Diluvio e Torre di Babele: le radici di Capitalismo e Comunismo | Kolòt-Voci

Diluvio e Torre di Babele: le radici di Capitalismo e Comunismo

Scialom Bahbout

Dieci generazioni passano tra Adamo a Noè e dieci generazioni da Noè ad Abramo (Pirkè avoth  cap. 5, 2): le prime tre parashoth della Torà ci raccontano tre inizi della storia dell’umanità. Possiamo porci una domanda generale: quale sia il motivo per cui la storia dell’umanità sia dovuta passare attraverso tre inizi e quale sia la relazione tra i due eventi che fanno da spartiacque nella narrazione tra i diversi inizi: il diluvio universale e la costruzione della Torre di Babele, narrati entrambi nella parashà di Noach.

Rav Mordechai Miller * si chiede quale sia la relazione tra i due eventi narrati in questa parashà.

La lezione del Diluvio

La distruzione dell’umanità viene decretata quando, come dice il testo, la terra si  era riempita di Hamas (violenza) e Rashi spiega che il testo si riferisce alla consuetudine di rapinare e derubare  il prossimo, ignorando e violentando  i diritti del singolo.  Ognuno cercava di accumulare quanto più beni possibile sottraendoli agli altri: possiamo individuare già in questo comportamento le radici  del capitalismo antelitteram.

Lo scopo del Diluvio sembra rispondere alla necessità di creare una nuova umanità e in effetti sembra che l’uomo abbia imparato la lezione perché decide di rovesciare il proprio comportamento. Il midrash (Bereshit Rabbà 38, 6) spiega l’espressione Devarim Ahadim: “ciò che è nella mani di uno è nelle mani dell’altro” e il commento Mattenot Kehukà: “tutto veniva posto in proprietà comune: un’unica tasca per tutti”: tutti i beni venivano messi in una cassa comune per raggiungere un unico scopo, cioè la costruzione di una Torre che arrivasse fino al Cielo. Quindi la lezione cui era stata sottoposta la generazione del diluvio sembra sia servita. L’uomo è passato da una concezione per così dire  capitalista a una socialista o meglio comunista ante litteram. In teoria un regime perfetto: eliminata la proprietà privata, l’uso della rapina sarebbe stata superato: ma non era questo il loro obiettivo!

Il Midrash (Bereshit rabbà 38, 4) afferma infatti: Yehudà ben Rabbi dice: (le generazioni nate dopo il Diluvio) non avrebbero dovuto imparare la lezione dai loro padri? La generazione del diluvio dalla generazione di Enosh e la generazione che costruì la Torre da quella del diluvio.  Infatti è scritto: due anni dopo il Diluvio, la terra era di una sola lingua ….

La Torre: fine o strumento?

Qual era l’obiettivo che si proponevano i costruttori della Torre?  Lungi dal voler raggiungere obiettivi spirituali, i costruttori erano alla ricerca di qualcosa di solido che potesse garantire loro sicurezza ed eternità.

Tutta la terra aveva una sola lingua  e usava le stesse parole. Quando emigrarono dall’oriente i popoli trovarono una valle nella terra di Shinn’ar e vi si stabilirono. Essi dissero l’uno verso l’altro: Vieni, facciamoci dei mattoni e cuociamoli nel forno. Essi dissero: “venite costruiamoci una città e una torre la cui cima arrivi fino al cielo: così ci faremo un nome per non disperderci su tutta la faccia della terra” (Genesi 11: 1 – 4)

La generazione che costruisce la Torre decide di creare uno strumento per dare stabilità alla vita, e così facendo mette in dubbio la dichiarazione divina a non usare più il Diluvio come strumento per colpire il Mondo. Calcola gli anni trascorsi dalla creazione del Mondo prima del diluvio e conclude da lì a 1656 anni il cielo si sarebbe nuovamente  squarciato e la terra sarebbe stata inondata: quindi era necessario costruire un sostegno al cielo, appunto una Torre che arrivasse fino al cielo e lo puntellasse. L’uomo può quindi controllare la natura fino al punto da rendere tutto più stabile e impedire di essere sottoposto alla volubilità della natura.

Le condizioni in cui si svolge la vita umana sono simili a una capanna che può essere travolta con una semplice ventata (e l’esperienza odierna di instabilità ne è un tragico esempio): Rabbi Simcha Zisel di Kelm  (esponente del movimento Musàr) sostiene che la costruzione della Torre si proponeva di creare nel Mondo qualche cosa di stabile su cui fondare la vita, modificando in maniera rilevante quelli che erano i motivi per cui l’uomo era stato creato; anche rabbi Izchak Aramà scrive qualcosa di simile:  Lo scopo spirituale, che doveva essere quello principale e superiore, era stato modificato in quello inferiore,  cioè nella ricerca del successo politico (materiale) (Pahad Izchak, cap 14): la costruzione di una Torre fatta di materiale duraturo, come i mattoni, serviva per dare all’uomo almeno l’illusione dell’immortalità delle opere umane dato che la vita degli esseri umani non era duratura. La costruzione di grandi monumenti, come fecero culture dominanti come quella Egiziana e Greco Romana, non ha reso un grande servizio all’immortalità di quelle culture. L’errore stava nell’avere dimenticato che la Torre doveva essere uno strumento e non il fine dell’attività dell’uomo.

