La fede incrollabile dell’ebrea del ‘600 | Kolòt-Voci

La fede incrollabile dell’ebrea del ‘600

Reclusa, violentata, derubata dei figli; Pacifica Citoni non si piegò mai alla conversione forzata al cristianesimo. La sua vicenda è stata ritrovata negli archivi della Comunità ebraica di Roma da Susanna Limcntani. Eccola.

Edoardo Sassi

Nulla le fece cambiare idea: non le prediche coatte, non le ripetute minacce, non le reclusioni. Nulla. Neanche il battesimo forzato dei due figli che le furono strappati per sempre dopo averglieli crudelmente mostrati un’ultima volta. E nemmeno la violenza carnale di cui fu vittima, da parte di un marito despota che invece, lui si era convertito al cristianesimo e che più volte tentò di «offrire» la moglie alla nuova fede.

Nonostante tutto Pacifica Citoni, sposata Di Castro, giovane donna ebrea vissuta nella Roma della fine del XVII secolo, ebrea restò. E la sua storia – una storia di fierezza e resistenza inedita fino a oggi – è ora oggetto del libro di Susanna Limentani, Opporsi alla conversione. Un testo autoprodotto, che l’autrice, non una storica di professione, ha voluto scrivere con l’obiettivo di «restituire dignità e memoria a questa donna forte, tenace, ostinata, consapevole del prezzo da pagare per la sua condotta, ma determinata nel restare fedele alla sua identità religiosa».

La vicenda di Pacifica, di cui ancora oggi si ignorano data di nascita e morte, prende l’avvio dal ritrovamento di un memoriale manoscritto, conservato presso l’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma (Ascer), uno dei più importanti in Europa, dove si conservano documenti relativi al periodo compreso tra gli inizi del Cinquecento e il XX secolo, oltre a una biblioteca che i nazisti privarono di settemila preziosi volumi, scelti all’epoca uno a uno e mai più ritrovati.

Ed è tra queste migliaia di documenti su false accuse di omicidio rituale, su battesimi forzati, sulle mille restrizioni e vessazioni cui era soggetta la popolazione ebraica durante il periodo del ghetto, istituito a Roma nel 1555 da Papa Paolo IV Carafa e durato fino al 1870-che Limentani ha «pescato» queste quattro pagine, rintracciate nel fondo «False accuse, battesimi forzati e catecumeni (1540– 188o )».

«Un documento totalmente inedito», confermano i responsabili dell’Ascer Silvia Haia Antonucci e Claudio Procaccia. E che aggiunge un tassello rilevante in un ambito di studi di settore – quello sulle conversioni coatte – caratterizzato da una vasta bibliografia, a partire dal volume di Marina Caffiero, Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei Papi (Vlella, 2004).

Il ritrovamento delle carte sulla drammatica vicenda di Pacifica – «il primo documento in assoluto su cui mi è caduta la mano, ma più che a un colpo di fortuna, ho quasi pensato che lei volesse mettersi in contatto con me», sorride Limentani – non è avvenuto del tutto per caso.

Susanna è la discendente di un’antica famiglia assai nota a Roma, non solo nella Comunità ebraica. Un suo antenato, Leone, fondò nel 1820 la ditta, ancora oggi esistente, di vendita di porcellane, piatti, bicchieri. Suo padre, David, in contatto con Giovanni Paolo II di cui era fornitore, nel 2013 scrisse il libro Il cocciaro del papa. Storia di una famiglia di mercanti ebrei, dove raccontò anche il suo ruolo di «ambasciatore» nella prima visita di un pontefice nella Sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986. Susanna però da adulta, oggi ha 55 anni, e con due figlie ormai cresciute, ai famigliari «cocci» – colorito termine romanesco con cui si indicano piatti e bicchieri – ha affiancato una passione per la storia. Qualche anno fa si è iscritta al corso di laurea in Studi ebraici dell’Ucei (Unione Comunità ebraiche italiane). E la fortunata scoperta del memoriale su Pacifica Citoni diventa prima oggetto della sua tesi, e ora, dallo scorso 8 marzo, quello della pubblicazione del libro, che sarà presentato il 6 aprile.

