“C’è uno spirito della purga che non mi piace” | Kolòt-Voci

“C’è uno spirito della purga che non mi piace”

Contro la censura e lo scambio libero delle idee: è la netta posizione del filosofo Michael Walzer, tra le voci più influenti dell’area liberal.

Daniel Reichel

“Nel Talmud c’è un passaggio in cui si ricorda che ‘Le une e le altre sono parole del Dio vivente, ma la regola sarà secondo l’opinione della casa di Hillel’. È un principio che ci spiega che c’è una direzione da prendere ma che quella opposta merita comunque di essere ricordata” spiega Walzer a Pagine Ebraiche, parlando del clima sempre più censorio che si respira negli Stati Uniti.

In particolare a sinistra: “C’è uno spirito della purga che non mi piace” afferma Walzer, tra i firmatari negli scorsi mesi di una lettera aperta in cui si invocava il rispetto della libertà di espressione. Uno dei cardini di una grande democrazia.

“Il libero scambio di informazioni e di idee, linfa vitale di una società liberale, si fa ogni giorno più stretto. Se da un lato ci aspettiamo questo da parte della destra radicale, dall’altro la censura si sta diffondendo sempre più nella nostra cultura”, si legge nella lettera siglata dal professore emerito di Princeton e da altri celebri intellettuali americani e non. “Un’intolleranza di opinioni opposte, una foga per la gogna pubblica e l’ostracismo, e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in una certezza morale accecante. Sosteniamo il valore di una controproposta robusta e persino caustica da tutti i punti di vista. Ma è ormai fin troppo comune sentire appelli per una punizione rapida e severa in risposta alle trasgressioni percepite del discorso e del pensiero”.

Nell’intervista con il giornale dell’ebraismo italiano Walzer sottolinea uno dei passaggi della lettera rispetto al preoccupante asservimento a questo spirito della purga da parte di istituzioni che dovrebbero invece farsi paladine della libertà di espressione. Soprattutto nello spazio della cultura e del mondo accademico, sottolinea il filosofo americano, non è la logica del consenso che deve primeggiare. I giornalisti, gli scrittori, gli artisti non possono essere costretti a non esprimersi perché preoccupati di eventuali ritorsioni di zelanti difensori di una presunta morale unica.

In particolare nel nome della cosiddetta woke culture (woke da essere svegli, vigili), ovvero la cultura dell’essere vigili di fronte a fenomeni di ingiustizia sociale e razzismo, molti personaggi più o meno pubblici si sono ritrovati ad essere minacciati per aver espresso la loro opinione.
Per Walzer se lotta al razzismo e alle discriminazioni sono un valore imprescindibile in particolare per la sinistra liberale in cui si identifica nel loro nome non è possibile cancellare ogni dissent opinion, opinione contraria. “La cultura della denuncia, del ripudio, dell’ostracismo mi preoccupano. Una persona fa un errore e subito tutti gli vanno contro in modo brutale. Credo che il principio ebraico per cui ‘Le une e le altre sono parole del Dio vivente’ sia l’alternativa. Penso che i nostri rabbini siano stati tra i primi a riconoscere che sì le decisioni halakhiche (secondo la Legge ebraica) devono essere registrate ma con esse anche la posizione della minoranza. Oggi in tutte le Corti supreme delle democrazie mondiali abbiamo la sentenza decisa a maggioranza e la posizione contraria della minoranza. Forse come ebrei siamo stati i primi a introdurre questo concetto. I Maestri ci ricordano che la minoranza potrebbe sempre avere ragione”.

Ci sono state diverse epurazioni nel corso di questi mesi che han- no coinvolto luoghi simbolo della libertà di espressione e del mondo progressista come il New York Times. Più in generale, per Walzer il problema principale è la radicalizzazione delle opinioni, l’incapacità di dialogare. E su questo fronte il suo dito è puntato sulla destra oltranzista e sulla dialettica aggressiva adottata dal Presidente Usa Donald Trump ma anche, in Israele, dal Primo ministro Benjamin Netanyahu. “Io – dice Walzer – mi identifico nel campo della sinistra liberale, e credo che la maggiore responsabilità per la brutalità del discorso politico in Israele e negli Stati Uniti sia legata alla destra. In Israele Netanyahu e i suoi sostenitori hanno fatto quello che Trump e i suoi sostenitori hanno fanno negli Usa: hanno reso il dibattito politico violento. Quello che rimane della sinistra in Israele e il partito democratico negli Stati Uniti, a mio avviso, non hanno partecipato a questo schema. Ci sono ovviamente autoritarismi di sinistra, dal tempo dei giacobini e della rivoluzione francese. Ci sono sempre state tendenze autoritarie nella sinistra. Ma oggi la violenza retorica è usata dal populismo nazionalista di destra”.

Rimanendo sula situazione americana, se Trump ha vinto vuol dire che, retorica a parte, è riuscito a intercettare gli interessi di una buona parte dell’elettorato americano, che invece la sinistra non è stata in grado di fare. “Certo. Per questo il modo di reagire al populismo nazionalista come quello di Trump è riconnettendosi con la versione americana della socialdemocrazia. È rafforzando la rete di sicurezza per tutti e costruire una società più egalitaria. La sinistra liberale deve dare attenzione a quel mondo che definiamo precariato. Uomini e donne che hanno un posto di lavoro, ma sono i nuovi lavori dell’era post-industriale; spesso part-time, insicuri, con bassi salari e senza benefit. Lavoratori intrappolati in occupazioni come queste costituiscono una classe arrabbiata e piena di risentimento che sente, giustamente, di essere stata abbandonata dalla politica della sinistra che afferma in teoria di volerla proteggere”.

Per Walzer la sinistra deve riprendere in mano l’idea di socialismo liberale di Carlo Rosselli, citato come modello di pensiero in un lungo articolo sulla rivista Dissent. Un articolo in cui il filosofo cita apertamente l’identità ebraica come legata alla sua idea di sinistra: “Una delle sorgenti della liberalismo di sinistra ebraico dell’era post-emancipazione ha molto a che fare con Pesach e il Seder”, spiega a Pagine Ebraiche l’autore di Esodo e rivoluzione (Feltrinelli).

“La storia dell’Esodo non è una storia di liberazione universale. L’Esodo degli israeliti dall’Egitto salva solo gli israeliti. Ma l’idea è che questo può essere ripetuto, e invita la gente a imitarlo, a farlo di nuovo. È un modello replicabile”.

A proposito di liberazione e ritorno alla Terra d’Israele, Walzer spiega poi il suo rapporto con l’identità diasporica. “Io sono uno di quegli ebrei sionisti della Diaspora. Sono legato a Israele, penso che debba rimanere un rifugio per gli ebrei del mondo ma allo stesso tempo penso che sia necessario coltivare le comunità della Diaspora. Penso che il modello di rapporto potrebbe essere quello che ci fu tra ebrei palestinesi e babilonesi. Potremmo avviare un’altra competizione su quale sia il miglior Talmud, è sarebbe un’ottima cosa per tutto l’ebraismo”. 

Daniel Reichel, Pagine Ebraiche Ottobre 2020

https://moked.it/blog/2020/10/15/basta-con-le-censure-e-la-retorica-populista/