La storia di Vivian Maier, la bambinaia solitaria che non ha mai smesso di scattare fotografie | Kolòt-Voci

La storia di Vivian Maier, la bambinaia solitaria che non ha mai smesso di scattare fotografie

Le sue immagini sono diventate famose per caso, dopo la sua morte, grazie a una misteriosa cassa battuta all’asta…

Daniela Ambrosio

Coraggiose, glamorous, osannate, sconosciute, avventurose. Sempre vigili e pronte a cogliere l’attimo più fuggevole, oppure estremamente riflessive, alla ricerca dell’inquadratura perfetta. Sono le donne fotografe, coloro che sono riuscite, attraverso l’obbiettivo, ad abbattere i pregiudizi di una pratica considerata “maschile”. Ma non solo: hanno lavorato in situazioni di pericolo, mettendo spesso a rischio la loro stessa vita. Si tratta di donne che hanno contribuito a cambiare i costumi, a far uscire le donne dalla loro posizione di “angeli del focolare”, per conquistare, finalmente anche se faticosamente, il loro posto nel mondo.

La storia di Vivian Maier è una storia singolare e unica. Nessuno sapeva dell’esistenza di una grande fotografa che aveva trascorso anni a collezionare scatti senza mai farne parola con nessuno. Probabilmente, non avremmo mai conosciuto il suo lavoro (e la bellezza delle sue fotografie) se un ragazzo di nome John Maloof, di professione rigattiere, non avesse comprato all’asta, in blocco, una scatola che apparteneva a una sconosciuta signora. Tra i vari oggetti presenti – si trattava di un esproprio, avvenuto al seguito al mancato pagamento di diversi canoni d’affitto – c’erano anche più di trecento negativi e molti rullini mai sviluppati. Il ragazzo, che stava facendo una ricerca iconografica sulla città di Chicago, cominciò a stampare alcuni negativi, spinto dalla curiosità per questi oggetti che raccontavano di un’esistenza solitaria e al limite dell’indigenza. Iniziò a fare delle indagini su quella donna misteriosa, partendo proprio dalle sue cose, dai tanti scontrini che conservava, dalle ricevute degli acquisti fatti, dai biglietti dei mezzi pubblici che prendeva. Grazie all’abitudine all’accumulo che aveva questa signora, il giovane Maloof incominciò pian piano a ricostruire la sua identità. Quella scatola apparteneva a una certa Vivian Maier, di professione bambinaia. Come in un negativo da sviluppare, la storia di quella donna cominciava a emergere, anche grazie agli incontri con le persone che l’avevano conosciuta. 

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Vivian Maier, Self-Portrait, 1956, 40×50 cm(16×20 inch.) , © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

In particolare, attraverso il racconto di quei bambini che Vivian aveva accudito e che oramai erano cresciuti. Ben presto, tutti i pezzi del puzzle erano al loro posto. Vivian Maier era nata da genitori di origine austriaca, che erano emigrati negli Stati Uniti negli anni Venti. Vivian era nata a New York nel 1926. Quando i genitori si separarono, andò a vivere con la madre da un’amica di lei, e fu proprio questa donna a trasmetterle la passione per la fotografia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si recò in Francia per una questione ereditaria che riguardava sua madre: pare che proprio grazie a questi soldi riuscì ad acquistare delle macchine fotografiche, con le quali realizzò i suoi primi scatti. Ritornata negli Stati Uniti, trovò lavoro come bambinaia, senza però mai appendere al chiodo la sua Rolleiflex. Anzi: nelle giornate di libertà, andava in giro per la città in cerca di scatti, diventando unapioniera della street photography. I suoi soggetti preferiti erano le persone comuni impegnate nella loro vita quotidiana: la gente semplice, quella altolocata, le strade del centro e le periferie, i riflessi delle vetrine, gli emarginati, i bambini. Se stessa. Ma Vivian Maier era curiosa e a un certo punto, quando le strade della sua città non le bastarono più, decise di lasciare il suo lavoro e viaggiare per il mondo. 

© vivian maiermaloof collection

Vivian Maier, Undated, 40×50 cm(16×20 inch.), © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Scattò tantissime foto e non disse mai, al suo ritorno, dove era stata. Solo le sue fotografie raccontarono di questo viaggio durato sei mesi, in cui aveva visitato l’estremo Oriente, l’Egitto, l’Italia, la Francia. Girava in bici e non fece mai amicizia con nessuno. La vita di Vivian Maier era fatta solo del suo lavoro con i bambini – che l’adoravano – e delle sue foto. Dopo aver lasciato i Gensburg, la famiglia di Chicago con cui aveva vissuto a lungo, fino a che i figli non erano diventati grandi, si trasferì presso un’altra famiglia, portando con sé 200 scatole di cartone. Dentro c’era tutta la sua vita: i suoi rullini e i suoi negativi. Le sue scatole giravano con lei, di casa in casa, di famiglia in famiglia. Quando l’età avanzò, si ritrovò in difficoltà economiche e dovette trasferirsi in una casa popolare. Fu proprio allora che la sua cassa venne messa all’asta. Mentre quel ragazzo di nome John Maloof, di professione rigattiere, era sulle tracce della misteriosa proprietaria della cassa, Vivian ebbe un incidente cadendo sulla neve e battendo la testa. Furono i figli della famiglia Gensburg, che le erano rimasti profondamente legati, ad aiutarla. Alla fine, Vivian morì, senza sapere che i suoi scatti stavano cominciando a diventare famosi. Maloof infatti, oltre a stamparli, cominciò a divulgarli. Erano foto di insolita bellezza, in cui spesso compariva anche il volto di Vivian, magari nel riflesso di una vetrina oppure di uno specchietto. Come se questa grande e sconosciuta fotografa avesse voluto lasciare un segno di sé in un’immagine.

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