Considerata come un inno alla sensualità, “Dance me till the end of love” di Leonard Cohen è in realtà ispirata dall’orrore dell’Olocausto | Kolòt-Voci

Considerata come un inno alla sensualità, “Dance me till the end of love” di Leonard Cohen è in realtà ispirata dall’orrore dell’Olocausto

In alcuni campi di concentramento, la banda accompagnava con la musica i deportati che andavano a morire. Si conclude cos’ la “trilogia” sul cantautore canadese

Riccardo Petroni

Nei due precedenti articoli abbiamo visto come due bellissime canzoni di Leonard Cohen siano state completamente travisate, per quanto riguarda il loro contenuto, in quanto, per motivi incomprensibili, non sì è andati a verificarne il testo. Si tratta di “Halleluja” (Qui Blog: Il vero significato di “Hallelujah” di Leonard Cohen: uno sprezzante atto di infinita superbia nei confronti di Dio) e di Suzanne (Qui Blog: E’ considerata una canzone sfacciata di un donnaiolo, ma “Suzanne” di Leonard Cohen è un inno a Gesù e Maria). Terminiamo oggi quella che potremmo definire una vera e propria “trilogia” su Leonard Cohen, esaminando il testo di un’altra bellissima e famosissima sua canzone: “Dance me to the end of love” (“Danzami fino alla fine dell’amore”). 

Scritta da Cohen nel 1994 è stata inserita come primo brano del lato A del suo album “Various Positions”, che non incontrò il favore del pubblico di allora, in quanto i testi avevano prevalentemente contenuti religiosi, legati alla sua incessante ricerca spirituale (il primo brano del lato B era Halleluja”), sempre permeata dalla sua matrice profondamente ebraica. In più Cohen era ben consapevole di questo: “Ho una voce monotona e un po’ lamentosa, per cui le mie canzoni vengono definite tristi. Se i miei pezzi suonano malinconici quando li canto è soltanto per ragioni biologiche”. E non a caso la sua voce era definita quella di “un rasoio arrugginito”.

Nel 1960 Cohen aveva comprato una casa nell’isola di Hidra, di fronte ad Atene e lì ci visse per circa 9 anni. Così la descriveva a sua madre, ebrea figlia di uno studioso di Talmud ebraico: “Ha una grande terrazza con la vista di una montagna e di case bianche. Suppongo che molte generazioni di uomini di mare abbiano vissuto qui. Per tutto il giorno si sentono i richiami dei venditori ambulanti, che sono veramente musicali . La mattina mi alzo generalmente intorno alle sette e lavoro fino a circa mezzogiorno. La mattina presto è più bella e quindi migliore, ma mi piace il calore e il fatto che il Mar Egeo si trovi a 10 minuti dalla mia porta”.

Ecco che gli “esperti musicali” ci dicono che “Dance me to the end of love” è stata ispirata proprio dal suo amore per la Grecia. Viene quindi definita di stile “hasapiko”, il ballo tradizionale greco (risalente all’impero bizantino), che a sua volta ha ispirato il famoso “sirtaki”, portato al successo nel 1964 da Theodorakis con la musica di “Zorba il greco”, film magistralmente interpretato da Anthony Quinn.

Come tutte le canzoni di Cohen, anche questa ha visto molte cover, per lo più interpretate in chiave jazz. Interpretazioni jazz che hanno dato a questo brano una irreversibile connotazione “festaiola”. Viene infatti quasi sempre ambientata, nei “videoclips”, in feste da ballo della borghesia altolocata, in ambienti top, fra tavoli imbanditi con tovaglierie e posaterie di lusso, con belle signore in abiti lunghi della “società bene” e uomini elegantemente vestiti, che sorseggiano champagne d’annata in pregiati bicchieri di cristallo di bohemia. E mentre l’orchestra, con tanto di pianoforte bianco, la suona, un “lui macho ” fa svolazzare una “lei maliziosamente sorridente”, tanto sinuosa e voluttuosa, quanto desiderosa di abbracci. Ed in quel vortice di irrefrenabile sensualità, lui le sussurra la frase: “balliamo, fino alla fine dell’amore” .

In poche parole viene rappresentata come una sorta di “fumettone” ad uso e consumo di una nobiltà e/o borghesia al massimo del suo splendore. A questo proposito suggerisco di vedere, fra tutte, la seguente interpretazione, tratta dal pluripremiato film ”Scent of Woman”, con un grande Al Pacino ed una bellissima Gabrielle Anwar (il filmato comincia con uno stallone di rango che galoppa sulla spiaggia con in groppa una valchiria, verosimilmente all’alba od al tramonto, simbolo della libertà più sfrenata).

