Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

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Perché si legge un libro pessimista come Kohèlet nello shabbàt di Chol Hamo’èd  Sukkòt?

Donato Grosser

Nel sabato di Chol Hamo’èd di Pèsach si usa leggere nel bet ha-kenèsset il Cantico dei Cantici (Shir Ha-Shirìm) composto da re Shelomò. A Shavu’òt si legge la meghillà di Rut e a Sukkòt si legge l’Ecclesiaste (Kohèlet), anch’esso composto da re Shelomò. Pèsach è la festa della liberazione dall’Egitto e dello “sposalizio” tra il Creatore e il popolo d’Israele; il Cantico dei Cantici che si legge a Pèsach è un’allegoria di questo amore tra l’Eterno e Israele.

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Le sukkòt: risveglio dall’alto/risveglio dal basso

Scialom Bahbout

Abiterete nelle capanne (succòt) per sette giorni ,…  poiché nelle capanne ho fatto abitare i figli d’Israele quando li ho fatti uscire dall’Egitto (Levitico 23: 43): Che tipo di capanne erano? Rabbi Eli’ezer dice: erano nubi di gloria, Rabbi Akivà dice: erano capanne vere e proprie (TB Sukkà 11b).

Rashi, sempre molto attento al significato letterale del testo, riporta solo l’opinione di Rabbi Eliezer, e quasi tutti i commenti, a partire dalla traduzione aramaica di Onqelos, concordano con Rashi. Ora il buon senso e la logica vorrebbero che quando la Torà parla di succòt, intende capanne in “carne e ossa” e non di nubi di gloria, ma Rashì sceglie proprio l’opinione di Rabbi Eli’ezer che viene poi sostenuta da molti Maestri. La decisione di Rashi è ancora più strana se si pensa che Rabbi Akivà nel Sifrà, il midrash halakhà al Levitico, sostiene che le capanne erano nubi di gloria e in genere la sua opinione prevale su quella degli altri Maestri.

Cosa ha spinto Rashì a sostenere che si trattava di nubi di gloria e non di  capanne? Perché Rabbi Akivà, il Maestro uscito indenne dall’esperienza mistica legata all’interpretazione della Torà, privilegia proprio quella che sembra essere la più banale e materiale?

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La donna e le mitzwot di Sukkot

Tratto da una pubblicazione in onore di Keren Perugia per il suo bat-mitzwà,  Chol Ha-Mo’ed Sukkot 5771. Da Torah.it

Gianfranco Di Segni

Una ben nota regola della Mishnà è che le donne sono esenti dalle mitzwòt ‘asè she-hazemàn gheramàn (mitzwot positive legate al tempo; Mishnà, Qiddushin 1, 7 e Talmud bavlì, Qiddushin 34a). Con questa espressione si intende dire “azioni da compiere in un determinato momento del giorno o dell’anno”. Per esempio, le donne non hanno l’obbligo di indossare né i tefillin né il talled, perché entrambe queste mitzwot, secondo l’opinione prevalente, si compiono solo di giorno e non di notte (se però, pur non avendone l’obbligo, le donne abbiano il permesso di osservare queste due mitzwot è un discorso complesso che esula da questo breve scritto).

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Nelle mitzvòt, l’Uomo conta più di Dio

Parashà di Emòr

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parashà di Emor, questa settimana, leggiamo quella che è chiamata la Parashat HaMoadot, la sezione sulle festività. La Torà esamina in dettaglio tutte le festività ebraiche da Pesach a Sukkot. Una descrizione così lunga la si può trovare solo nella Parashà di questa settimana e nel libro di Bamidbar in Parashat Pinchas, che elenca le offerte di Musaf. Dopo che la Torà ci descrive le feste di Pesach e di Shavuot, leggiamo il seguente versetto: E quando mieterai la messe della tua terra, non libererai totalmente gli angoli del tuo campo, né raccoglierai la spigolatura della tua messe. Li lascerai ai poveri e allo straniero, Io sono Hashem il tuo D-o. La Torà ci comanda di non mietere l’intero campo, ma di lasciare un angolo dei raccolti, e di non raccogliere le spighe che cadono durante la mietitura, perché sono destinate ai poveri e agli stranieri. Perché la Torà elenca queste mitzvot nel mezzo della descrizione delle festività? Questi comandamenti li abbiamo già trovati nella Parashà della scorsa settimana.