La prefazione è firmata dalla sua professoressa, Micol Ferrara, che scrive: «Senza alcuna pretesa di esaustività, al contrario con grande umiltà, l’autrice ha investito tempo ed energie nel cercare di restituire dignità a Pacifica Di Castro. Come un’artigiana, nel senso più pregiato del termine, ha così seguito la storia di questa donna. Ne è risultato un lavoro di grande accuratezza, in una narrazione semplice e puntuale di luoghi e avvenimenti».

Ed eccola, questa narrazione, per la quale in un primo momento Limentani aveva pensato a un romanzo: «Però ho subito capito che sarebbe stato un errore, io non sono una storica, tantomeno mi sento una scrittrice. La cosa più giusta era ricostruire la verità così come emersa dai documenti, senza aggiunte creative». Nella Roma di fine Seicento Pacifica Citoni è sposata con Samuel Di Castro. Vive nel ghetto, e come tutti i suoi correligionari è costretta dalle leggi pontificie a subire le persecuzioni del tempo. Samuel si converte al cattolicesimo, viene battezzato il 4 novembre 16g4 ed esercitando la patria potestà fa battezzare anche i suoi quattro figli, i due avuti da un precedente matrimonio e i due – Angelo, sei anni, e Ricca, quattro – da Pacifica. Come accadeva, Samuel prese allora una nuova identità diventando Carlo Antonio Fadulfi. Era infatti ricorrenza che il garante al fonte concedesse il suo nome, e per Samuel a farlo fu probabilmente il cardinale Giuseppe Sallustio Fadulfi.

Tra le tante opportunità offerte dalla Chiesa ai convertiti – non più residenza coatta, un lavoro, risorse materiali e privilegi, la fine di soprusi e vessazioni che andavano dai pagamenti di tributi fino ai colpi di frusta o addirittura al rogo nel caso di relazioni con cristiani – la potente macchina della strategia delle conversioni prevedeva anche che il neofita «offrisse» al favor fidei congiunti o perfino semplici conoscenti. Che in quel caso, dopo una semplice segnalazione, venivano prelevati e condotti, senza potersi sottrarre, nella Casa dei Catecumeni, fondata da Paolo III nel 1543, e in altre sedi preposte al prolungato lavaggio del cervello.

È quanto accadde a Pacifica, vittima (anche) di un marito ossessivo, la quale iniziò un drammatico calvario tra la Casa dei Catecumeni nel rione Monti (oggi sede universitaria, ma l’odonimo di una strada all’angolo, via dei Neofiti, ne ricorda l’antica funzione), il Conservatorio della Clemenza e la Casa dei sostituti fiscali. Tutti luoghi di detenzione che per somma beffa gli ebrei erano costretti a mantenere con apposite tasse, e dove la donna fu condotta più volte, sempre resistendo alle «lusinghe» della nuova fede.

Dal memoriale si evince anche la violenza carnale subita da Pacifica a opera di Samuel, il quale almeno in teoria, cristiano, non poteva avvicinare un’ebrea: « … Ma con nuove invenzioni -vi si legge – estorse nuovo ordine di farla nuovamente carcerare supponendo falsamente che fosse di lui gravida e perciò fu condotta di nuovo e trattenuta più giorni lì [. . .] dove accedevano più mammarie».

Quella violenza fu legata al sinistro fenomeno, noto agli storici, del «ventre pregnante»: le donne, segregate nove mesi, erano costrette a destinare alla Chiesa il neonato generato da una relazione con un cattolico o, è il caso di Pacifica, dalla violenza subita da un ex marito apostata. Pacifica, dalle ispezioni, non risultò incinta. Ciò non le impedì comunque di subire l’ultimo, crudele atto a opera di quel Crisante Cozzi, rettore della Casa dei Catecumeni, che la Storia ha restituito come feroce procacciatore di anime. Esasperato dalla resistenza della donna, durante l’ennesima quarantena le mostrò i due figli in un ultimo, vano tentativo di convertirla. Pacifica resistette. Tornò nel ghetto, senza più figli né marito ma orgogliosamente ebrea. Di lei, a oggi, si sono perse le tracce. Anni dopo, un caso simile, accaduto nel 1749, sarà narrato nel bel libro, ancora a cura di Marina Caffiero, Rubare le anime. Diario di Anna del Monte ebrea romana.

Corriere della Sera – la Lettura, 28 marzo 2021