L’ascolto, la visione e la parola | Kolòt-Voci

L’ascolto, la visione e la parola

Parashà di Vaetchannàn

Rav Scialom Bahbout

La Parashà di Vaetchannan, la prima che leggiamo subito dopo l’invito della conquista della Terra promessa in cui Israele avrebbe dovuto stanziarsi e applicare la Torà,  contiene aspetti importanti delle leggi che avrebbero regolamentato la vita del popolo nella Terra promessa. In questo non è certamente unica, ma ciò che la caratterizza è che in essa troviamo due dei brani più importanti della Torà, intesa come legge e come pensiero cui deve ispirarsi la vita del singolo e della società ebraica: il Decalogo e lo Shemà’.  Non c’è dubbio che la rivelazione del Decalogo rappresenti il momento più significativo nella vita dell’ebreo e del Mondo; tuttavia la tradizione ha riservato proprio allo Shemà’ un ruolo preminente nella giornata dell’ebreo: la sua lettura per due volte al giorno e la sua declamazione nei momenti più importanti della vita: al risveglio e nel momento della morte. Di fatto lo Shemà’ rappresenta la quintessenza dell’identità ebraica, la dichiarazione di fede dell’ebreo.

Nel Tempio di Gerusalemme ogni mattina si leggevano prima i Dieci comandamenti e poi lo Shemà’. Da quando una setta, sorta nel senso del popolo ebraico, iniziò a predicare che il solo Decalogo era di origine divina e non il resto della Torà, i Maestri decisero di eliminarne la lettura e di lasciare solo allo Shemà’ il ruolo di preghiera simbolo della Torà: questo il motivo per cui i Maestri esclusero la lettura del Decalogo dalle preghiere quotidiane.

E’ interessante notare che nel testo di questa Parashà i due brani appaiono nella sequenza in uso nel Tempio: infatti il Decalogo precede lo Shemà’! La tradizione ha poi elaborato un sistema per ritrovare nello Shemà’ le norme contenute nel Decalogo. Abudraham nel suo commento alla tefillà (Chibbùr Perùsh HaberakhòtVehatefillòt, Hozaàt Yerushalàyim 5719, pp. 84-85) indica la seguente corrispondenza – non sempre evidente  -tra il primo brano dello Shemà’ e i Dieci comandamenti:

Io sono il Signore tuo DioAscolta Israele il Signore è il nostro Dio
Non avrai altri deiIl Signore è uno
Non pronunciare il Nome invanoAma il Signore tuo Dio
Osserva il giorno (yom) dello shabbàtQueste parole che Io ti comando oggi (hayòm)
Onora tuo padre e tua madreLe insegnerai ai tuoi figli
Non uccidereQuando camminerai per la strada
Non commettere adulterioQuando ti corichi
Non rubareLe legherai come segnosul tuo braccio
Non fare falsa testimonianzaSaranno come frontali tra i tuoi occhi
Non desiderareLe scriverai sugli stipiti della tua casa

In tal modo, durante la lettura dello Shemà’ bisogna avere la kavvanà (la concentrazione e attenzione) rivolta anche ai Dieci comandamenti.

Ma cos’è che ha contribuito a riservare allo Shemà il ruolo che tutti gli riconoscono?

Ogni parola di questo verso è degna di un attento studio, ma è la prima – il verbo Shemà’ – che merita un’attenzione speciale.

C’era una profonda differenza tra le due civiltà dell’antichità che plasmarono la cultura dell’Occidente: l’antica Grecia e l’antico Israele. I greci erano i massimi maestri delle arti visive: arte, scultura, architettura e teatro. Gli ebrei non lo erano. Dio, l’unico “oggetto” di adorazione, è invisibile. Egli trascende la natura. Ha creato l’universo ed è quindi al di là dell’universo, pur essendo presente in esso. Non può essere visto e si rivela solo nella parola. Perciò l’atto religioso supremo nell’ebraismo è ascoltare. L’antica Grecia era una cultura dell’occhio; l’antico Israele una cultura dell’orecchio. I greci adoravano ciò che vedevano; Israele ha adorato ciò che ha ascoltato.

