Una certa idea di libertà | Kolòt-Voci

Una certa idea di libertà

David Grossman

Quando sono libero? Sono libero quando non soffro la fame, il freddo, privazioni fisiche e mentali. Sono libero quando non sono oggetto di discriminazione e di scherno. Sono libero quando mi è concesso di stare con le persone che mi sono care senza alcuna restrizione. Sono libero quando non temo l’arbitrarietà di altri esseri umani. Sono libero quando so di poter essere diverso, dissimile dagli altri e persino fuori dal comune, senza però dover soffrire ed essere “punito” per questo in alcun modo. Sono libero quando posso esprimere i miei pensieri e le mie opinioni, e non quelle impostemi da altri. Sono libero quando posso descrivere con le mie parole una particolare situazione senza che nessuno me lo impedisca, o mi costringa a usare termini e frasi che non mi appartengono. Ognuno potrebbe aggiungere le proprie definizioni di “libertà”. Non dimentico, per esempio, che qualcuno potrebbe sentirsi libero interiormente malgrado non sussistano tutte le condizioni sopraccitate. E so anche che io non sarò libero fintanto che negherò a qualcun altro – a un individuo, o a un intero popolo – anche una sola di queste condizioni. Mentre scrivevo queste righe affiorava in me la sensazione che la libertà, in sostanza, sia indissolubilmente legata al concetto di “speranza”. 

Quasi che questa parola, “libertà”, contenesse in sé un verbo declinato al futuro, in costante movimento verso qualcosa, e anche una qualche promessa non ancora del tutto adempiuta. Forse perché persino nelle società e nei Paesi più liberi e tolleranti ci sono libertà che devono ancora essere definite, ottenute, e per le quali si deve continuare a combattere. O forse perché il progresso e l’evoluzione umani creano immancabilmente nuove e inaspettate limitazioni alla libertà, quando non vere e proprie forme di subordinazione. La libertà è intrinsecamente correlata alla speranza e la speranza è imprescindibilmente legata alla forza dell’immaginazione umana, alla nostra capacità di concepire, con grande vitalità, situazioni che trascendono quelle in cui ci troviamo, permettendoci cosi di affrancarci dalla loro morsa.

Il presidente tedesco Joachim Gauck ha ben formulato tutto questo nel suo libro Libertà! , quando ha scritto: «Nel luogo in cui ho trascorso la mia vita (nella RDT, cioè) non c’era libertà se non nei desideri e nei pensieri». Con queste semplici parole ha espresso il ruolo della speranza e dell’immaginazione nello slancio verso la libertà, nonché quel senso di affrancamento interiore intrinseco alla capacità di sperare, di aggrapparsi alla speranza, persino quando si è oppressi da un regime di prevaricazione e di terrore. Anche chi non ha vissuto in prima persona una simile situazione può immaginare quanto sia arduo serbare una qualsiasi capacità di slancio interiore, fluida e creativa, quando l’animo è rattrappito dalla paura e teme il contatto con la realtà. Non è difficile intuire come, nella mente delle vittime della tirannia e dell’intimidazione, i “canali interiori” in cui scorre la linfa vitale dell’uomo si ostruiscano.

La speranza e l’immaginazione umane possiedono strane qualità: apparentemente si focalizzano al di fuori dell’uomo e del presente, in una dimensione futura dalle possibilità ancora inattuate. Ma affinché gli oppressi possano liberarsi dalle loro catene devono, grazie all’immaginazione, serbare l’idea viva e dinamica della libertà a cui aspirano. In altre parole, la speranza è frutto di un esercizio mentale e, in un certo senso, può essere considerata un atto creativo, in quanto dipinge agli occhi di chi è sottomesso, o di una società asservita, un quadro di vita ricco e vivace, diverso da quello in cui si è imprigionati. E si potrebbe anche dire che la speranza è una sorta di ancora che, da un’esistenza assoggettata e disperata, viene gettata in una realtà ancora inesistente, costituita per lo più da intime aspirazioni. E questo atto di “gettare” un’ancora nel futuro, la capacità di farlo, è già un modo di delineare uno spazio libero nell’animo di chi osa sperare. È interessante che una persona, o un’intera società, lanci lontano – nel futuro – un sogno, o una visione, e che, a partire da quel momento, quel sogno o quella visione agiscano su chi li ha concepiti come una potente calamita, attirandolo a sé.

La speranza di essere liberi talvolta esiste a dispetto di tutto, contro ogni probabilità, spesso contro la realtà dei fatti. La speranza non è una vacua illusione (malgrado all’apparenza non abbia alcuna possibilità di vedersi avverata), nemmeno quando l’asservimento – nelle sue mille forme e varianti – è totale. In un clima di disperazione generale, quando la forza di volontà della maggioranza si affievolisce, coloro che non si danno per vinti ma si impegnano a realizzare le proprie aspirazioni continuano a serbare nel profondo un angolo di libertà che nessuno potrà usurpare, contaminare o sottrargli, e grazie al quale sono consapevoli di come dovrebbe, o potrebbe essere una vita libera. E quanto valga la pena di lottare per averla. Tale consapevolezza è forse la leva di Archimede con la quale queste persone iniziano a sgretolare una realtà oppressiva o un regime tirannico e a produrre un cambiamento. (…) Solo mentre scrivevo queste righe mi sono reso conto che quando penso alla pace, in realtà, penso alla libertà. Alla libertà dalla paura, dalla disperazione (divenuta una costante della vita), dalla sensazione di oppressione connaturata a un’esistenza trascorsa in mezzo alla guerra e all’odio. Sì: pace e libertà. Libertà esteriore che può condurre a una libertà interiore. E un tipo di libertà che io non conosco perché in tutta la mia vita non ho mai conosciuto un singolo momento di vera pace. Di vera libertà.

La pace è un genere di libertà che cerco di tenere vivo con la fantasia per lasciare aperto in me il canale che vi conduce. Per impedire che quel canale si ostruisca a causa delle mie angosce, delle incessanti esplosioni di violenza intorno a me, del dolore per tutti coloro che hanno perso la vita nel conflitto, compreso mio figlio, della sofferenza per guerre che avrebbero potuto essere evitate.

La Repubblica 26.1.2021 – Grazie a Informazione Corretta

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