Che cosa è più bello: l’opera di Dio o l’opera dell’uomo? | Kolòt-Voci

Che cosa è più bello: l’opera di Dio o l’opera dell’uomo?

Parashà di Tazrìa’

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

La congiunzione delle due Parashot, Tazria e Metzora, che spesso vengono lette insieme senza interruzione, è notevole. La prima, Tazria, parla di nascita, la seconda, Metzorà, di una specie di morte (un lebbroso è considerato parzialmente morto; cfr Nedarim 64b). La Parashà di Tazria descrive l’accoglienza gioiosa di un nuovo ebreo mediante la milà, la circoncisione, mentre la Parashà di Metzorà racconta l’espulsione del lebbroso dalla comunità. La tensione tra questi due opposti, questa dialettica tra nascita e morte, tra piacere e dispiacere, tra gioia e rifiuto, ci parla della condizione umana in quanto tale. Inoltre, questa tensione contiene insegnamenti fondamentali dell’ebraismo.

Dopo aver delineato le leggi del parto, la Torà ci dà le leggi della milà. Il Midrash Tanchumà (Tazria 7) racconta un’affascinante conversazione su questa mitzvà. Turnus Rufus, un comandante romano particolarmente feroce vissuto durante le persecuzioni di Adriano in Palestina, chiese a Rabbì Akiva: “Che cosa è più bello: l’opera di D-o o l’opera dell’uomo?” Rabbì Akiva rispose: “Il lavoro dell’uomo”. Turnus Rufus, visibilmente turbato dalla risposta, chiese: “Perché fai la milà ai tuoi figli?” Rabbì Akiva rispose: “La mia prima risposta serve anche come risposta a questa domanda”. Al che Rabbi Akiva portò davanti al comandante romano alcuni steli di grano e del pane bianco e disse al romano: «Ecco, queste sono le opere di D-o, e queste sono le opere dell’uomo. Non sono forse più belle e utili le opere dell’uomo?». Disse il comandate a Rabbì Akiva: “Ma se D-o desidera che le persone fossero circoncise, perché non nascono con la milà? “Rabbì Akiva rispose: “D-o ha dato le mitzvot per temperare e purificare in tal modo il Suo popolo”. Il trionfante comandante romano, arrogante, orgoglioso e ubriaco di potere, in un atteggiamento di disprezzo, affronta un grande Rabbino di questo popolo conquistato e soggiogato con ferocia, un uomo che proclama che il più grande principio della vita è lo studio della Torà, e cerca di schernirlo. Non credete voi ebrei che l’uomo, in quanto creazione di D-o, sia già nato perfetto? La risposta lo spiazza. La Torà, le mitzvot, si basano sulla premessa che D-o ha trattenuto la perfezione dalla sua creazione, e ha lasciato all’uomo il compito di completare la creazione. Rabbì Akiva mostra a Turnus Rufus gli steli di grano e i pani bianchi per insegnargli che D-o ha creato il grano perché vuole che l’uomo ne faccia qualcosa di buono e di positivo. D-o vuole che l’uomo renda il mondo più perfetto. Questo, dunque, è ciò che milà ci insegna.

C’è però un contrario pericoloso. Se l’uomo è un creatore, c’è il pericolo che si inebri di potere, che cominci a vantarsi e e proclamare: “Il mio stesso potere e la mia stessa forza hanno compiuto tutto questo” (Devarim 8:17). Quando l’uomo si completa da sé, tende a diventare, nella sua immaginazione, auto-creatore e orgoglioso. Per aiutarci a evitare questa pericolosa illusione, abbiamo gli insegnamenti portati nella Parashà di Metzorà. Così come la milà nella Parashà di Tazria ci sprona a fare, così nella Parashà di Metzorà la legge dell’espulsione del lebbroso dal campo dove viveva tutto il popolo ci insegna a evitare l’illusione di poter fare tutto. L’umanità, quindi, deve essere consapevole che il suo compito è di essere un partner di D-o nella creazione.

Il Rabbino Moshe di Trani espande il concetto. Proprio come la milà insegna che l’uomo deve agire, così la sua particolare designazione per l’ottavo giorno insegna che le sue azioni non devono portare al mero accumulo di potere, di orgoglio e di importanza personale. Il numero sette è il simbolo della natura. Sette è il numero dei giorni della settimana, l’unità di tempo che stabilisce il ritmo della nostra vita. La terra, regolata dalle leggi dell’agricoltura, segue un ciclo di sette anni nell’ebraismo, quello della shemità. Il numero sette, quindi, sta per questo mondo nella sua pienezza. Il numero otto insegna che dobbiamo trascendere ciò che il sette simboleggia, dobbiamo andare oltre la natura e in qualche modo superarla. Se la mitzva della milà fosse il settimo giorno, il dovere dell’uomo sarebbe di rimanere nel mondo come nient’altro che un animale dotato di intelligenza. Ma la milà all’ottavo giorno insegna che lo scopo di tutta l’attività dell’uomo è di elevarsi oltre la perfezione del corpo e della mente, deve desiderare e aspirare a qualcosa di più elevato, deve crescere. La milà non è solo una mera operazione chirurgica, si tratta di un brit, un patto. Un patto tra D-o e l’uomo nella creazione, ma anche un patto che permette all’uomo di fare teshuvà, di pentirsi e di tornare sulla retta via. Nella Torà, riguardo la teshuvà, è scritto: “E circonciderà (umàl) il Signore D-o tuo il tuo cuore e il cuore della tua progenie” (Devarim 30;6). La circoncisione del proprio cuore comporta la rimozione della negatività dentro di noi in modo che possiamo vivere una vita piena di bontà e rettitudine, in modo e in modo da poter evitare di incorrere nel pericolo del doverci isolare in senso fisico e in senso figurativo a causa del nostro comportamento e del nostro inorgoglimento. Questo ci permette di essere persone migliori e di poter essere degni partner di D-o nella creazione in questo mondo.

Quando l’uomo controlla i suoi istinti, raggiunge il numero otto, va oltre la natura ed esprime il suo vero potenziale. Questo permette di essere persone migliori, di fare del bene a chi ci sta vicino, al nostro prossimo, a mettere al servizio di D-o e del prossimo le nostra capacità uniche nel loro pieno potenziale