L’ebreo non vide, ma udì e l’organo con cui percepisce la realtà è l’orecchio.

Ecco perché la parola chiave dell’ebraismo è Shemà’. Dio non è qualcosa che vediamo, ma una voce che sentiamo. Nella parashà di Vaetchannan, queste sono le parole con cui Mosè descrive la rivelazione sul Monte Sinai: Allora il Signore ti ha parlato dal fuoco. Hai sentito il suono delle parole ma non hai visto alcuna forma; c’era solo una voce. (Deuteronomio 4:12)

Ciò ha implicazioni per l’intero Ebraismo: il modo di intendere il mondo, e di rapportarsi ad esso, è fondamentalmente diverso da quello dei greci, e della tradizione filosofica greca. L’Ebraismo è una cultura dell’ascolto, cosa diversa dalla cultura del vedere.

Shemà’: parola chiave

In mancanza di un verbo il cui significato è obbedire, l’obbedienza nella Torà è rappresentata dal verbo lishmòa’ che tuttavia ha vari significati. Rav Jonathan Sacks z.l. individua cinque diversi significati primari del verbo:  

1) ascoltare, prestare attenzione – come in “Taci, Israele, e ascolta [u-shema]” (Deuteronomio 27:9)

2) sentire – come in “Ho sentito [shamàti] la tua voce nel giardino e ho avuto paura” (Gen 3,10)

3) capire – come in “Venite, scendiamo e confondiamo la loro lingua in modo che non si capiscano (yishme’ù) l’un l’altro” (Gen. 11, 7)

4) interiorizzare, prendere a cuore – come in “E quanto a Ismaele ti ho ascoltato (shem’atikha)” (Gen. 17,20), cioè: “Ho tenuto conto di ciò che hai detto” 

5) rispondere con l’azione – come in “Abramo fece (vayishmà) ciò che disse Sara” (Gen. 16:2).

Quest’ultimo senso è lo shemà’ che più si avvicina al significato di “obbedire”.

Nell’ebraico rabbinico shemà’ ha ancora altri significati: accettare, ricevere come parte della tradizione orale e altri ancora.  Quando diciamo che si può trarre una certa conclusione, diciamo mashma o shema mina o ta shema. Quando vogliamo dire che capiamo, usiamo la frase shomèa’ ani, e quando qualcuno non ha accettato un’idea, diciamo lo shemìa’ leh. Una norma ricevuta dalla tradizione si chiamamipì hashemu’a. Tutti queste sono espressioni che hanno a che fare con l’ascolto. Per i greci, la verità è ciò che vediamo. Per gli ebrei, è ciò che sentiamo.

Ogni civiltà ha delle parole che non sono completamente traducibili nelle altre lingue: un esercizio importante è quello di individuarle e cercare di capire quella civiltà dalle sue parole chiave per capire meglio una civiltà e la sua cultura.

Shemà’ è intraducibile ed è l’esempio supremo di una cultura dell’orecchio. L’Ebraismo è una civiltà dell’ascolto, quindi dà estrema importanza allo studio e all’insegnamento (come troviamo nel brano dello Shemà’), dell’ascolto di una generazione verso l’altra,  I comandamenti non sono senza senso e l’uomo deve cercare di capirli per osservarli meglio. Se lo sforzo non ha dato risultati è segno che l’indagine deve essere ancora approfondita.

Quando D-o non può essere visto può ancora essereascoltato, e l’udito rappresenta un incontro profondo più intimo e trasformativo del vedere. Una delle differenze più importanti e meno comprese tra le due grandi civiltà dell’Occidente – che il filosofo politico Leo Strauss definisce come Atene e di Gerusalemme – sta proprio nel loro modo di porsi di fronte alla realtà: Atene

