Unorthodox, non una, ma due storie affascinanti | Kolòt-Voci

Unorthodox, non una, ma due storie affascinanti

Gilberto Bosco

Un fantasma si è aggirato per l’Europa. Anzi no, si è aggirato per il mondo intero: la breve serie di Netflix Unorthodox ha conquistato tutti, ebrei e goìm, chi capiva tutto, chi non capiva quasi nulla, e chi vedeva tutto come una storia esotica. E, a monte della serie, un libro di Deborah Feldmann con lo stesso titolo, esaurito più volte. Cosa è successo? Tutti presi da una storia “religiosa” sul mondo ultraortodosso? Proviamo a leggere. Con due premesse. La prima, un libro autobiografico fornisce la versione dell’autrice, non necessariamente “la verità”. Seconda premessa, il telefilm è molto diverso dal libro, vediamo come e perché.

Il libro

E’ la storia dell’autrice, “lo scandaloso rifiuto delle mie radici Chassidiche”, come recita il sottotitolo. La vita di una ragazzina nata e cresciuta nella comunità Satmar di Williamsburg, a New York.Una ragazzina, Deborah, non particolarmente fortunata: genitori divorziati e lontani (il padre con gravi problemi psicologici, la mamma gay), difficoltà di adattamento nel rigido mondo Satmar, difficoltà ad accettare molte delle norme che le vengono insegnate, appena adolescente subisce fastidiose molestie di un giovane della stessa comunità, riceve rimproveri immotivati per le sue amicizie femminili – nel timore di inclinazioni sessuali non accettate, a scuola è scarsamente apprezzata a causa della sua “indipendenza” – malgrado la ragazzina dimostri talento e amore per la scrittura e la letteratura. E una grande luce: un rapporto intenso e straordinario con la nonna paterna, nella cui casa cresce, e che le trasmette moltissimo: dall’amore per la cucina (kashèr, ovviamente!) al senso di esistere accanto e insieme e all’interno di un mondo maschilista.

Si sposa giovanissima, come è uso nel mondo in cui vive. Subito iniziano i problemi. Lei e il marito hanno difficoltà a stabilire normali rapporti sessuali. E il marito si dimostra da subito psicologicamente inadatto a lei. Però…

Una storia, due storie

Però ora la storia del libro e quella del telefilm divorziano, come i genitori di Deborah. Nel libro (non nella serie di Netflix), appena risolti i loro problemi fisici, i due riescono a concepire un bambino. Si trasferiscono lontano da Williamsburg. Ma la giovane donna continua ad essere infelice. Non ama suo marito (palesemente inadeguato psicologicamente) e insieme vivono malissimo.Dubita del suo rapporto con la religione. Vende i suoi gioielli, vende i diritti del libro (quello che stiamo leggendo); fugge con il figlio lontano dal marito. Qui finisce il libro.

Il telefilm

I realizzatori del telefilm sono, a mio parere, geniali. E inventano una nuova storia, simile ma non uguale. Cambiano il nome di Deborah in quello più immediato di Esty, vezzeggiativo di Esther. Danno quel ruolo a Shira Haas un’attrice che appena si muove “buca” lo schermo (qualcuno la ricorderà nella parte di Ruhàmi, in Shtìssel). Iniziano la storia da metà: lanciando una serie di veloci flash back per raccontarci i fatti precedenti. Inventano delle varianti, importanti. La giovane Esty nel film (solo nel film!) non riesce a rimanere incinta; quando ci riuscirà, mentre sta cercando di dirlo al marito, questi le comunica che vuole divorziare: come non dare ragione alla fuga della donna?

Esty fugge a Berlino (una assoluta invenzione rispetto al libro!), conosce con fatica il mondo dei goìm, tenta di vincere una borsa di studio per studiare musica. (Curiosa simmetria: l’autrice del libro vince una borsa di studio per studiare scrittura creativa in una istituzione prestigiosa…). Si avvia verso una vita “normale”.

Scene del libro ritornano, mutate, nel film. Probabilmente incomprensibili per chi non è ebreo. E altrettanto vale per scene completamente nuove, inventate con talento dagli sceneggiatori. Citerò la più straordinaria, assolutamente “inventata”: il marito e un altro Satmar entrano in un albergo di Berlino, inseguendo Esty. Abito nero, camicia bianca, tsiztiòt ben visibili, inconfondibili. L’addetto alla registrazione degli ospiti li saluta con entusiasmo: “Benvenuti, israeliani!”, uno dei due Satmar sibila con odio, tra i denti, ”Tzionist!” (i Satmar sono ferocemente antisionisti…). E il film ci lascia, giustamente, in sospeso (come il libro), con questa giovane donna che scopre il mondo e la vita moderna.

Conclusione?

Sappiamo qualcosa della vita (della vita ”vera”) della Feldmann da una sua conversazione/intervista. Si considera ancora ebrea, ha una cucina kashèr, educa suo figlio come un ebreo modern orthodox, sta scrivendo un libro, in tedesco (forse una riscoperta e una rivisitazione del suo yiddish nativo?). Aspettiamola alla pubblicazione, e auguriamole una vita (finalmente) felice.