L’abito fa il monaco? | Kolòt-Voci

L’abito fa il monaco?

Parashà di Tetzavvè – Purìm

Rav Scialom Bahbout

Quest’anno Purim a Yerushalaim cade di Shabbath Tezzavè: la lettura della Meghilà si fa il venerdì sia nella Diaspora che a Gerusalemme. Alla lettura della parashà settimanale a Gerusalemme aggiungeranno il brano che ricorda la battaglia che Giosuè conduce  contro ‘Amalek, che aveva aggredito senza alcun motivo la retroguardia affaticata e fragile del popolo ebraico appena uscito dall’Egitto. Questa “coincidenza” non è sporadica, ma avviene quasi ogni anno ed è spontaneo domandarsi se esista una relazione tra Tetzavè, Amalek e Purim.  Andiamo per ordine:

1.     L’argomento principale di Tetzavè è la descrizione degli abiti che i sacerdoti indossavano durante le cerimonie. Tutti sanno che “l’abito non fa il monaco”: che importanza può avere usare un abito speciale per dare maggiore dignità alla funzione che una persona ricopre? Tuttavia i Maestri dicono: “Quando indossano i loro abiti – portano su se stessi il sacerdozio; se non indossano i loro vestiti – non portano su se stessi il sacerdozio (Zevakhim 17a).

2.     A Purim si usa mascherarsi: si indossano altri abiti per cambiare personalità, per sembrare diversi da chi si è veramente. La storia di ‘Amalek ci ricorda (Zakhòr) che bisogna guardarsi e difendersi da chi si presenta con “abiti” diversi dai suoi.

La Torà parla più volte degli abiti dell’uomo: vediamo come viene introdotto l’abito nella storia dell’uomo.

Dio crea l’uomo nudo e dopo che Adamo ed Eva disobbediscono, mangiando dell’albero della conoscenza, dona loro dei vestiti e li caccia dal giardino dell’Eden: “Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle (‘OR) e li vestì” (Genesi 3: 21). E’ Dio stesso (non Chanel, Armani, Valentino… ) che confeziona il primo vestito per la prima coppia: Dio eleva così l’uomo dal suo status di “animale” tra gli altri animali a quello di essere capace di dare un significato morale superiore a tutti gli aspetti del suo comportamento. L’abito confezionato da Dio non è solo un fatto convenzionale, ma rappresenta quindi molto di più, è un’aggiunta alla creazione, una seconda pelle creata e donata da Dio all’uomo, per conferirgli una corporeità superiore.

Questo vale per Adamo che, con i vestiti – Kotnot –  confezionatigli da Dio, viene elevato e, mediante un Tikkun (restauro), diventa in un certo senso sacerdote dell’umanità. Ma che senso hanno i vestiti, definiti ancora Kotnot , che Mosè fa cucire per i sacerdoti del popolo d’Israele?

L’uomo tende a mascherarsi e a non apparire per quello che è veramente: se questo è consentito una volta all’anno – sfogandosi a Purim – per il resto dell’anno non è desiderabile: bisogna avere un habitus esterno che corrisponda veramente a quello interno. In ebraico luce OR – אור, con la alef, e pelle ‘OR – עור  , con la ‘ain, hanno quasi lo stesso suono: ognuno ha un habitus interno, una luce interiore che lo illumina, e un habitus esterno, un comportamento che illumina la persona stessa e l’ambiente che lo circonda. Ognuno ha un suo proprio abito e i sacerdoti sono tali solo se indossano i loro veri abiti: non è un caso che in ebraico il termine bèghed, vestito, deriva dalla radice bagàd , tradire; così come me’il, manto, deriva dalla radice ma’al, usare illecitamente beni sacri. La persona è un bene sacro e solo se i vestiti che porta sono veramente sacerdotali, egli porta su di sé il sacerdozio, come dice il Talmud.

‘Amalek non si presenta sempre con i suoi veri abiti, cioè con l’intenzione di distruggere Israele: usa travestirsi per ingannarci. Spesso è stato l’atteggiamento “accogliente” a farci pensare che i propositi di Amalek fossero cambiati. Dietro maschere diverse si possono spesso celare delle trappole dalle quali è poi difficile liberarsi.

Purim ci ricorda quindi che bisogna sempre guardare cosa si cela dietro le maschere di coloro che si avvicinano a noi con intenti non sempre puri. Per quanto riguarda noi,  possiamo continuare a mascherarciper Purim, semel in anno …. Poi dobbiamo tornare a vestirci degli abiti che sono veramente nostri e solo allora sarà vera gioia con i nostri veri abiti.  

Rimane però il paradosso che Purim è l’unica festa in cui il popolo ebraico non è unito e quindi la gioia non può essere totale: gli ebrei che vivono nelle città aperte e prive di mura di cinta – “prazoth”, festeggiano Purim il 14 Adàr; mentre quelli che abitano nelle “muqafoth homà” – città cinte di mura dai tempi di Giosuè, oggi in pratica la sola Gerusalemme –festeggiano Purim il 15 Adàr: non sarebbe stato logico concentrare tutti i festeggiamenti il 15 per affermare e mantenere l’unità del popolo ebraico in festa?

Vi sono altre occasioni in cui una sola parte del popolo ebraico fa festa: è il jom tov shenì shel galujot, il secondo giorno di festa, che si celebra solo nella Diaspora e non in Erez Israel. Anche se spesso si sente dire che dovrebbe essere eliminato, secondo i Maestri questo giorno festivo verrà annullato solo quando verrà ricostruito il Tempio di Gerusalemme: nella sua apparente “inutilità”, esso serve a ricordarci che la precarietà della vita ebraica potrà essere superata solo trasferendosi in terra d’Israele.

Purim, per definizione, è la festa della Diaspora perché accaduta quando il popolo era in esilio e simbolo quindi della precarietà della vita ebraica nella Diaspora, sottoposta com’è alle intemperie e alle leggi dei governi degli Stati in cui dimora. Il Purim di prazoth è quindi il simbolo della vita precaria in cui il popolo ebraico è costretto a vivere quando viene perseguitato e discriminato tra i popoli; il Purim di muqafoth homà è, invece, quello cui ogni ebreo dovrebbe tendere per superare la sua precarietà, facendo di Gerusalemme il proprio punto di riferimento

Ma come afferma il profeta Zacaria(2: 8) “Prazòth teshèv Yerushalaim”:  in quel tempo Gerusalemme sarà abitata come una città aperta, accoglierà tutto il popolo d’Israele e non saranno più necessarie mura entro le quali rinchiudersi per difendere la propria identità, perché nessuno potrà fare alcun danno in tutto il Santo Monte (Isaia 11, 9).

Nei tempi in cui verrà sconfitta la precarietà ebraica (ma ci auguriamo anche quella dell’uomo in generale, specie in questo periodo di pandemia), potremo festeggiare il Purim delle città aperte nel giorno del Purim delle città cinte di mura.

Con gli auguri di shabbath shalom e Purim samèach.

Scialom Bahbout