Nove domande sull’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982 | Kolòt-Voci

Nove domande sull’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982

David Pacifici

Nel corso della serata con cui abbiamo segnato a Gerusalemme nel 2012 i 30 anni dall’attentato al Tempio di Roma e ricordato la tragica morte di Stefano Michael Gaj Tachè z”l (l’audio della serata è qui: www.archivio-torah.it/attentato82.mp3), ho avuto modo di esporre come vittima e testimone la mia ricostruzione del terribile evento. Visto che ho presentato alcuni elementi sfuggiti alla maggior parte delle persone e che costituiscono ancora oggi interrogativi angoscianti, vorrei condividerli con voi.

  1. La totale assenza delle forze dell’ordine, vigili urbani inclusi, intorno al Tempio solo quella mattina è un fatto assodato. Meno noto che il presidente Cossiga abbia dichiarato a Menachem Ganz: “Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene quella mattina, nell’ambito di quell’accordo di cui mi hanno sempre negato l’esistenza, forse tutto sarebbe andato diversamente…”. Cioè, non lo sapeva allora, lo ha saputo dopo. Chi ha dato l’ordine?
  2. Le bombe a mano. In nessuno delle centinaia di attentati in Europa o in Israele compiuti da terroristi palestinesi sono mai state utilizzate le bombe a mano. Il motivo è semplice: in campo aperto se l’attentatore non trova immediato riparo resta colpito anche lui. Lanciare rimanendo in posizione eretta è contro ogni regola, ma è ciò che è avvenuto nel nostro caso con una distanza tra terrorista e vittime di soli 10 o 15 metri. E allora? I terroristi hanno evidentemente utilizzato bombe a carica ridotta da esercitazione lanciandole non tra la gente ma il più lontano possibile nel giardino, in zone dove non c’era nessuno: davanti al portone principale o verso il Tempio Spagnolo e questo posso affermarlo avendole viste volare sopra la mia testa. In pratica senza fare danni, sollevando ghiaia: ed infatti la gente gridava “sassi! sassi”. Le bombe che ho seguito con gli occhi e che ho disegnato per i disinteressati inquirenti, avevano un manico: è un accorgimento che consente di lanciarle del 50% più lontano. Due bombe hanno causato il peggio: una ha colpito, probabilmente per un lancio errato, la colonnina dove oggi c’è la lapide ed è caduta per terra (dove ha lasciato un foro) tra le gambe di Stefano e Gadi e di alcuni dei feriti più gravi. La seconda lanciata verso il Tempio Spagnolo, quindi molto distante, è esplosa a mezz’aria colpendo e la famiglia Hazan che attraversava la strada. Queste considerazioni mi hanno convinto che l’attentato doveva essere dimostrativo, senza provocare morti ma solo feriti. Un maledetto imprevisto lo ha trasformato in tragedia.
  3. I mitra. In tutti gli attentati in Europa di quell’anno i mitra sono stati utilizzati per finire senza pietà i feriti delle esplosioni di ordigni ad alto potenziale. Nel nostro caso i terroristi hanno sparato in aria solo per coprirsi la fuga. Due di essi erano appostati a protezione degli altri all’angolo tra via Catalana e Portico d’Ottavia, dove i feriti più leggeri ed i soccorritori improvvisati transitavano correndo per raggiungere l’ospedale, ma non hanno interferito. Ancora, non volevano uccidere, sarebbe stato facilissimo.