Bene: se andiamo però a scavare nella storia di questo brano e soprattutto nel testo, scopriremmo che l’interpretazione suindicata è davvero ingiuriosa e gravemente lesiva del drammaticissimo, direi tremendo sentimento che l’ha ispirata, che è niente meno che l’Olocausto. Si, avete letto bene, questa canzone parla dell’Olocausto , ovvero di uno dei più tremendi crimini effettuati nella storia dell’umanità. Ed il suo stile non è affatto “hasapiko”, come sostenuto, bensì “kletzmer”, ovvero degli ebrei dell’Est-Europa, per lo più perseguitati, che parlavano l’Yiddish, ovvero un dialetto “giudaico- tedesco”, scritto con caratteri dell’alfabeto ebraico.

Per averne un’idea basta sentire la seguente bellissima interpretazione, del gruppo musicale tedesco Ballhaus (“Tanz mit mir bevor du gehst”: inizia in inglese e prosegue in Yiddish).

Scrive così Cohen in merito a questo brano: “È curioso come iniziano le canzoni, perché l’origine della canzone, ogni canzone, ha una specie di grano o seme che qualcuno ti dà o il mondo ti dà. Ed è per questo motivo che questo processo è così misterioso. Dance me till the and of lovederivava dall’aver letto, quindi saputo, che in alcuni campi di sterminio, accanto ai forni crematori, un gruppo di musicisti veniva messo in scena mentre era in corso questo orrore. E quei suonatori erano le persone il cui destino li legava a questo orrore, poiché suonavano musica classica mentre i loro compagni di prigionia venivano uccisi e bruciati”.

Ed aggiunge: “Quella musica significa la bellezza della conclusione dalla vita, la fine dell’esistenza e dell’elemento passionale in quella conclusione”. E’ il concetto dell’amore “fin che morte non ci divida”, ovvero “nella buona e nella cattiva sorte”, impegno che prendiamo quando ci sposiamo, con l’entusiasmo e la sincerità che solo da giovani si può avere. Ma niente meglio di questa foto può trasmettere la brutalità del macabro rito della musica che accompagnava i reclusi ai forni crematori.

E’ stata scattata nel campo di sterminio di Janowska, aperto da Hitler nel 1941, alla periferia di Lwów (adesso Ucraina). Si stima che vi siano stati uccise tra le 35.000 e le 40.000 persone, perlopiù ebrei. Ed altri 65.000 ebrei furono trasportati con i “treni dell’Olocausto” in altri campi, dove trovarono anch’essi la morte. E di queste altre foto, che non richiedono commenti:

E’ incredibile: i nazisti erano così convinti di dominare il mondo per sempre che si spinsero a filmare e fotografare tutti i più efferati momenti della loro criminalità, essendo per loro, questa criminalità, nientemeno che un vanto da trasmettere alle future generazioni. E questa pagina nefasta del regime nazista venne ricostruita durante il “Processo di Norimberga”. A testimoniare contro i seguaci di Hitler c’era un giovane catalano socialista che si chiamava Francesc Boix (Barcellona, 1920 – Parigi, 1951). Fotografo di professione, era stato internato all’età di 19 anni a Dachau il 17.1.1941 e costretto, pena la sua vita, ad effettuare i servizi fotografici sotto il controllo dell’SS-Oberführer Paul Ricken, che decideva quante e quali foto scattare e dove scattarle: arresti, esecuzioni, ritratti degli ufficiali, lavori forzati dei condannati ecc.

In prossimità dell’arrivo delle truppe alleate fu ordinato a Boix di distruggere tutti i negativi delle immagini scattate, che sarebbero state un’importante prova dei crimini da loro perpetrati contro l’umanità. Francesc Boix distrusse solo le meno importanti, per convincere i nazisti che aveva eseguito il loro ordine, ma nascose quelle più compromettenti, che sono così arrivate fino a noi, a dispetto dei negazionisti.

Quando ho letto questa tremenda informazione, mi è subito tornato alla mente quando per la “Giornata della Memoria” sono andato con mia moglie Carlotta, giusto un anno fa, a visitare il campo di sterminio di Dachau (Qui Blog: A Dachau dove si massacrava il popolo di Gesù (e alcuni alfieri del Cattolicesimo) con la complicità del Papa), a soli 16 chilometri dal centro dalla cattolicissima Monaco di Baviera.

Ma vediamo ora il testo della canzone:

Fammi danzare verso la tua bellezza con un violino in fiamme.
Fammi danzare attraverso il panico finché io non sia in salvo.
Sollevami come un ramo di ulivo e sii la mia colomba diretta verso casa,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

Per Cohen la fine dell’amore corrisponde alla fine della vita. E la vita finisce con la fine di ogni sentimento di umanità, perpetrato dai nazisti nei campi di sterminio. Fammi danzare, o meglio “danzami”, dice Cohen, dentro la vita, dentro l’anima, dentro il cuore, verso la tua bellezza, mentre abbiamo in mano un violino che brucia con noi nel forno crematorio. E come una colomba per Noè fu il simbolo della presenza della terra oramai vicina, quindi della salvezza, in mezzo alle onde del diluvio, anche tu, dice Cohen, sollevami da questo incubo e riportami a casa, quindi verso la salvezza. Fammi danzare fino alla fine dell’amore. Ovvero: portiamo avanti il nostro amore finché non ci bruciano. Finché, come detto, “morte non sopraggiunga”. Morte che può far tornare in polvere i nostri corpi (ed il violino) ma non le nostre “anime”, ovvero l’immenso sentimento di amore che ci ha legati in vita e che ci legherà per sempre. Proprio come aveva detto “Yehoshua ben Yosef (Gesù), ebreo errante nel I^ secolo in Palestina: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”.