eccelleva nell’arte, nell’architettura, nella scultura e nel teatro – nelle arti visive. In questi ha raggiunto una grandezza eccezionale, ripetuta nello sviluppo dell’arte nell’Italia rinascimentaleGli ebrei non eccellevano in nessuna di queste cose, ma il loro contributo all’Occidente non fu meno importante. La ragione è che il loro interesse era completamente altrove, non nella vista ma nel suono, non nel vedere ma nell’udire. L’ebraismo è l’esempiomassimo di una cultura non dell’occhio ma dell’orecchio. Il pagano percepisce il Divino nella natura attraverso l’occhio, e ne prende coscienza come qualcosa da guardare. All’ebreo, invece, che concepisce Dio come al di fuori della natura e prima di essa, il Divino si manifesta per volontà e per mezzo dell’orecchio. Il pagano vede il suo Dio, l’ebreo lo ascolta, cioè conosce la sua volontà.

Tradimento dell’Ascolta

Le idee ebraiche e greche si sono unite nel Cristianesimo. Nato – come abbiamo già evidenziato – come una setta all’interno dell’ebraismo, presto, non essendo riuscito a farsi strada tra gli ebrei, si diffuse nel mondo romano: i primi testi cristiani furono scritti e pubblicati in greco. Sebbene il cristianesimo abbia portato molte idee ebraiche nel mondo non ebraico (come afferma Maimonide), lo ha fatto in traduzione, e i concetti ebraici più profondi sono intraducibili in greco . Per quasi duemila anni, l’ebraismo è stato conosciuto in Occidente attraverso il filtro di lingue e culture, di ispirazione ellenistica, che semplicemente non potevano esprimere il suo messaggio nella sua forma originaria.

Nella descrizione della rivelazione, troviamo scritto che il popolo “vedeva i suoni”: dall’attenzione che si pone al suono capiamo perché la tradizione ebraica è così attenta alla parola.

I patriarchi e i profeti dell’antico Israele furono i primi a capire che D-o non fa parte del mondo visibile, ma è al di là. Da qui la proibizione delle immagini e delle rappresentazioni visive della Divinità. In nessun luogo questo è spiegato più profondamente che nel grande incontro tra Dio e il profeta Elia sul monte Horeb:

Il Signore disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore, perché il Signore sta per passare.” Allora un vento grande e potente fece a pezzi i monti e fece esplodere le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. E dopo il fuoco venne un dolce sussurro. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, uscì e si fermò all’imboccatura della caverna. (I RE, 19, 11 – 13)

In definitiva santi non sono i luoghi sacri o le meraviglie della natura, ma le parole. Dio ha creato il mondo fisico con dieci maamarot (detti – espressioni) e il  mondo morale con le dieci parole (Dibberot), donando all’umanità la Torah.

La realtà vede lo scontro di forze potenti, ciascuna delle quali è fondamentalmente indifferente al destino dell’umanità. Un terremoto non si ferma a pensare chi morirà, il libero mercato non fa distinzioni morali. Il riscaldamento globale colpisce allo stesso modo gli innocenti e i colpevoli. Un mondo confinato al visibile è un mondo impersonale, sordo alle nostre preghiere, cieco alle nostre speranze, un mondo senza significato generale, in cui siamo intrusi temporanei che devono proteggersi come meglio possiamo dalle casuali crudeltà del destino. La cultura secolare di oggi – dominata dalla televisione, dai video, da Internet e dallo schermo del computer – è una cultura visiva, un mondo di immagini e icone, un nuovo poliuteismo. L’ebraismo, al contrario, è l’esempio supremo di una civiltà centrata sulla persona – e le persone comunicano con parol e con il linguaggio.

Tre idee fondamentali attraversano l’esperienza ebraica: creazione, rivelazione e redenzione: dobbiamo quindi ascoltare meglio ciò che ci è stato comandato, porci le domande giuste: la domanda è alla base dell’esperienza fondante dell’ebraismo. Per quanto possibile dobbiamo cercare di capire perché è stato dato un comandamento, e da qui l’enfasi, sui bambini che fanno domande: in una cultura autoritaria, le domande sono scoraggiate.

Certo, l’obbedienza ai comandamenti non dovrebbe mai essere subordinata alla loro comprensione. È una contraddizione in termini dire che chi non comprende o non è d’accordo con una legge, è libero di infrangerla. Chi pensa questo non ha capito cosa sia una legge. Come già affermato, l’ebraismo è una fede indagatrice, che richiede il pieno esercizio della mente.

