Uno sguardo femminile spietato sulla borghesia ebraica vittoriana | Kolòt-Voci

Uno sguardo femminile spietato sulla borghesia ebraica vittoriana

Ottocento inglese. Arrivismo, alberi genealogici, denaro, condizione della donna: Reuben Sachs di Amy Levy (da L’Iguana), il romanzo pubblicato prima del suicidio a 28 anni, incanta per l’ironia e la sprezzatura

Massimo Bacigalupo

Un incontro inaspettato e benvenuto ci è proposto dall’editore L’Iguana e dalla traduttrice Paola De Camillis Thomas: un breve romanzo di Amy Levy, intellettuale vittoriana perita suicida nel 1889, ventottenne. Si intitola Reuben Sachs (testo inglese a fronte, pp. 285, €18,00) e intrigherà sicuramente lettori e lettrici per l’acume spietato dello sguardo di Amy sulla borghesia ebraica londinese a cui apparteneva, e per la capacità di incuriosire sul destino fatale dei personaggi. Sono giovani di belle speranze, specie il protagonista titolare, trentenne avviato a una importante carriera politica, e disposto a sacrificare tutto a tal fine. Anche l’amore. Vera eroina infatti non è il cinico e a suo modo limitato Reuben ma la giovane che, segretamente riamata, lo ama, Judith Quixano. La vicenda verte intorno al fatto che Judith proviene da una famiglia impoverita e Reuben deve necessariamente «sposare denaro» per facilitarsi la carriera. E non c’è nessun dubbio da parte di nessuno che solo il denaro decida della vita e dei matrimoni.

Si dice che Reuben Sachs (1888) sia un controcanto al Daniel Deronda (1876) di George Eliot, il romanzo «sionista» a cui pare si debba la Dichiarazione Balfour e la nascita dello Stato di Israele, e che si raccomanda non per la vicenda idealizzata del protagonista eponimo ebreo ma per la trama secondaria di mondanità e frustrazione. Alla visione idealizzata dell’ebraismo inglese della George Eliot, Amy risponderebbe con la sua denuncia di un mondo bassamente commerciale dove prevale il cattivo gusto, la negazione di ogni interesse che non sia l’arrivismo e il tornaconto. Anche fisicamente l’ebreo è sgraziato: Reuben «indossava abiti di buona qualità, che però non riuscivano a celare un corpo disarmonico e i movimenti goffi: inequivocabilmente la figura e il portamento di un ebreo». I Leuniger, che hanno adottato la parente povera Judith, «non lesinavano su cibo, abiti o mobili, andavano costantemente a teatro nelle prime file senza badare a spese, ma consideravano ogni scellino speso in libri puro sperpero».

La giovane Amy Levy descrive senza commenti la posizione delle donne, con protesta tutta implicita. C’è la madre che preferirebbe vedere la figlia morta che sposata a un cristiano. C’è la preghiera pronunciata con più fervore in sinagoga: «Sii benedetto tu, Signore Dio nostro, che non mi hai fatto donna». E la nostra bellissima e intelligentissima Judith non può non conformarsi e sposare una ricca nullità, un convertito all’ebraismo, pecca solo in parte ripagata dal bel nome in società. Terribile, tutto. E molto intrigante.

Da brava scrittrice vittoriana Amy Levy fa precedere a ogni capitolo una citazione poetica spesso ironica, e non di rado allude a testi profani e religiosi. Le utili note ci aiutano a chiarire questi e altri riferimenti topici. Amy Levy fu una delle prime studentesse ebree ammesse all’università di Cambridge. Pubblicò articoli e poesie ancor oggi ricordate. In una lirica rievoca tenere passeggiate a Bellosguardo con Vernon Lee, l’egeria mascolina di Mario Praz, o irride la convenzione del matrimonio. Ma nella passeggiata con Vernon Lee «il nostro discorso verteva su Arte e Vita / e i doni che gli dei diedero a ciascuna: / Speranza a te, a me Disperazione». Infatti Amy Levy era soggetta a gravi depressioni e a un’incipiente sordità, che la condussero, forse con le delusioni sentimentali accennate in altre poesie, al suicidio. Non altrettanto tragico il destino della bella e acuta Judith di Reuben Sachs, che, prigioniera di un matrimonio di convenienza scelto scientemente, realizza in conclusione che la vita le riserva un’altra sorte. «Le vie della gioia, come quelle del dolore, sono tante».

Reuben Sachs è scritto con un certo distacco ironico e si sofferma con precisione su ambienti e tutta una galleria di figure del grande geloso clan all’interno del quale si svolge la vicenda. L’abilità della Levy è tale che ricostruiamo i complicati rapporti di parentela fra i personaggi, assistiti dall’indispensabile albero genealogico fornito all’inizio. La sorella e la madre di Reuben che guardano con una certa preoccupazione la sua simpatia per Judith ma si rassicurano pensando che «Reuben non farà mai nulla di avventato». Tutto è calcolo. Così si va verso le grandi scene in cui si decide di un destino, e che Amy Levy sa gestire con efficacia.

Questa prima edizione italiana di un suo romanzo (scrisse un’altra storia di donne — non ebree — che aprono un negozio di fotografia, The Romance of a Shop) ha il pregio di presentare a fronte il testo inglese, purtroppo incorso in un infortunio digitale, sicché spesso manca di punteggiatura, ma comunque si lascia ricostruire, con minore difficoltà della genealogia vittoriana della grande famiglia ebraica di Reuben Sachs.

Una curiosità. Quest’anno in Francia il testo obbligato scelto per la licence all’insegnamento superiore era Middlemarch (1871) di George Eliot, e l’editoria francese come sempre in questi casi si è affrettata a commissionare studi di quel capolavoro. È infatti curioso che in Francia tutti siano chiamati a leggere lo stesso libro. Naturalmente George Eliot, morta quando Amy Levy aveva 19 anni, ha una visione sinfonica e acutezza di sguardo impareggiabili. Ma della sua intelligenza e arte narrativa Amy, pur prendendo le distanze dalla sua rappresentazione dell’ebraismo, è una nipote non indegna, autrice dopotutto di un romanzo come Reuben Sachs che comunica pensiero e passione. E insomma è (come si dice in inglese) «a good read».

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