Il profeta che ebbe il coraggio di infrangere il messaggio divino | Kolòt-Voci

Il profeta che ebbe il coraggio di infrangere il messaggio divino

Scialom Bahbout

“Non sorse un profeta in Israele come Mosè ….Per la forza e per le cose grandi e potenti che Mosè aveva operato agli occhi di tutto Israele” (Deuteronomio 34: 10 – 12).

Rashi scrive Nel suo commento: “perché ebbe il coraggio di rompere le tavole ai loro occhi” (cioè agli occhi di tutto Israele). Rashi si basa su un midrash che interpreta le parole del Deuter. 9: 17  “io le ruppi davanti ai vostri occhi” collegandole con le parole che il Signore disse a Mosè “scriverò sulle tavole le parole che erano sulle prime tavole che tu hai spezzato (Deuter. 10: 2) ” (in ebraico le parole ashèr shibbàrta possono essere interpretate come una sorta di approvazione –ishur in ebraico – per averle rotte).

L’episodio della rottura delle tavole viene narrato in Esodo (32: 19): Quando Mosè si avvicinò all’accampamento, vide il vitello e le danze. L’ira di Mosè si accese, lanciò via dalle sue mani le tavole e le spezzò ai piedi del monte. (Esodo 32: 19) Se si passano in rassegna tutte le azioni e gli insegnamenti di Mosè è incredibile che la rottura delle tavole della legge venga considerata l’atto davvero ultimativo che lo farà passare alla storia.

La rottura delle tavole della legge da parte di Mosè è uno degli episodi più drammatici della sua vita e del suo rapporto con il popolo. Il verso dell’Esodo che narra il momento clou in cui ciò avvenne può essere diviso in due parti: nella prima, la Torà descrive il progressivo avvicinamento di Mosè all’accampamento e l’istante in cui poté rendersi conto de visu di quanto Dio stesso gli aveva detto; nella seconda, la reazione di Mosè. Di fronte all’informazione datagli da Dio stesso, Mosè avrebbe potuto decidere di rompere subito le tavole oppure di lasciarle sul monte. Egli decise invece di portarle con sé fino all’accampamento, sperando, forse, che nel frattempo il popolo si fosse ravveduto o che la colpa non fosse così grave. Lo spettacolo che gli si parò davanti fu peggiore di quanto si aspettasse. Il popolo aveva fatto un vitello di metallo fuso, ma lungi dall’avere rimorso per l’azione idolatrica compiuta, in aperto contrasto con il comandamento appena ricevuto, danzava e cantava con gioia. Riportarlo alla ragione con mezzi normali sarebbe stato difficile, se non impossibile: era necessaria una reazione forte. Forse ci saremmo aspettati che Mosè – il massimo profeta – assumesse un atteggiamento più riflessivo e meno emotivo: la Torà insegna invece che anche Mosè, per quanto dotato di alta spiritualità, è un essere umano che, in circostanze particolari, può essere travolto dai propri sensi. D’altra parte, l’informazione, quasi asettica, che aveva ricevuto da Dio, non poteva avere lo stesso effetto che ebbe invece quando vide il popolo che trasgrediva un comandamento così rilevante in quanto espressione proprio del patto che lega Israele al Signore.

Nella seconda parte del verso viene narrata la rottura delle tavole. I commentatori si chiedono perché mai Mosè le ruppe: infatti l’uomo non deve farsi trascinare dall’ira e non deve distruggere neanche l’oggetto più semplice e tanto più un oggetto così sacro come erano le tavole che avevano una santità particolare, secondo quanto dice il testo, “le tavole erano opera del Signore e la scrittura era la scrittura del Signore, incisa sulle tavole” (32: 16).

Molti commentatori si interrogano sul significato dell’episodio e del fatto che esso assurga a simbolo del lascito e della sua eredità.

Una risposta illuminante dà alle nostre domande il Mèshech Chochmà. L’autore  Meir Simcha Dvinsk Hacohen – vissuto tra la Lituania e la Lettonia tra la fine del’800 e l’inizio del 900, autore del famoso commento Or samèach a Rambam – nel suo commento Meshech chochmà afferma che, assieme all’ira e al dolore, Mosè volle dare un grande insegnamento per tutte le generazioni. Il popolo ebraico poteva credere che le tavole avessero una santità intrinseca, mentre la vera santità non è nei luoghi, negli oggetti, nelle case e neanche in un uomo dalla più grande personalità: Mosè in fondo era soltanto un “mediatore” che aveva il compito di trasferire la Torà per portarla dal cielo alla terra.  Rompendo le tavole, Mosè dimostrò che esse non possedevano alcuna santità: la santità stava (e sta) nelle parole e nell’osservanza della legge cui l’uomo è tenuto.
Secondo i Maestri, infatti, questa fu una delle tre azioni per le quali Mosè ricevette la piena approvazione da parte di Dio, ed è interessante notare che Rashi chiude il proprio commento citando l’interpretazione che danno i Maestri alle ultime parole della Torà (“Per la forza e per le cose grandi e potenti che Mosè aveva operato agli occhi di tutto Israele”). La grandezza di Mosè non fu quella di aver portato la Torà al popolo, ma piuttosto di aver insegnato che ci sono momenti in cui è preferibile romperla, per poter poi riprenderla al momento opportuno, piuttosto che vederne il messaggio umiliato e travisato nelle azioni dell’uomo. Infatti, la santità divina risiede solo nella Torà e nell’uomo che la applica nella sua vita.
E’ scritto (Berakhot 8b): “nell’arca c’erano i frammenti delle prime tavole e le seconde tavole”: il paradosso è che le prime – che erano opera divina – erano rotte, mentre le seconde – che erano opera umana – erano integre. I frammenti delle tavole devono ricordarci sempre che ci sono momenti in cui, per costruire, è necessario rompere le tavole per tornare a osservare le leggi che sono incise nelle tavole del cuore dell’uomo.

E il giorno di Simchat Torà, assieme alla fine della lettura della Torà, ne iniziamo nuovamente la lettura. La nascita di un bambino inizia con la rottura delle acque: una nuova vita nasce con la rottura  con il proprio passato.