Tecnicamente kashèr, ma vietato | Kolòt-Voci

Tecnicamente kashèr, ma vietato

L’Impossible pork e l’ebraismo. La strana storia del maiale vegetale

Rav Scialom Bahbout

La prima rivoluzione industriale, con lo sviluppo economico e ambientale che ha prodotto, ha creato molti problemi di cui oggi lentamente i governi si rendono conto: quale impatto ha avuto questa rivoluzione sul mondo ebraico e sulla Halakhà, che è il modo ebraico con cui l’ebraismo risponde ai cambiamenti. La rivoluzione digitale e le nuove tecnologie, assieme alla creazione di nuovi prodotti alimentari, hanno creato non pochi problemi, ma hanno anche permesso di risolverne altri e creare nuove opportunità. Gli ambiti in cui la Halakhà è stata chiamata a cercare una soluzione ai problemi che via via sono sorti sono vari: lo shabbath, la kasheruth, Pèsach, l’utilizzazione dei sistemi di comunicazione nelle riunioni di Beth din, partecipazione alle tefilloth, l’alimentazione ecc.

Per quanto concerne l’alimentazione, gli ebrei sono stati i primi a occuparsi in maniera professionale della certificazione degli alimenti: la Orthodox Union – l’azienda di certificazione alimentare più nota e maggiormente diffusa di cui si occupa da oltre cento anni, ha rifiutato recentemente di certificare una richiesta di kasheruth da parte di un’azienda che produce, tra l’altro, ciò che chiama “Impossible pork”: un prodotto che ha il sapore del maiale, ma che contiene solo ingredienti che sono tutti kasher. Quale principio ha indotto i responsabili della OU a rimandare al mittente la richiesta?

Penso che possano essere applicati in questo caso, il concetto “Simanà miltà hi”:  cioè un simbolo può avere un’influenza pratica sulla vita. Questo è il senso dei vegetali che si mangiano la sera di Rosh hashanà, come simbolo che possa influenzare l’anno che sta per iniziare, oppure il principio “Halakhà veen morim ken”, cioè una certa cosa potrebbe essere permessa, ma viene proibita perché può generare confusione tra il pubblico.

Per quanto concerne il primo principio, non c’è dubbio che nell’esperienza ebraica di tutti i giorni, mangiare qualcosa che porta su di sé il nome Pork ha un’influenza sul linguaggio e sulla fantasia di chi ne fa uso. Insomma sembrerebbe quasi che si voglia mangiare quell’alimento in quanto non si può fare a meno di mangiare carne di maiale: esiste il pericolo che si possa andare ben oltre l’alimentarsi dell’Impossible pork, per sentirsi completamente simili agli altri.  Insomma i Maestri non si soffermano solo sugli aspetti tecnici, ma guardano anche agli aspetti psicologici, collegati con ciò che si mangia: il nome non è “kasher” e ciò è che lo rende immangiabile. Si accusa la Halakhà di essere formalista, mentre vediamo che la Halakhà si occupa anche degli aspetti spirituali e psicologici delle persone.

Il concetto “Halakhà veen morim ken” ha un’applicazione ampia in vari ambiti e ha lo scopo di evitare che le persone, a partire da qualcosa che viene permesso, possano poi arrivare a essere più indulgenti nell’osservanza dello shabbat, nell’impegnarsi a studiare o insegnare Torà. Alcuni esempi: in linea di principio si potrebbe rispettare l’obbligo di studiare Torà anche con la sola lettura dello Shemà, alla sera e al mattino, ma questo non si insegna perché questa idea potrebbe diffondersi ed essere applicata anche all’educazione dei figli; sarebbe permesso mettere i Tefillin anche alla sera, ma non lo si fa perché ci si potrebbe addormentare e la cosa sarebbe disdicevole per la santità dei Tafillin.

L’uso della tecnica e le nuove tecnologie che la scienza mette a nostra disposizione sono viste con favore dall’ebraismo. Ecco alcuni esempi in cui c’è stata (e c’è ancora) discussione.

