Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

“L’uccello dipinto” di Marhoul: due ore e quarantanove sempre con carni spappolate e maciullate

Davide Turrini

Un furetto arso vivo, un caprone legato per le zampe e poi sgozzato, una donna violentata con un’enorme bottiglia e un tizio a cui vengono cavati gli occhi con un cucchiaio. Questo il campionario minimo (c’è molto altro) di crudeltà, efferatezze e atrocità proposte nel film che spacca a metà Venezia 76. L’uccello dipinto,regia del ceco Vaclav Marhoul, due ore e quarantanove di durata sempre con carni spappolate e maciullate, è il classico film dove coprirsi gli occhi serve davvero a poco. Le urla e i rivoli di sangue ti raggiungono ovunque, anche sulla poltroncina. Fosse un horror o uno slasher movie potremmo capire il desiderio di trasfigurazione che porta con sé il cinema di genere. Ma visto che si tratta di un lavoro “realistico”, leggasi l’idea che per mostrare la violenza va mostrata nella sua interezza senza risparmiare alcun dettaglio esplicito, proprio non ne comprendiamo i presupposti se non quelli di un furbesco e limitante sensazionalismo. 

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Venezia, il “J’accuse” di Roman Polanski: una bellissima pellicola sull’affare Dreyfus

Il regista franco polacco, assente al Lido, non ha reagito alla dichiarazione di Martel. Il film è rimasto in gara ed è una bellissima pellicola in costume che racconta l’affare Dreyfus che è lo scandalo giudiziario francese più importante del 19esimo secolo: la storia di un tenente ritenuto ingiustamente spia dei tedeschi. Un manifesto di chi si sente perseguitato, con cui Polanski ha parlato anche di sé

Naturalmente lui, Roman Polanski, il primo accusato, in conferenza stampa non c’era . Ma il suo bellissimo film, “J’accuse”, sul caso Dreyfus è rimasto in concorso nonostante le polemiche. Allontanato il timore di dover ritirare il film dopo la dichiarazione della presidente della giuria Lucrecia Martel, ora rimane solo il giudizio sull’opera, mentre il regista franco polacco rimane in Svizzera ed è ancora ricercato dalla polizia statunitense per la violenza ai danni di una minore perpetrata nel 1977.
“J’accuse” racconta la storia di Alfred Dreyfus, il capitano dello stato maggiore francese ebreo, condannato ingiustamente per alto tradimento. Inizia nel 1895, quando il capitano Dreyfus, ben interpretato da Louis Garrel, viene pubblicamente degradato, dopo essere stato condannato come spia dei tedeschi. Deportato nell’Isola del Diavolo, persa nell’Oceano Atlantico, costretto a dormire immobile, con i piedi fermati da un ferro, Dreyfus si dichiarerà per sempre innocente.

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Meglio liberare mille colpevoli che punire un innocente

L’argomento di un gigante medievale contro la presunzione di colpevolezza e le sue inevitabili degenerazioni

