Il pianto della speranza | Kolòt-Voci

Il pianto della speranza

Parashà di Vayiggàsh

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

In questa Parashà la riunione tra padre e figlio, stuzzica la curiosità: Yosef ha preparato il suo carro ed è andato incontro a suo padre, a Goshen; “ed egli apparve davanti a lui, si gettò al suo collo, e pianse sul suo collo, “od”” [Bereshit, 46:29]. Questa forma della frase lascia al lettore il compito di capire chi ha pianto e su chi. La parola “od”, inoltre, sembra fuori luogo – poiché il suo uso implica ancora o qualcosa di addizionale.

Se la parola doveva significare molto, la Torà avrebbe usato la parola meod o harbè. Da una semplice analisi testuale Yosef è il soggetto attivo della frase [Yosef ha preparato..è salito..] quindi è stato Yosef ad apparire a Yaakov e Yosef che ha pianto sulle spalle di Yaakov. Questo è l’approccio di Rashì: “Yosef apparve a suo padre e pianse sul collo”. E che dire della parola “od”? Rashi scrive: “E od [in questo contesto] significa pianto profuso Allo stesso modo, od nella frase “Poiché Egli non mette troppo (od) sull’uomo” (Giobbe , 34:23), è espressione di eccessi; il versetto significa “Egli non gli addebita false accuse, oltre ai suoi peccati effettivi. Anche qui Yosef pianse molto, più del solito”. Ci si può chiedere quanto sia troppo dopo essere stato venduto, reso schiavo e separato per 22 anni dalla propria famiglia. È proprio questo il punto. Rashi conclude: “Ma Yaakov non è caduto sul collo di Yosef, né lo ha baciato. I nostri Rabbini hanno detto che stava recitando lo Shemà”. Yaakov non poteva aspettare per dire Shemà?

Ramban solleva una ridondanza testuale: “Non capisco perché il testo dovrebbe informarci che Yosef è apparso a suo padre. Non è ovvio che si siano visti quando uno è caduto sulla spalla dell’altro?” Non è un protocollo appropriato che Yosef cada sulle spalle di suo padre. “Dal momento che Yosef non vede suo padre da così tanto tempo, sarebbe stato più appropriato che Yosef si inchinasse o lo baciasse prima che cadesse a piangere su Yaakov.. quando Yosef ha salutato i suoi fratelli, si sono inchinati”. Infine la parola “od”. “Ogni volta che compare, significa “oltre a qualcos’altro”, non “molto” o “eccessivo”. Così Ramban inverte la scena: “.. gli occhi di Yisrael erano offuscati dalla vecchiaia e Yosef non fu riconosciuto da suo padre. Anche i fratelli inizialmente non lo riconobbero. Non appena fu riconosciuto, quando si avvicinarono, Yaakov cadde al collo di Yosef, e Yaakov pianse ancora un po’, in continuazione del pianto costante per lui durante tutto il tempo che non l’aveva visto. Quindi Ramban porta un’altra prova contraria all’approccio di Rashi: “E ti porterò una prova che è stato Yaakov a piangere e non Yosef. Chi ha più probabilità di piangere? Il padre anziano che trova suo figlio vivo dopo la disperazione e il lutto per lui, o il giovane figlio che governa?”

Rav Hirsch sembra più incline all’approccio di Rashi e si chiede perché Yaakov non abbia pianto. ” Yosef, non Yaakov, pianse. Come mai? Yosef pianse molto, mentre le lacrime di Yaakov si erano da tempo prosciugate. Yosef continuò a piangere anche dopo che Yaakov aveva iniziato a conversare con lui. La vita solitaria e isolata di Yaakov era stata incentrata sul lutto per Yosef. Al contrario, Yosef aveva vissuto molti cambiamenti che non gli avevano permesso di soffermarsi sulla nostalgia di casa; questo incontro con suo padre suscitò in lui ricordi nostalgici e tutti questi sentimenti repressi uscivano con le sue lacrime”. Coinvolto nella sopravvivenza e poi nel successivo ruolo di viceré, Yosef non ebbe un momento di riflessione. Quando Yosef vede suo padre, gli tornano in mente vent’anni di tempo perduto.

Rimangono l'”od” e lo Shemà. Chizkuni, considera che abbiamo già visto Yosef piangere: quando: i suoi fratelli esprimono emozioni, quando vede Binyamin, quando rivela la sua identità ai suoi fratelli, quando abbraccia Binyamin, quando abbraccia i suoi fratelli, quando vede suo padre, quando suo padre muore e quando i suoi fratelli, preoccupati per la vendetta, inventano una storia per proteggersi. Oltre a Esav e Yaakov, chi piange in Bereshit sono Rachel, Yosef e Binyamin. Yosef, un uomo molto sensibile, figlio di una donna molto sensibile, era un uomo di grandi emozioni che comprese il potere del pianto. Ogni relazione era speciale e vitale. E che dire di Yaakov e lo Shemà? In un mondo che appare irrimediabilmente fratturato tra il bene e il male, dove gli opposti sembrano regnare inconciliabilmente, emergono barlumi di unità per l’anima sensibile. Quei momenti non possono essere sprecati.

Yaakov, che deve certamente chiedersi perché tutto questo stia accadendo, immagina Yosef in grado di guidare il suo popolo attraverso le acque agitate dell’esilio – vede quell’unità e non può sprecare l’opportunità. Così esclama a se stesso nel luogo più profondo dell’anima, Shemà Yisrael! Fammi ricordare questo momento e inciderlo sulla mia coscienza e in quella collettiva: sì, ci saranno tempi difficili e per quei momenti, lascia che questa istantanea di chiarezza offra la speranza.

Da questa narrazione impariamo che è normale che ci siano tempi difficili, tempi nei quali siamo portati a piangere (ed è giusto farlo) e durante i quali pensiamo non ci siano possibilità, ma dobbiamo fare tesoro delle esperienze positive e credere che con l’aiuto di D-o e con il nostro impegno andrà tutto bene, nell’ottica che D-o non ci abbandona ma ci accompagna durante tutto il nostro percorso.