A) La produzione delle mazoth con macchinari ad hoc: la produzione fatta a mano è essenziale per garantire la kavvanà (ricordo che la signora che faceva le mazzoth a Tripoli mentre le lavorava diceva sempre mazzà mazzà); le impastatrici e le altre macchine usate non potevano garantire la pulizia necessaria per evitare che grumi di hamez rimanessero nelle macchine (motivo per cui a rigore bisogna fermare e pulire le macchine ogni 18 minuti per evitare la formazione di hamez); l’uso dei macchinari avrebbe ridotto il numero delle persone (specie donne) che si occupavano della preparazione delle mazzot, che per molte famiglie costituiva un’importante entrata economica che le avrebbero messe in grave difficoltà;

Che i Maestri non si occupavano solo di aspetti tecnici, è  quanto viene raccontato a proposito della produzione di mazzoth in una cittadina lituana: Gli allievi di Rabbi Israel Salanter (fondatore del movimento Musar, “morale”) chiesero al loro maestro che era malato e non poteva assistere di persona alla preparazione delle mazzoth, a cosa dovevano fare attenzione durante la lavorazione per evitare di fare hamez, rispose: Non sgridate quella signora anziana che fa le mazzot! A questo dovete stare attenti!

Lo shabbath (e il giorno di festa) è stata l’istituzione in cui le nuove tecnologie hanno avuto un impatto più importante. Intanto bisognava decidere se l’energia elettrica poteva essere paragonata al fuoco. E’ chiaro l’energia elettrica veniva a sostituire quella prodotta dalla legna o dal carbone e che in sostanza al suo uso dovevano essere applicate le stesse norme del fuoco, ma questo doveva essere il prodotto di una analisi approfondita del fenomeno. Analisi successive hanno richiesto approfondimenti sulla natura della produzione della luce, sulle lampadine con filamenti incandescenti, le lampade al neon, le lampadine Led, i sensori di ogni tipo e i piani cottura che funzionano con induzione magnetica di più recente produzione.  La situazione si è via via complicata a seguito dell’introduzione dei semiconduttori (ampiamente usati nei sensori e nelle lampade Led): in certi casi si potrebbero trovare elementi per permettere determinate azioni; tuttavia in questi casi si applica il principio per cui il pericolo che il sabato possa divenire una giornata simile agli altri giorni della settimana impone la cautela e non viene permesso, secondo il principio “Halakhà  veen morim ken” o meglio ancora non si fanno di shabbat cose che possono essere considerate feriali (Uvda dekhulin), in modo da trasformare l’atmosfera dello shabbat.

Tuttavia, l’uso dell’energia elettrica – se preparato prima dello shabbat – ha permesso di sostituire i forni a carbone con la platta, la piastra che funziona con l’energia elettrica per tenere in caldo i cibi, cosa decisamente più semplice; riscaldare o arieggiare gli ambienti con l’uso di un timer cosa che ha reso lo shabbath più piacevole (ma che taluni avevano proibito). Ricordiamo che, accanto alla mizvà Shamòr  – osserva – e quindi astieniti dalle opere proibite di shabbat – c’è anche la mizvà Zakhòr (ricorda) che ci chiede di trasformare lo shabbath anche in una giornata piacevole (Vekaràta lashabbat ‘onegh).     

L’applicazione della Halakhà presuppone una conoscenza ampia di molti aspetti e soprattutto una sensibilità tale da impedire di incorrere in facilitazioni o rigori che non sono necessari e possono creare danni all’insieme delle mizvoth.

Uno degli aspetti non trascurabili della mancata approvazione dell’Impossible pork è il messaggio che si vuole dare a ebrei e non ebrei: l’ebraismo viene spesso criticato per essere troppo formalista. Questo e molti altri esempi dimostrano che i Maestri della Halakhà (i Poskim) hanno a cuore l’immagine della Torà e che le scappatoie non sono sempre percorribili. Le relazioni tra le singole mizvoth sono innumerevoli: solo chi non ha una visione parziale, ma una visione completa della Torà e dell’Halakhà sia nel suo insieme che nei particolari, è in grado di dare una risposta corretta ai nuovi problemi.

Non solo le azioni, ma anche le parole hanno una loro valenza, superiore agli ingredienti: la storia di una parola non può essere stravolta e perdere quei connotati negativi che l’avevano contraddistinta.

Scialom Bahbout