Nicoletta Artom, la rivoluzionaria della tv per ragazzi | Kolòt-Voci

Nicoletta Artom, la rivoluzionaria della tv per ragazzi

Nathan Greppi

Esattamente 80 anni fa, il 10 marzo 1941, nasceva Nicoletta Artom (anche se secondo altre fonti sarebbe nata il 10 maggio). Il nome di questa redattrice della Rai, morta l’8 maggio 2018, potrebbe non dire nulla alla maggior parte delle persone. Eppure, questa donna ha avuto un ruolo fondamentale nel diffondere in Italia uno dei generi di intrattenimento di maggior successo della cultura pop: gli anime, le serie animate giapponesi tratte dai manga.

Come spiegava Elena Rossi Artom nel saggio del 1997 Gli Artom, Nicoletta proveniva da un’importante famiglia ebraica di Asti, la cui presenza nel centro piemontese era documentata sin dall’anno 812 e. v. Dopo la laurea in legge, la Artom iniziò a lavorare alla Rai in età relativamente giovane, tanto che già a partire dall’ottobre 1971, quando aveva 30 anni, venne promossa come curatrice della rassegna di cartoni animati Gli eroi di cartone, di cui era già stata collaboratrice. Fu sotto la sua guida che il programma fece conoscere ai giovani italiani personaggi come il Gatto Silvestro e Speedy Gonzales, oltre a portare davanti al piccolo schermo una media di 3 milioni di adulti. Un successo tale che il format fu imitato anche dalla tv francese e dall’emittente americana NBC.

A metà degli anni ’70, la Artom si prese una pausa dal mondo dell’animazione per dedicarsi al cinema classico: dal 3 luglio 1975 curò, per 5 serate settimanali, il programma America Anni Venti presentato dal celebre giornalista Enzo Biagi, cui seguì un altro programma analogo sul cinema americano degli anni ’40.

Ma la sua vera rivoluzione avvenne il 4 aprile 1978: quel giorno, esordì alla Rai Goldrake (noto anche come Atlas Ufo Robot), serie animata giapponese di fantascienza. Fu proprio la Artom a scoprire questa serie, parlandone al collega ed esperto di fumetti Sergio Trinchero come di “incredibili… una cosa nuovissima… mai vista… non si può dire nemmeno che siano di fantascienza!” Come ha spiegato la rivista Storia in Rete, questo non fu il primo anime trasmesso in Italia: nel 1976 era uscito sempre sui canali Rai Vicky il vichingo, mentre nel febbraio 1978 il pubblico italiano conobbe per la prima volta la celebre bambina Heidi. Ma Goldrake ebbe un ruolo fondamentale nella storia degli anime in Italia, perché sin dal primo episodio suscitò un intenso dibattito sul ruolo di questo fenomeno culturale tra i giovani, che all’epoca coinvolse politici e giornalisti importanti.

Goldrake e altri anime di successo furono attaccati da più fronti, anche politicamente: in un periodo, quello degli anni di Piombo, in cui ogni fenomeno culturale doveva essere etichettato come di sinistra o di destra, deputati comunisti come Silverio Corvisieri e Nilde Iottidefinirono i cartoni nipponici “fascisti” che istigherebbero alla violenza, e il primo definì Goldrake “orgia della violenza annientatrice”. Fecero degli interventi in parlamento e sui giornali apposta per impedirne la diffusione. Ma dall’altro lato, i difensori dell’intrattenimento furono molto più trasversali: come ha spiegato la rivista Antarés, c’erano sia figure legate alla destra sociale, come il giornalista Gianfranco De Turris, sia comunisti più ragionevoli dei due deputati, come lo scrittore Gianni Rodari.

La stessa Artom era di tendenze progressiste, forse anche perché era parente di Emanuele Artom, partigiano ebreo che nel 1944 fu torturato e ucciso dai fascisti, a soli 28 anni. In un’intervista del 1979 al settimanale Radiocorriere TV disse che “noi viviamo in un mondo violento. (…) Allora perché rifugiarci in un idilliaco tempo andato, nelle storie di cento anni fa? Guardiamolo in faccia, il nostro tempo.” Lei stessa, per difendere Goldrake, pubblicò nello stesso anno un editoriale sulla rivista TV Sorrisi e Canzoni in cui spiegava come la violenza si può trovare anche in cartoni già ampiamente sdoganati all’epoca come quelli di Topolino, dei Looney Tunes o di Tom e Jerry. “In realtà i bambini tutti questi problemi non se li pongono,” disse. “Loro accettano o rifiutano i programmi secondo i loro gusti, a volte dimostrandosi più adulti e ‘ragionevoli’ di coloro che vogliono o possono amministrare i loro spettacoli.”

Sebbene per molti decenni i manga e gli anime siano stati trattati come forme d’intrattenimento di basso livello, tanti sono i passi avanti che sono stati fatti: da un monopolio prima della Rai e poi dei canali Mediaset, che trasmettevano solo i cartoni destinati ai più piccoli (pur facendo numerose censure nei contenuti che ritenevano troppo violenti o dove c’erano scene di nudo), si sono inseriti dapprima programmi come gli Anime Night di MTV, che dal 1999 al 2010 ha sdoganato serie destinate a ragazzi più grandi, e poi ai canali specializzati come Man-ga, legato al gruppo Sky, o alla diffusione sulle piattaforme streaming come Netflix e VVVVID, quest’ultima italiana e specializzata sugli anime.

Tutti questi passi avanti forse non sarebbero mai avvenuti se in origine un’intraprendente redattrice di origini ebraiche non si fosse battuta contro il moralismo imperante ai suoi tempi. Ne rende bene il carattere la descrizione che fece di lei nel 1983 il già citato Trinchero, nella sua autobiografia Vita col fumetto: “Nicoletta Artom è un ‘animale da televisione’ (magari, uno scoiattolo, data la mole della curatrice) che quando si dedica ad una trasmissione, non vede altro; s’impegna con caparbietà e insistenza (che rasenta la molestia) fino al raggiungimento dello scopo (leggi: resa incondizionata dell’interlocutore).”

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