiferet Shlomo [scritto da Shlomo Hakohen Rabinowicz, il primo Rebbe della dinastia Chasidica di Radomsk] è scritto che questo pasuk contiene la chiave che permise agli ebrei di poter resistere in Egitto, e mediante la quale furono in grado di uscire dall’Egitto. Questa chiave è nella parola “sivlot”, che significa sofferenza, fardello. C’è una parola simile in ebraico che ha una connotazione completamente diversa, savlanut, pazienza. Il Tiferet Shlomo suggerisce che il motivo per il quale gli ebrei furono in grado di resistere, e infine di essere salvati, era l’attributo della pazienza. Non hanno mai perso la fede che ciò che stava accadendo loro non era una semplice coincidenza, ma era parte di un grande piano. Potevano sopportare la sofferenza perché sapevano che quanto stava accadendo veniva da Hashem. Quando una persona sta attraversando un periodo difficile e non riesce a immaginare il perché è molto difficile sopravvivere a quell’esperienza. Ma se una persona può percepire che D-o mi sta facendo questo, e sa cosa sta facendo, e quindi ad accettarlo, questo è ciò che può dare a una persona la capacità di sopravvivere a qualsiasi prova.

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Tzedakà e Reddito di Cittadinanza

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Uno dei temi che è stato oggetto delle critiche da parte di molti, sia nel mondo della politica che in quello civile, è stato il Reddito di cittadinanza, che ha sostituito il precedente Reddito di inclusione.  Non c’è dubbio che durante la crisi pandemica il RdC ha svolto una funzione fondamentale. Tuttavia ricordo che all’approvazione della legge, chi aveva istituito il RdC dichiarò che era stata così eliminata la povertà.  Di fronte a una dichiarazione così “presuntuosa” basterebbe ricordare quanto più prudentemente e modestamente dice la Torà:  “poiché non cesserà il povero in mezzo alla terra, perciò io ti comando “apri bene la tua mano per il tuo fratello per i tuoi poveri e per il povero nella tua terra” (Deut. 15: 11).  La presunzione di essere una specie di Deus ex machina che può eliminare la povertà promulgando semplicemente una legge fa parte della visione illuminista della vita e della società. La realtà è molto diversa: nessuna legge, anche la più perfetta, è in grado di cambiare le persone: è necessario invece impegnarsi a educare l’uomo alla solidarietà e all’idea che tutto ciò che produciamo non ci appartiene, ma ci viene dato come opportunità da  condividere in parte con i meno fortunati. L’uomo e la società non si possono cambiare per decreto: soprattutto non si deve sottrare al singolo la sfera della solidarietà, per trasferirla in pratica alla burocrazia.

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Moshè il rappresentante

Parashà di Shemòt

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

La prima domanda di Moshe al roveto ardente è stata “Chi sono io? “Chi sono io per andare dal Faraone?” “E come posso far uscire gli ebrei dall’Egitto?” In superficie il significato è chiaro. Moshè chiede due cose. La prima: chi sono io per essere degno di una missione così grande? La seconda: come posso avere successo? D-o risponde alla seconda domanda. “Perché Io sarò con te.” Ci riuscirai perché non ti sto chiedendo di farlo da solo, Io farò per te.

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Fratelli coltelli?

Parashà di Vayechì

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

La Torà insegna che siamo tutti fratelli e sorelle ma il ritratto dei fratelli fatto nel libro di Bereshit è tutt’altro che incoraggiante. I primi fratelli sono Caino e Abele, in una relazione che si conclude con l’omicidio. Qui la causa sembra essere la gelosia per il fatto che D-o preferisce l’offerta di Abele, sebbene si possa presumere un’ostilità di fondo. Poi viene l’allontanamento Itzchak e Ishmael. Il conflitto di Sara e Hagar mette in luce una distanza tra i fratelli. Tuttavia, sebbene Itzchak e Ishmael si uniscano per seppellire Avraham, per quanto ne sappiamo ci sono pochi contatti tra loro per la maggior parte della loro vita. Poi vediamo Yaakov ed Esav, con un’inimicizia quasi permanente tra i due. L’appropriazione del diritto di primogenitura è al centro di una lotta che include ancora l’influenza dei genitori (in questo caso Rivka). Alla fine c’è un certo grado di riconciliazione, ma anche dopo che i due sono tornati insieme, successivamente si separano. Nelle ultime settimane abbiamo letto di Yosef, i cui fratelli hanno tramato di ucciderlo, è stato rapito e portato in Egitto. C’è il perdono, ma molti lettori hanno sentito il disagio di tutte le future relazioni tra Yosef e i suoi fratelli.

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Il pianto della speranza

Parashà di Vayiggàsh

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

In questa Parashà la riunione tra padre e figlio, stuzzica la curiosità: Yosef ha preparato il suo carro ed è andato incontro a suo padre, a Goshen; “ed egli apparve davanti a lui, si gettò al suo collo, e pianse sul suo collo, “od”” [Bereshit, 46:29]. Questa forma della frase lascia al lettore il compito di capire chi ha pianto e su chi. La parola “od”, inoltre, sembra fuori luogo – poiché il suo uso implica ancora o qualcosa di addizionale.

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Mattarella, oneri e onori

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Gli eventi piccoli e grandi sono un’occasione per riflettere sulla condizione ebraica. Tra quelli minori accaduti in questi giorni, possiamo considerare i sei minuti di applausi dedicati al presidente Mattarella durante l’inaugurazione della stagione musicale alla Scala di Milano. Una platea di persone, non legate a una precisa corrente politica, esprime il proprio consenso “unitario” e spontaneo alla figura di un leader: questo in una società profondamente divisa in tante correnti è un tema che deve farci riflettere proprio in quanto ebrei.

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