Mosè Maimonide

Avanza, fra i giuristi americani e non solo, un movimento ostile alla presunzione d’innocenza, caposaldo dello stato di diritto finito sotto attacco sull’onda di un clima di sospetto che da decenni alligna nella cultura universitaria americana. Le relazioni sessuali, con la loro carica abusiva, sono da tempo al centro di un processo per riformare la logica del consenso e rovesciare l’onere della prova. Secondo la disciplina del “consenso affermativo”, noto anche come yes means yes, è la persona accusata di molestia a dover provare la sua innocenza, e la necessità di ottenere un assenso esplicito per consumare un atto sessuale ha generato un clima vagamente persecutorio nei campus. Ogni relazione è una molestia in potenza, ogni uomo è uno stupratore che deve dimostrare la sua innocenza. Il MeToo ha catalizzato e amplificato questa tendenza, offrendo a schiere di avvocati ed esperti di diritto il destro per tentare un’ambiziosa operazione di travaso dei protocolli universitari negli ordinamenti giuridici di ogni grado. Il dibattito interno all’American Bar Association raccontato qui illustra i termini di un’operazione giuridica in cui lo strumento legale viene esplicitamente usato per imporre o accelerare un cambiamento sociale, non per individuare e punire comportamenti criminali. Nell’ambito della common law, la presunzione di innocenza è legata a una massima di William Blackstone, uno dei padri della giurisprudenza anglosassone: “E’ meglio che dieci colpevoli sfuggano alla legge che un innocente venga condannato”. Si tratta di una variazione su un tema ancestrale, affrontato almeno a partire dal Genesi, dalle parti di Sodoma e Gomorra, elaborato ampiamente nel medioevo e ripreso da Benjamin Franklin, che aveva moltiplicato di dieci volte il numero dei colpevoli che era conveniente barattare con un solo innocente accusato ingiustamente. Qui sotto pubblichiamo la versione di Mosè Maimonide, ad uso dei perplessi.

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Vasilij Grossman che capì per primo che lo stalinismo era come il nazismo


Riccardo Michelucci

Nato nel 1905 da una famiglia ebrea, nelle sue opere denunciò le tragiche analogie tra l’antisemitismo di Hitler e quello di Stalin, mettendone sullo stesso piano gli orrendi crimini contro l’umanità Solo la morte di Stalin, nel 1953, salvò Vasilij Grossman dall’arresto e dalla deportazione. Lo scrittore russo era stato uno dei più grandi cronisti della Seconda guerra mondiale, aveva assistito all’assedio di Stalingrado e alla controffensiva sovietica che ribaltò le sorti del conflitto. Ma alla fine degli anni ’40 era ormai annoverato a tutti gli effetti tra i dissidenti. La sua fama di eroe di guerra era riuscita a salvargli la vita ma non a evitargli di cadere in disgrazia. Secondo i censori sovietici il suo capolavoro Vita e destino era un testo assai più pericoloso del Dottor Živagodi Boris Pasternak, che pure era già diventato un best seller negli Stati Uniti e in Europa.

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I Moncalvo, saga d’ebrei emancipati

Romanzo storico. Il delizioso testo di Enrico Castelnuovo (1908) salvato dall’oblio e ripubblicato da Interlinea. Una famiglia della borghesia ebraica italiana, 50 anni prima dei «Finzi Contini» di Bassani 

Tommaso Munari 

L’articolo 1 dello Statuto albertino (4 marzo 1848) sanciva: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». E, a scanso di equivoci, la Legge Sineo (19 giugno 1848) precisava: «La differenza di culto non forma eccezione al godimento dei diritti civili e politici, ed all’ammissibilità alle cariche civili e militari». Così, prima ancora che si compisse l’Unità d’Italia, l’emancipazione degli ebrei veniva formalmente riconosciuta dalla legge. Non è un caso, del resto, che la partecipazione ebraica alle campagne risorgimentali del 1859, 1866 e 1870 sia stata tanto ampia e attiva. Ma una cosa è l’emancipazione (il riconoscimento di diritti civili e politici), un’altra l’assimilazione (l’assorbimento di modelli culturali e sociali). E il nesso tra le due, come ci racconta Enrico Castelnuovo nel romanzo I Moncalvo (1908), è più ambiguo e complesso di quanto possa apparire a prima vista. 

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Le tende benedette da Bil’àm, una lezione sulla privacy oggi

Daniel Reichel

Nelle scorse settimane Faceapp, l’applicazione che ti fa vedere come sarai da vecchio, è tornata di moda. E con lei, le domande sulla privacy degli utenti. L’app creata da un’azienda russa ha infatti regole vaghe e poche chiare rispetto alla gestione dei dati che ogni utente le fornisce utilizzandola. Faceapp non è però la sola ad avere problemi di trasparenza, hanno sottolineato gli esperti, e c’è chi ha chiesto di aprire una discussione seria e allargata su questo tema.

