La Bolkenstein e gli ebrei romani ambulanti | Kolòt-Voci

La Bolkenstein e gli ebrei romani ambulanti

Soluzioni intelligenti cercasi

Emanuele Calò

Frits Bolkestein, padre della normativa che viene chiamata col suo nome, si avvia ormai verso la novantina, ma anche la sua figliuola politica (Direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno) non è di primo pelo. Questo significa che il tempo per agire c’è stato. Qual è l’oggetto cui ci si riferisce? Si tratta: a) del commercio su aree demaniali e, in ogni caso, pubbliche, b) di un nucleo di lavoratori da identificare e definire, c) delle possibili soluzioni, ammesso che ve ne siano.

Il nucleo sociale ebraico romano (come individuato da Gabriele Rigano nella sua monografia sul caso Zolli) è costituito da un sottoproletariato che esercita ancora un’attività che richiede un grande sacrificio non solo in termini di orari e spostamenti, ma addirittura in termini fisici, per poter montare le pesanti attrezzature e le tende a copertura. Si tratta di un tipo di attività umile che è stata esercitata spesso da profughi ebrei. Nel caso di Roma, è ancora il retaggio dei tempi del ghetto e, poi, delle persecuzioni razziali, che non hanno consentito di migliorare le proprie condizioni di lavoro. Sicuramente ci saranno stati abusi e scorrettezze, ma in un Paese dove vi è una massiccia evasione, accompagnata da un’elusione altrettanto importante, la responsabilità è da ascrivere a chi deve far rispettare le regole. Questo è un problema culturale, del quale le responsabilità sono ancora più vaste.

Nel caso di Roma, è una pretesa discutibile quella di volere che fra ondate normative contrastanti, che comprendono gli stabilimenti balneari (che non appartengono certo al sottoproletariato), si possa da un giorno all’altro risistemare l’assetto delle bancarelle. Il problema del decoro, poi, va risolto ma, oneri e onori, dovrebbe essere un compito degli amministratori comunali quello di individuare aree che possano assolvere ad un equo contemperamento degli interessi.

Se sei un bravo politico, devi avere un quadro globale della situazione europea, da poter poi correlare al contesto urbano in cui operi. Non è facile; tant’è che nella legge spagnola sul commercio ambulante si vedono diverse abrogazioni sopravvenute alle norme transitorie.

Posto che non spetta a chi scrive risolvere i problemi di chi è pagato dal contribuente per farlo, bisognerebbe avere la cultura e l’intelligenza per non affamare (né arricchire indebitamente) questo sottoproletariato. Le colpe sono diffuse, comprese quelle di chi, anche in ambito ebraico, o ha ignorato gli ambulanti oppure si è abbandonato all’uso di termini sprezzanti. Non è la prima volta che, da sinistra, si dà sfogo ad un atteggiamento di superiorità privo di qualsiasi base, come se ciascuno di noi fosse degno del Nobel. No, non siamo inclusivi, e non basta dire di esserlo, anzi, siamo amanti dell’esclusione, ma ora che ci sono famiglie in crisi, forse dovremmo fare un poco di autocritica.

Poiché non sono più i tempi di Ciceruacchio né di Cola di Rienzo, bisognerebbe evitare di fare i capipopolo, per cercare invece delle soluzioni valide e pragmatiche.

Sul Corriere del 6 marzo c’è un articolo che (giustamente), elabora uno spartiacque fra pragmatici (Israele e Usa in primis) e giuridici (l’Europa), il quale discrimen, invece, riguarda e segue la teoria dei legal origins. Ecco, un poco di pragmatismo e un molto di onestà (che non si possono comprare al mercato, Bolkestein o non Bolkestein) consiglierebbero di pensare anche alle riconversioni. Non si possono dare soldi a chi non lavora e, nel contempo, accrescere le file dei disoccupati. I problemi difficili richiedono soluzioni intelligenti: qualcuno bravo sarà pur rimasto in Italia.

*giurista