  4. Il fotografo di via Catalana. Si chiama Roberto Barberini, ancora lavora. Si occupava di cronaca nera, spesso si univa alle “volanti”: cosa ci faceva in ghetto di sabato mattina, posto sempre tranquillo, e vicino al Tempio dal quale la nostra sicurezza lo avrebbe certamente allontanato? Aveva captato l’ordine dato alle forze dell’ordine di non presentarsi? O, visto che la sua seconda specializzazione era ed è la fotografia dei politici in pose casual, e quindi li frequentava, aveva ricevuto una dritta? Abbiamo sei o sette foto scattate da lui ai feriti con poco contorno e pubblicate dalle riviste. È facile capire dallo stato dei feriti che si è mosso da Portico d’Ottavia (prima foto a Shulamit Orvieto) verso le “tre palme” (ultima foto di Max Shangar caricato in un’auto). In queste foto si vede che le forze dell’ordine non erano ancora arrivate, i soccorritori sono tutti ebrei: quindi ha iniziato a scattare subito dopo la fuga dei terroristi. Ma quante foto ha scattato senza pubblicarle? Un professionista che si trova in una circostanza del genere scatta un rullino dopo l’altro. Dove sono le altre foto, in particolare quelle a tutto campo? Possiede foto dei terroristi in azione? Qualche giudice ha disposto una perquisizione a sorpresa del suo studio? Non credo. Infine, perché non ha documentato il “dopo”, il dispiegamento dei soccorsi, le ambulanze, la rabbia di tutti noi ed è sparito nel nulla?
  5. L’arrivo delle forze dell’ordine. Uscito dall’appartamento dove mi ero riparato ho assistito all’arrivo delle forze dell’ordine giunte quando tutti i feriti erano già stati evacuati, io sono salito sull’ultima ambulanza. Chi è arrivato? Di tutti i corpi possibili la Guardia di Finanza, in forze. Da dove, perché loro? Solo dopo sono arrivati poliziotti e carabinieri.
  6. L’ospedale Fatebenefratelli. Di sabato le sale operatorie sono chiuse e le équipe chirurgiche fanno il weekend. Quel sabato invece erano state convocate all’ospedale per attività di “aggiornamento”. Quando i feriti arrivarono era pronta una struttura formidabile. Un caso?
  7. Il fotografo di Lungotevere. Si chiama Massimo Capodanno. Sono sue le foto che ritraggono mio figlio Jonathan in braccio ad un vigile ed a una vigilessa nel breve momento in cui mi accomodavo nel posto di dietro di una 127 due porte della municipale e loro me lo passavano. (Siamo quasi un’ora dopo l’attentato, avevo portato Jonathan al Fatebenefratelli ma visto il sovraccarico dei medici dopo un po’ ho deciso di spostarci al Bambino Gesù). Quali altre foto ha scattato prima? Possono aiutare la ricostruzione della tragedia?
  8. Il lodo Moro. Grazie alle rivelazioni del presidente Cossiga finalmente sappiamo per certo ciò che abbiamo sempre sospettato: “In cambio di una ‘mano libera’ in Italia i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e l’immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. Cioè esclusi gli ebrei. Dopo le leggi razziali ed il 16 ottobre, il primo tradimento del regno fascista, ecco come ci ha traditi la repubblica democratica. L’attentato del 9 ottobre dell’82 non infrangeva il patto, era uno scellerato “diritto” dei palestinesi. (Il lodo Moro, a giudizio di Cossiga, è ancora vigente, anche con gli Hezbollah in Libano: i caschi blu chiudono gli occhi, migliaia di missili vengono schierati contro Israele, ma il contingente italiano è salvo!)
  9. Le indagini. Sono state una semplice formalità. Su imbeccata israeliana i Greci hanno fermato uno dei terroristi, l’Italia ha tentennato sull’estradizione e i greci lo hanno portato e liberato in Libia. L’Italia, ad oggi, non ha mai richiesto l’estradizione. Poi, sembra una presa in giro, lo ha condannato all’ergastolo, uccel di bosco.

Mettendo insieme tutti questi fatti arrivo ad una sola conclusione. Altissimi livelli politici (il “grande vecchio” degli anni di piombo?) o i servizi segreti deviati di piazza Fontana, Bologna ecc. hanno approvato una azione palestinese. Un attentato vetrina per Arafat, forse un modo traumatizzante di fermare l’escalation antiebraica in corso nel paese per l’Italia. Hanno tolto le forze dell’ordine intorno al Tempio, forse predisposto i soccorsi ospedalieri e dato luce verde ad una condizione: niente morti. I palestinesi hanno accettato e si sono attenuti: il lancio troppo basso di una bomba ha mandato letteralmente tutto all’aria. Stefano Michael ha pagato con la vita.

David Pacifici (2012)