Tra questi, il presidente della Yeshiva University di New York, il rabbino Ari Berman (nella foto). “Che cosa facciamo in quest’epoca di connessione costante e monitoraggio continuo, dove i pensieri, le parole e le azioni possono essere istantaneamente catturati, trasmessi in tutto il mondo e conservati per sempre; dove i confini tra pubblico e privato sono sempre più sfumati?”, si è chiesto Berman sulle pagine di Forbes, cercando di dare una risposta ebraica al tema della tutela dei nostri dati sensibili online. Per farlo, il presidente della Yeshiva University richiama la storia del mago pagano Bil’àm, “incaricato di maledire il popolo israelita ma che finirà invece per benedirlo”. “Forse l’affermazione più famosa che Bil’àm dice – scrive il rav sul quotidiano economico americano – è la sua lode agli israeliti: ‘Come sono giuste le tue tende, o Giacobbe; e i tuoi accampamenti, o Israele!’. Perché, tra tutte le cose, Bil’àm ha esaltato le tende degli Israeliti? I rabbini dell’antichità risposero che Bil’àm ammirava una caratteristica specifica del modo in cui gli israeliti avevano sistemato le loro tende; in particolare, le aperture delle tende non si fronteggiavano, impedendo così agli occhi indagatori di vedere la casa del vicino”.

Cosa significa tutto questo? Berman risponde citando il saggio di rav Michael Rosensweig A Sanctified Perspective on Dignity, Privacy, and Community, secondo cui questo passaggio “evidenzia l’enfasi che il pensiero ebraico pone sul primato della privacy. Nella legge ebraica, la privacy non è semplicemente una questione di preferenze personali. Si tratta piuttosto di una categoria giuridica formale, in modo tale che scrutare lo spazio privato di un altro è considerato un atto dannoso. Questo riflette la concezione della tradizione ebraica secondo cui solo lontano dagli occhi del pubblico possiamo scoprire la nostra personalità unica”. Un approccio, spiega il rav, che confligge con la realtà quotidiana in cui viviamo, in cui tutto è condivisione. “I nostri figli sono allevati in una cultura in cui tutto ciò che fanno è catturato e conservato per sempre. Mentre George Orwell in 1984 immaginava che alle persone sarebbero stato imposto questo tipo di comportamento, i nostri figli si impegnano volontariamente in esso, inviando i loro pensieri ed esperienze, per non parlare della divulgazione delle loro informazioni personali senza alcun riguardo per le conseguenze potenzialmente permanenti che ne possono derivare”.

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Da laico, sarò con voi

Avri Ghilàd

Domenica, Tishà Beàv, il tribunale della cittadina di Afula in Israele, ha deciso di vietare un concerto di un famoso cantante ultra-ortodosso che si sarebbe dovuto tenere in città con la separazione tra pubblico femminile e quello maschile. Questa la reazione di un famoso anchorman laico alla notizia.

«Cari charedim, Dio solo sa perché volete la divisione tra maschi e femmine (nelle manifestazioni pubbliche), Dio solo sa perché vivete come vivete. Io no. Dal mio punto di vista la vostra vita non è certo un granché. Ma fino a che vivete le vostre pazzie per conto vostro, anche se negli spazi pubblici, non sarò certo io a farmi problemi perché possiate continuare così, e sono anche pronto a combattere per difendere il vostro diritto a farlo.

In passato, da ragazzo laico vi ho combattuto con tutte le mie forze. Mi sono beccato le vostre pietre sulla strada per Ramot, pannolini sporchi su via Bar Ilan, parolacce al cinema Kefir, pace all’anima sua, che voleva vendere biglietti per il primo spettacolo quando lo shabbàt non era ancora finito. E quando siete venuti a impormi il vostro stile di vita sono uscito per strada a combattervi.

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