Noi e i capi di fronte alle nostre responsabilità | Kolòt-Voci

Noi e i capi di fronte alle nostre responsabilità

Parashà di Vayikrà

Rav Scialom Bahbout

La crisi in cui versa il Mondo ha ovviamente riflessi sul popolo ebraico e sulla comunità: la domanda cui dobbiamo rispondere è qual è la strada da seguire per reagire a quanto accade oggi, in base al brano settimanale di questa settimana (Vayikrà), il cui contenuto ci sembra lontano mille miglia dalla nostra esperienza quotidiana. Siamo quindi chiamati a leggere tra le righe, anche nel non detto esplicitamente: rispondere a questa domanda è particolarmente difficile dato che  in questa parte della Torà si parla dei sacrifici che si facevano al Tempio, un argomento che ci sembra così lontano dalla nostra sensibilità.

Uno dei temi che troviamo nel testo settimanale è quello del Korbàn Shegagà, cioè il sacrificio che doveva portare chi aveva commesso involontariamente una colpa. Leggiamo in Lev. 4: 1-35:

Il Signore parlò a Mosè dicendogli: «Riferisci ai figli d’Israele: Una persona che trasgredisce involontariamente (בשגגה  ) qualsiasi divieto della legge del Signore, facendo una cosa proibita: ….

a)     se (אם) chi ha peccato è il sacerdote che ha ricevuto l’unzione e così ha reso colpevole il popolo (verso 3) ….

b)     Se (אם) tutta la comunità d’Israele ha commesso una colpa involontaria senza che tutta l’assemblea la conosca, violando così un divieto della legge del Signore e rendendosi colpevole (verso 13) ….

c)      Se (אשר) è un capo colui che ha peccato, violando per inavvertenza un divieto del Signore suo Dio e così si è reso colpevole (verso 22) ….

d)     Se (אם) chi ha peccato è stato qualcuno del popolo, violando involontariamente un divieto del Signore, e così si è reso colpevole (verso 27) ….

La Torah prescrive quindi quattro offerte per un peccato commesso involontariamente, a seconda della categoria cui appartiene chi ha commesso l’errore: il primo è il Sommo Sacerdote, il secondo è “l’intera comunità” (inteso come il Grande Sinedrio, la Corte Suprema), un terzo è “il leader” (Nasi) e il quarto è un individuo ordinario.

Scrive Rabbi David Zvi Hoffman (commento a Levitico, volume I, pag. 124):

Anche un peccato fatto involontariamente (bishgagà בשגגה  ) è un peccato. In questo sta la differenza tra la parola khet dalle altre che si usano per indicare trasgressioni fatte volontariamente (Pèsha’, ‘Avon),  mentre khet si usa sia per le une che per le altre. Secondo la tradizione dei Maestri ci sono due tipi di Shogheg;

  1. la persona non sapeva che l’azione era proibita o quale era la punizione prevista

2. la persona conosceva la proibizione, ma le è sfuggito che con questa sua azione infrangeva la legge.

Anche chi fa una trasgressione involontariamente (shogheg) necessita di espiazione perché non è stato attento come avrebbe dovuto. Il popolo d’Israele ha ricevuto l’ordine “voi osserverete la mia legislazione”  (Levitico 18, 30) – come era stato già detto ad Abramo “Osserveranno la strada del Signore” (Genesi 18, 19): cioè starete attenti a non perdere la strada del Signore. Ognuno deve indicare la strada in modo da trovarsi sempre sulla strada del Signore, perciò è una regola generale nella Torà che anche il shogheg necessiti di espiazione, ma non chi ha trasgredito contro la sua volontà perché costretto: in tal caso è esentato dal portare qualsiasi sacrificio (“Il Signore esenta ogni trasgressione fatta  per costrizione. …..).

Ciò che salta immediatamente agli occhi è l’uso differente che fa il testo nel presentare le diverse ipotesi in cui può accadere che venga fatta un’infrazione: fa uso della particella אם per il caso del sacerdote, per quello dell’assemblea e per quello della singola persona; mentre,  per  il caso del Capo usa la parola  אשר che significa anche “se”, ma che può significare “quando”: la radice della parola può far pensare anche alla parola  אשרי, (ashrè) beato, o anche al verbo לאשר  (leasher) confermare, dare per certo un evento (Malbim)  Questa piccola differenza non poteva sfuggire ai commentatori e al midrash.

La vulnerabilità dei Capi politici

Ha detto Rabban Yochanan ben Zakkai: beata la generazione il cui Capo porta un sacrificio per una colpa commessa involontariamente: se il suo Capo porta un sacrificio, cosa farà la persona semplice? E se per una colpa involontaria porta un sacrificio: cosa farà per una colpa volontaria?  Rashi osserva: se per una colpa involontaria sente l’esigenza di portare un’offerta, tanto più lo farà per una colpa volontaria, per la quale poi si pentirà.  (TB Horayot, 10b)

Un altro elemento che conferma l’anomalia del comportamento del Capo è il fatto che solo per lui il testo dice “il Signore suo Dio”, un’affermazione con cui il Capo riconosce che lui è sottoposto a un Giudice superiore, nelle cui mani è il suo regno (Ramban).

Perché il Capo è considerato così vulnerabile ed esposto al peccato? Perché dipende dal sostegno popolare: la politica delle società libere è sempre piena di conflitti. Le uniche società in cui non c’è conflitto sono quelle tiranniche, ma l’Ebraismo è una protesta  permanente contro la tirannia.

