Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Diventare adulte fa schifo, e ‘Shiva Baby’ lo racconta benissimo

Arriva su MUBI questo folgorante ‘coming of age’ a sfondo ebraico. Che analizza in modo übercontemporaneo il passaggio all’età adulta di una ragazza libera. Abbiamo incontrato la (bravissima) regista Emma Seligman

Marianna Tognini

Che belli i film che partono al mattino e finiscono la sera, quelli ambientati nell’arco di una giornata, che sembra non succedere nulla e invece succede tutto. Recentemente mi viene in mente The Assistant, con la meravigliosa Julia Garner; poi penso a Fa’ la cosa giusta, L’odio, Clerks, Kids. Invece Shiva Baby – primo lungometraggio della ventiseienne Emma Seligman, che oltre a essere brava è semplicemente stupenda, lasciatemelo scrivere – è un “coming-of-age in a day”. Seligman non potrebbe essere più d’accordo: la protagonista Danielle (un’emergente, notevolissima Rachel Sennott) diventa adulta – o, perlomeno, capisce di doverlo diventare – nel giro di ventiquattro tragicomiche ore, durante una shiva che, più che una shiva, è una commedia degli equivoci.

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Rashì (XI secolo): a chi appartiene la Terra d’Israele?

Parashà di Shelàch Lekhà – Ieri, oggi e domani….

Rav Scialom Bahbout

Nella Parashàt Shelach viene narrato uno degli episodi più drammatici accaduto al popolo ebraico appena uscito dall’Egitto: dodici esploratori vengono inviati da Mosè a visionare la terra di Canaan per vedere quali erano i problemi legati alla conquista della terra promessa e all’insediamento del popolo. Si trattava di prendere possesso di una terra destinata a Israele fin dalla creazione, così come scrive Rashi nel suo commento a primo versdo della Genesi: una vera  sorpresa quando si pensa che non mancavano a Rashi argomenti e fonti ben più rilevanti con cui commentare la creazione narrata nella Torà. 

Non deve sfuggire il fatto che Rashi scrive questo commento nell’Undicesimo secolo proprio durante il periodo delle crociate e le conquiste dell’Islam e afferma implicitamente che queste conquiste sono temporanee e che alla fine Israele tornerà alla sua terra. 

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Gli ebrei e Israele

Elena Loewenthal

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora.

Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.

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Non c’è pace senza la fine del suprematismo arabo-islamico

Carlo Panella

Alla base del conflitto non c’è una questione territoriale, come dimostra la storia dei costanti rifiuti palestinesi. Il cuore è l’idea che il Tempio di Salomone non sia mai esistito, un rifiuto radicale che alimenta la propaganda dei fondamentalisti e che ha prodotto migliaia di morti. Vi è un a priori religioso, finalistico, teologico che impedisce la fine della guerra

L’ultima guerra di Gaza, iniziata da Hamas e subìta da Israele, come tutti gli scontri sanguinosi tra israeliani e palestinesi iniziati nel 1921 ben prima che gli ebrei avessero uno Stato e un esercito, è stata scatenata da duri scontri sulla Spianata delle Moschee, detta anche Haram al Sharif o di al Aqsa. È divampata su un nodo sconosciuto all’Occidente: il suprematismo arabo-islamico nega che su quella Spianata fosse eretto, come indubbiamente fu eretto, il Tempio di Salomone, epicentro dell’ebraismo. I palestinesi che vi accorrono testimoniano nei loro slogan l’odio implacabile per gli ebrei che pretendono, a ragione, il rispetto della memoria di un luogo per loro sacro.

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È morto lo scrittore Paolo Maurensig

Divenne famoso con «La variante di Luneburg” e “ Canone inverso”. Aveva 78 anni

di Redazione

«Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali» scriveva Paolo Maurensig nel romanzo che lo ha reso famoso, La variante di Luneburg (Adelphi), probabilmente il più bello che ci ha lasciato e che ci lascerà. La stagione delle scelte per lui è infatti finita: l’agenzia di stampa Ansa ne ha annunciato la morte, a 78 anni, per un malore improvviso.

Nato a Gorizia nel 1943, Maurensig, aveva compiuto studi classici. Dopo aver intrapreso vari lavori (dall’interior designer all’archivista, all’agente di commercio) ed essersi dedicato a varie passioni: da quella per l’esotismo a quella per gli scacchi, che giocò a livello nazionale, ma anche al flauto e al violocello, alla ricostruizione di strumenti rinascimentali a fiato, iniziò a lavorare nel campo dell’editoria a Milano e pubblicò alcune raccolte di racconti (I saggi fiori, All’insegna del Cigno, Ippocampo).

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Un popolo di tutti profeti?

 Parashà di Behaalotekhà

Rav Scialom Bahbout

Uno dei temi centrali della Parashà di Beh’alotechà e che ritorna spesso nel libro di Bemidbàr è quale sia la Leadership migliore per il popolo d’Israele. In realtà il problema sorge fin da quando la scelta cade su Mosè che cerca di rifiutare un compito per il quale non si ritiene adeguato: convincere la superpotenza del momento, l’Egitto dei Faraoni, a lasciare uscire il popolo ebraico dal paese. In effetti, forse sarebbe stato più pratico arrivare a un accordo di compromesso con il governo egiziano, rimanere in Egitto e svolgere una funzione attiva e costruttiva all’interno della società egiziana: in fondo Mosè era cresciuto alla reggia egiziana e, come Giuseppe a suo tempo, avrebbe potuto svolgere la funzione di inserire il popolo ebraico all’interno della società egiziana. In fondo più di una volta gli ebrei hanno svolto funzioni importanti anche nelle società in cui hanno vissuto: la storia del popolo ebraico, ma anche quella dell’umanità, sarebbe stata diversa, in quanto l’esperienza egiziana è nel DNA del popolo ebraico (pensiamo ad esempio all’idea di libertà e alla promulgazione dei 10 comandamenti).

Comunque, una volta accettata la leadership contro la sua volontà, Mosè sarà poi costretto più volte a pentirsene di fronte alle critiche e alle ribellioni  del popolo ebraico sia in Egitto sia nel deserto sorte in più occasioni:  la mancanza di acqua e di cibo, la scomparsa di Mosè che portò alla creazione del vitello d’oro, il reportage dei rappresentanti delle 12 tribù al ritorno dal “tour” esplorativo nella terra di Canaan, la protesta di Korach e della gente che era riuscito a trascinare nella protesta.

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Quando l’osservanza religiosa incontra lo sport

David Di Segni 

Religione e sport professionistico possono coesistere. Di esempi ne abbiamo diversi, come il campione del Baseball Sandy Koufax, che nel 1965 rinunciò alla prima partita delle Word Series di Baseball perché cadeva lo stesso giorno di Yom Kippur. Scelta che non gli ha impedito di diventare una leggenda dello sport, alzando al cielo per quattro volte il trofeo più ambito della categoria. Un altro di questi casi, portato alle cronache dal Times of Israel, è quello del diciottenne americano ed ebreo osservante Elie Kligman, studente della Cimarron-Memorial High School di Las Vegas e giovane promessa del Baseball. Alla domanda su come, in futuro, possa conciliare entrambe le cose, lui ha risposto: “La maggior parte dei ragazzi non gioca 162 partite all’anno. Se fossi un ricevitore, non giocare due giorni alla settimana sarebbe abbastanza normale, quindi non credo che sia così diverso da ciò che fanno gli altri. Mancherei solamente in giorni diversi”.

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