Shemà’ Israel non significa “Ascolta, Israele”. Significa: “Ascolta concentrandoti e sforzandoti di capire, coinvolgendo tutte le tue facoltà, intellettuali ed emotive, e fai che la tua volontà si identifichi con la sua volontà.”

Oggi nell’era della comunicazione, nell’era della ricerca frenetica della conquista del maggiore ascolto, l’invito dell’Ascolta è sempre più necessario: in un mondo dove risuonano molti, forse troppi messaggi, dove l’ascolto è difficile e il più delle volte approssimativo e senza la disponibilità a un vero ascolto, sapere porgere l’orecchio – non solo quello fisico, come dicono i nostri commentatori medievali – nel modo e nel momento giusto, è fondamentale per ogni esperienza religiosa.

Fuga dalla civiltà?

L’uomo moderno, disturbato dal frastuono che lo circonda, stenta a mettersi in ascolto: la fuga dalla civiltà, mediante il ritiro in luoghi appartati, protetti e lontani da una società sempre più rumorosa, spesso tentano l’uomo, in quanto questa strada sembra essere la soluzione più semplice per cercare di ascoltare la Voce. L’ebraismo ha tuttavia sempre cercato di coniugare insieme l’esperienza individuale con quella collettiva, perché laddove l’individuo ha difficoltà a porsi in ascolto, gli potrebbe essere più facile farlo, se inserito in una collettività che lo aiuta e lo guida nella sua ricerca dell’Ascolta.

Non c’è dubbio che l’ebraismo, come religione rivelata, tenda sempre a sottolineare l’importanza della prima rivelazione, quella del monte Sinai; tuttavia i Maestri insegnano che ogni giorno, e non una sola volta nella storia, una Voce risuona sul monte Chorèv, il monte Sinai: sta all’uomo cercare di raccoglierla, porgendo l’orecchio ai suoni che arrivano dal creato e dalla storia dell’uomo.

Possiamo ora comprendere anche uno degli insegnamenti più strani dei Maestri: “Se una persona sta passeggiando mentre recita gli insegnamenti mishnaici, e interrompe i suoi studi per dire: Com’è bello quell’albero, o Com’è bello quel campo, è come se avesse commesso un peccato mortale” (Pirkè avot cap. 3, 7).Non è che l’ebraismo non desideri che godiamo delle bellezze della natura. Infatti, c’è una benedizione speciale da dire nel vedere gli alberi in fiore alla fine del mese di Nissan. Il peccato sta nel fatto che una tale personaabbandoni il mondo del suono (Mishnah, cioè “Torah orale”) in favore del mondo della vista.

Chi è addestrato nell’arte dell’ascolto può udire non solo la voce di D-o, ma anche il grido silenzioso dei soli, degli afflitti, dei poveri, dei bisognosi, dei trascurati, degli inascoltati. Perché la parola è il più personale di tutti i gesti, e l’ascolto il più umano – e al tempo stesso il più divino – di tutti i doni: Dio ascolta e ci chiede di ascoltare.

Ecco perché il più noto fra di tutti i precetti – quello che leggiamo nella parashà di questa settimana – le prime parole ebraiche che abbiamo imparato da bambini, le ultime parole pronunciate dai martiri ebrei mentre andavano alla morte, parole incise nell’anima di ogni ebreo, sono Shemà’Israel“Ascolta, Israele”. E ora comprendiamo anche perché, mentre diciamo quelle parole, ci copriamo gli occhi, per escludere, anche per un solo momento, il mondo della vista, in modo da poter entrare più pienamente nel mondo del suono e dell’ascolto della sua parola.

Nel silenzio, quando ognuno si è fatto quasi deserto – midbàr – possiamo ascoltare la sua parola – davàr.

Scialom Bahbout

Queste testo è basato sul libro “Lo Shemà” (da me scritto)  e sulla lettura di testi di rav Jonathan Sacks