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Groviglio legale. Groviglio identitario

Caso Eitan. Di qua i diritti, di là la tradizione. E Israele si scopre divisa sul nuovo giudizio di Salomone

Meir Ouziel

Ci sono tragedie in cui il cuore si spezza e, quando per un attimo si intravede uno spiraglio di luce, si spezza ancora di più. È il caso della terribile vicenda che vede coinvolto, a suo scapito, Eitan Biran, 6 anni, l’unico superstite della tragedia del Mottarone, in cui ha perso i genitori, il fratellino e i bisnonni. Il disastro quel 23 maggio è stato immenso, ma poi è emerso, come in un giudizio di Salomone dei nostri tempi, che la contesa tra i due rami della famiglia del bambino si è trasformata in un’ulteriore tragedia che ha portato a un atto indicibile, il rapimento di Eitan dall’Italia verso Israele.

Dove dovrebbe crescere il bambino? È la domanda sulla bocca di tutti. Con i nonni e gli zii materni in Israele, che hanno presentato domanda di adozione in Israele e sostengono che questo è il futuro che avrebbero voluto per lui i suoi genitori, o con il ramo paterno della famiglia in Italia, il luogo in cui è cresciuto quasi dalla nascita?

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Riflessioni su Ecclesiaste e Coronavirus

Shabbàt Chol Hamo’èd Sukkòt

Rav Scialom Bahbout

L’epidemia dovuta al Coronavirus ha riportato in prima pagina l’esperienza della morte, che è rientrata improvvisamente e prepotentemente nella vita del singolo e della società. La morte era stata quasi bandita dalle case e confinata negli ospedali. La riflessione sulla morte e sulle epidemie ha spinto molte persone a cercare ispirazione nella lettura dei testi classici: ecco quindi che si tornano a leggere I promessi Sposi di Manzoni, il Decameron di Boccaccio o La Peste di Camus. Davvero strano che tra questi testi non trovi posto nessuno dei libri della Bibbia. Pur senza averle inserite nelle proprie leggi costitutive, l’Europa dichiara di ispirarsi alle radici giudaico-cristiane: ci saremmo quindi aspettati di trovare tra i testi proposti alla lettura e su cui riflettere qualcuno dei testi biblici. Ecclesiaste è un libro con molte domande e con qualche risposta per chi lo legge in momenti di crisi con la dovuta attenzione.

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Non è perché eravate più numerosi di tutti i popoli

Parashà di Bemidbàr

Rav Scialom Bahbout

Il libro di Bemidbàr (Nel deserto) è anche chiamato “homesh hapekudim”, il libro dei censimenti, perché contiene il resoconto del censimento del popolo d’Israele, eseguito per ben due volte: una prima volta dopo l’inaugurazione del Tabernacolo, in pratica solo pochi mesi dopo l’uscita dall’Egitto, e una seconda volta alla fine delle peregrinazioni nel deserto. Sappiamo quanto sia problematico l’uso di fare i censimenti, cosa la Torà proibisce espressamente, tanto che anche quando dobbiamo “contarci” per verificare se c’è o meno un minian non possiamo fare uso dei numeri, ma dobbiamo usare un verso composto da dieci parole. L’opposizione da parte ebraica a questo uso, perdere il proprio nome ed essere paragonati a un numero, è sempre stata molto forte e non è un caso che i nazisti abbiano deciso di incidere un numero su ognuna delle persone deportate e internate nei campi di sterminio o di lavoro. 

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