Il motivo per cui i leader politici – al contrario di giudici e sacerdoti – non possono esercitare la propria guida senza commettere errori è che non esiste un libro di testo che ti insegni infallibilmente come guidare. Sacerdoti e giudici seguono le leggi, mentre per la leadership non ci sono leggi perché ogni situazione è unica. Nel campo dell’azione politica, ci sono poche leggi e ciò che serve invece è l’abilità nel leggere e interpretare una situazione. Gli statisti di successo riescono a individuare la combinazione unica di caratteristiche che costituiscono una particolare situazione e sanno come reagire. Mentre per le norme da seguire ci sono testi chiari, per la politica non ci sono libri di testo sicuri per la leadership. Realismo e idealismo sono la combinazione necessaria per evitare di fare errori che comunque sono inevitabili: questo ci dice il midrash. Il vero leader è quello che è pronto a riconoscere i propri errori: il leader deve avere il coraggio di correre dei rischi e deve avere anche l’umiltà di ammettere i propri errori.

Nella Bibbia abbiamo diversi personaggi che hanno svolto una funzione di Guida, ma uno emerge su tutti. Quando Giacobbe deve scegliere la Guida per i fratelli, affida la guida a Giuda: egli salva Giuseppe dalle mani dei fratelli proponendone la vendita; sempre lui è pronto ad assumere la responsabilità della gravidanza di Tamar, cosa da cui poteva liberarsi, perché non c’era alcuna prova; infine è pronto a sostituirsi a Beniamino per liberarlo dalle mani del viceré egiziano. Tutti questi elementi contribuiscono a far cadere la scelta su Giuda.

A chi vuole cedere alla tentazione di rifugiarsi nel ricordo delle grandi guide del passato, la Bibbia dà questo  insegnamento (Deuteronomio 17:8-1): «Quando ti capitino… questioni controverse nei tuoi tribunali, … ti presenterai… al giudice che sarà in carica in quel tempo e lo interrogherai … Agirai secondo l’insegnamento che ti diranno e secondo la decisione che ti riferiranno; non ti allontanerai dalla decisione che ti avranno detto né a destra né a sinistra». I Maestri osservano che è ovvio che ci si debba rivolgere ai giudici del proprio tempo e quindi, poiché i giudici erano anche guide politiche, ne traggono questo insegnamento:

«“Il Signore che ha mandato Mosè e Aronne… il Signore mandò Yerubba’al e Bedan e Yefte e Samuele” (Samuele 12: 6-11): il Santo, benedetto sia, ha paragonato tre guide semplici come Yerubba’al (cioè Gedeone), Bedan (cioè Sansone) e Yefte a tre guide importanti come Mosè, Aronne e Samuele, per insegnarti che Gedeone nella sua generazione era come Mosè nella propria, Sansone nella sua generazione come Aronne nella sua, e che Yefte nella sua generazione era come Samuele nella propria».

Ma qual è il rapporto di dipendenza che si crea tra una generazione e i suoi capi? «Rabbì Yehudà Nessìaà e i Maestri discutono: il primo diceva “ogni generazione dipende dalla sua guida” (dor lefì parnas), gli altri sostenevano “la guida dipende dalla sua generazione” (parnas lefì dorò)» (Talmud ‘Arakhìn 17a).

Ogni generazione ha bisogno di una nuova guida, magari di livello inferiore, ma che sappia interpretarne i bisogni: se fosse vissuto ai tempi di Giosuè, lo stesso Mosè sarebbe stato inadeguato alle necessità del momento. E questo non per i meriti di Giosuè, ma per i meriti o demeriti della sua generazione.

Il momento del distacco dall’esercizio attivo del potere è, per ogni uomo, un momento difficile: l’importante è saper uscire di scena nel momento migliore e con dignità. Lo spettacolo che cioffre molto spesso il mondo della politica è l’ennesima prova di quanto questo non sia affatto facile. E’ necessaria una lunga e perseverante azione di educazione al buon uso del potere come servizio, come diciamo nelle preghiere del sabato lodando tutti coloro che si occupano della cosa pubblica per uno scopo superiore e con fede.

La tentazione di scaricare tutte le responsabilità sui leaders è sempre molto forte, ma dimentichiamo che i leaders sono molto spesso espressione della società in cui operano, salvo i casi eccezionali in cui riescono a emergere come persone capaci di trasformare la società da cui provengono, perché dotate di una intuizione particolare e rara: ognuno ha una sua seppur limitata responsabilità.  

Molto spesso, di fronte alla corruzione e all’incapacità delle guide del momento, si ha invece la tentazione di volgere indietro lo sguardo e mitizzare le guide del passato. Ma, di fronte alle affermazioni di catastrofismo, un antico e saggio detto giudaico romanesco afferma: morto Mosè, c’è rimasto Dio.

Scialom Bahbout

Rabbi David Zvi Hofman (1843 – 1921)

Tra i leaders dell’ebraismo tedesco.  Ha studiato con il  Maharam Shik e nella Yeshivà del figlio del Hatam Sofer. Ha studiato all’Università Filosofia, Storia e lingue orientali, laureandosi con una tesi su Mar Shemuel Capo della Yeshivà di Babilonia

E’ stato tra i capi della comunità ortodossa in Europa occidentale e capo del Collegio Rabbinico di Berlino, fondato da Azriel Hildesheimer. Si è impegnato nella lotta all’antisemitismo e ha scritto molti articoli per combattere i pregiudizi contro gli ebrei. Noto per i suoi commenti alla Torà (Levitico e Deuteronomio e in parte Genesi) in cui combatte anche la teoria documentaria di Wellhausen.

Ha fatto del motto “Torà im derech Eretz” – studio e applicazione della Torà assieme alle attività  Laiche e naturali – punto di a riferimento della sua azione.

In base agli studi fatte nelle Yeshivoth sotto la guida di grandi rabbini ha scritto importanti tomi di Responsa dal titolo Melammed le’ho’il, rispondendo alle numerose domande che emergevano in quel periodo di assimilazione di Germania.