La costruzione della Torre di Babele assurge qui a simbolo del progresso che è nelle mani dell’uomo, che ha il potere di impedire che le forze della natura e dell’ambiente possano avere il sopravvento. In altre parole,  la scienza è in grado di risolvere  tutti i problemi dell’uomo. Come abbiamo visto nel commento alla parashà precedente, l’uomo ha il dovere di usare la sua conoscenza per favorire il progresso; tuttavia l’uomo deve essere consapevole che ciò che costruisce deve essere uno strumento e non deve dimenticare che parte essenziale della sua missione è quella di dedicare uno spazio alla riflessione spirituale.

Il diluvio infatti non colpisce immediatamente l’umanità: Noè impiegherà 120 anni per costruire l’arca, nella speranza che gli uomini del tempo lo vedessero e lo interrogassero: lui avrebbe quindi avuto il tempo per rispondere che Dio aveva decretato un diluvio per distruggere il creato e gli uomini forse si sarebbero pentiti e cambiato strada. Ma è difficile modificare un atteggiamento come quello supponente di chi pensa “siamo in grado di dominare e cambiare tutto”.

Rabbi Iuzel Horowitz (Madregat haadam 262) usa questa parabola per spiegare quanto sia illusorio pensare che basti modificare l’ambiente in cui operare per credere che sia tutto cambiato: Una persona dalla statura bassa decide di dormire nel letto mettendo la testa dalla parte più stretta del letto stesso, in modo da avere la sensazione di essere più alto: l’essenza e gli scopi della sua azione non sono minimamente cambiati, solo gli aspetti ambientali esteriori sono diversi. Gli uomini della Torre non avevano cambiato nulla rispetto a quelli che erano stati travolti dal diluvio: anche loro avevano sempre trasformato un uno strumento (la torre) nel fine della loro opera.

E Abramo?

Durante il periodo in cui veniva costruita la Torre cosa faceva Abramo? E’ scritto (Genesi 26, 5):

עקב אשר שמע אברהם בקולי וישמר משמרתי מצותי חקותי ותרותי

in conseguenza del fatto che Abramo ha ascoltato la mia voce ed osservò le mie norme, i miei ordini,  i miei decreti e le mie leggi”: Rabbi Yochanan e Rabbi Haninà dicono entrambi: Abramo riconobbe il suo creatore quando aveva 48 anni (dal numero delle lettere della seconda parte del verso + le tre parole מצותי חקותי ותרותי ). Resh Lakish dice: Abramo aveva 3 anni quando riconobbe il Signore (la parola  עקב ‘Ekev ha un valore numerico pari a 172 (Abramo visse 175 anni, dei quali 172 quando già conosceva il Signore).  Abramo non ha quindi partecipato alla costruzione della Torre, anzi scrive Rabbi Naftali Zvi di Volozin  in ‘Amek davar (Genesi 11, 4) che la fornace in cui venivano cotti i mattoni era la stessa in cui Nimrod aveva gettato Abramo, che aveva rifiutato l’idea della costruzione della Torre e dell’idolatria del  mattone. Abramo era alla ricerca di valori diversi da quelli dei costruttori della Torre e questo lo renderà idoneo a essere scelto per tentare di ricostruire l’umanità.

Ma qual è la novità nella scelta di Abramo, rispetto a quella fatta per Noè? In realtà il Diluvio si proponeva di cambiare l’umanità con un’azione violenta dall’alto, dall’esterno. Il progetto per la ricostruzione dell’idea originaria dell’uomo doveva invece passare attraverso un’azione educativa che dovrà fare Abramo dall’interno delle famiglie della terra, come è scritto “Saranno benedette attraverso di te tutte le famiglie della terra” (Genesi 12, 3).  Il progetto non sarà facile da realizzare e comporterà impegni e sacrifici, sarà lungo e difficile ed è tuttora in corso. Nessuna forma di educazione può avere successo se viene imposta dall’esterno. 

Siamo abituati a chiedere un intervento diretto da parte di Dio nelle situazioni in cui la società viene a trovarsi: Dio stesso riconosce che, dato che l’uomo è dotato di libero arbitrio, non è possibile un intervento dall’alto e l’uomo deve assumersi tutte le sue responsabilità.

La responsabilità conferita ad Abramo e ai suoi discendenti attraverso il patto del Sinai, fa sì che fin tanto che Israel si sentirà legato al patto, anche se talvolta potrà trasgredirlo in parte, il progetto originario continua.

Rabbi Mordekahi Miller (1920 – 2000) è stato Rosh Yeshiva e Mashghaich ruchani a Gateshead, Inghilterra, Il Seminario in cui per decenni si preparano i ragazzi e le ragazze inglesi le cui famiglie desiderano una formazione ortodossa. E’ stato allievo e collaboratore di Rabbi Elihau Dessler, esponente del movimento Musàr (morale) ed autore di Mikhtav meeliahu. Sono disponibili cinque volumi con le sue lezioni sulle parashot.