Ma proseguiamo:

Oh, mostrami la tua bellezza non appena i testimoni se ne saranno andati.
Fammi sentire il tuo corpo muoversi come fanno a Babilonia.
Mostrami poco a poco ciò di cui io solo conosco il limite.
Fammi danzare fino alla fine dell’amore,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

E mostrami tutta la tua bellezza appena gli aguzzini se ne saranno andati, testimoni ed artefici di questo crimine. E fammi avvertire che il tuo corpo fisico c’è ancora, muovendoti sinuosamente, come facevano a Babilonia, considerata dal mondo ebraico una città dedita ai piaceri carnali. Mostrami piano piano ciò di cui io solo conosco il limite. Il limite dell’amore: che è la morte. Fammi danzare/danzami fino alla fine dell’amore con l’arrivo della morte.

Fammi danzare fino al matrimonio, fammi danzare continuamente.
Fammi danzare con molta dolcezza e fammi danzare ancora a lungo.
Siamo entrambi al di sotto del nostro amore, e ne siamo sopra.
Fammi danzare fino alla fine dell’amore,
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

Danziamo continuamente con molta dolcezza davanti a questo orrore, fino al matrimonio dei nostri corpi, uniti nella polvere. Hanno spezzato via le nostre vite (“siamo entrambi al di sotto del nostro amore”), ma noi immaginiamo ugualmente di poter continuare a danzare in eterno, nonostante loro (“ne siamo al di sopra”). Fammi danzare/danzami fino alla fine dell’amore, con la morte.

Fammi danzare verso i bambini che domandano di essere messi al mondo.
Fammi danzare attraverso le tende che i nostri baci hanno superato.
Innalza una tenda per ripararmi, sebbene ogni filo sia strappato.
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

Portiamo avanti l’amore fino ai bambini che chiedono di poter nascere e non finire nei forni crematori. Ma in questa frase Cohen, sempre controcorrente su tutto rispetto al quegli anni ‘60, collega all’uccisone dei bambini da parte dei nazisti con l’uccisone dei bambini attraverso l’aborto, riguardo al quale, per motivi religiosi era assolutamente contrario (Cohen ebbe due figli). Nella canzone “The Future” (Il Futuro) infatti scrive: “Dammi Cristo o dammi Hiroshima. Distruggi un altro feto ora. Non ci piacciono del tutto i bambini”. E poi in “Diamonds in the Mine”: “L’orgoglio della rivoluzione (degli anni ’60-ndr) ha addestrato un centinaio di donne , pronte a uccidere un bambino non ancora nato”

Ma andiamo avanti con il testo. Il riferimento alle tende rimanda alla tradizione ebraica che vuole che i matrimoni vengano celebrati sotto un baldacchino di stoffa (chuppah חוּפָּה), simbolo della casa “nomade” che i coniugi costruiranno insieme. In quell’occasione viene rotto con il piede destro, generalmente dallo sposo, un bicchiere di vetro avvolto in un panno, dove gli sposi hanno bevuto del vino rosso, che simboleggia la necessità di non dover mai dimenticare Gerusalemme e la sua distruzione. Ma le tende richiamano anche l’importante festa ebraica di Sukkot (סוכות), meglio conosciuta come Festa delle Capanne o Festa dei Tabernacoli, che commemora, tutti gli anni, la vita del popolo ebraico nel deserto durante il loro viaggio verso la terra promessa (la Terra di Israele), periodo nel quale essi vissero in capanne (sukot). Dice infatti la Bibbia: “Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto”. “Sukot”(“festa di pellegrinaggio”) impegna tutti gli ebrei maschi a compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme. Gli ebrei ortodossi celebrano questa festa ancora oggi all’interno di una tenda.

E la canzone prosegue così:

Fammi danzare verso la tua bellezza con un violino in fiamme.
Fammi danzare attraverso il panico finché io non sia in salvo.
Toccami con le tue mani nude o toccami con il tuo guanto
Fammi danzare fino alla fine dell’amore.
Fammi danzare fino alla fine dell’amore
Fammi danzare fino alla fine dell’amore

Cohen qui, nel ripetere la prima riga della strofa, invoca di poter passare attraverso il panico di quella crudeltà mettendosi in salvo, sapendo però che solo l’imminente morte potrà interrompere la loro immensa sofferenza. Toccami quindi ancora una volta, dice quindi Cohen, non importa se con la ruvidezza delle tue mani nude o con la dolcezza di un guanto di velluto. E Danziamo/danzami fino a che morte non sopraggiunga.

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