La filosofia di rabbì Akivà | Kolòt-Voci

La filosofia di rabbì Akivà

Shalom Rosenberg

Contrariamente alla teoria di Urbach, sembra che il detto dei Maestri del Talmud “Tutto è previsto, ma il permesso è dato” suggerisca il paradosso della conoscenza e della scelta

“Tutto è previsto, ma il permesso è dato” (Pirkè Avòt 3, 15). Riferendosi a questa espressione il Rambàm scrive: “Tutto quello che esiste al mondo è conosciuto presso di Lui, sia benedetto, ed è compreso, di questo hanno detto che è tutto previsto, e dopo ha detto: Non pensare che essendo Egli a conoscenza delle azioni, siano necessariamente obbligate, cioè che l’uomo sia costretto nelle sue azioni a una qualsiasi azione tra le azioni. Le cose non stanno così, al contrario il permesso è nelle mani dell’uomo in quello che fa, ed è quello che hanno detto che il permesso è dato”.

Secondo questa interpretazione, rabbì Akivà si riferisce al paradosso della conoscenza e dell’arbitrio – il santo, benedetto Egli sia, conosce il futuro e anche quello che l’uomo sceglierà di fare, e ciò nonostante l’uomo possiede il libero arbitrio. Gli studiosi contemporanei hanno sollevato dei dubbi su questa interpretazione. E così il mio maestro, E.E. Urbach, di benedetta memoria, (1912-1991 Studiò a Roma prima della guerra e vi tornò come rabbino militare della VIII armata inglese NdT) pensava che questa lettura filosofica fosse fondamentalmente sbagliata. La sua argomentazione era basata sull’analisi della radice tz.f.a. nella lingua dei tannaiti (i Maestri della Mishnà NdT). Secondo Urbach non si riferiva alla conoscenza del futuro, ma piuttosto alla visione di quello che avviene nel presente, come nel versetto: “Gli occhi dell’Eterno osservano il buono e il cattivo” (Mishlè 15, 3). Secondo Urbach l’uso del verbo “tzafùi” col significato di conoscenza a priori, è un nuovo significato del periodo degli amoraiti (i Maestri del Talmud, successivi ai tannaiti NdT).

Queste idee si inseriscono nella tendenza più generale a sminuire il contenuto filosofico dei detti dei Maestri del Talmud. Ogni interpretazione filosofica è sospettata di anacronismo e siamo obbligati, quando ci occupiamo di filosofia, a fare attenzione a non cadere nella trappola dell’istinto al male che ci spinge ad attribuire significati filosofici alle parole dei Maestri, come nel caso del detto di rabbì Akivà. Ecco, lo confesso. L’istinto filosofico al male è proprio quello che mi spinge ad affermare che nel pensiero dei Maestri del Talmud emergono paradossi e domande che appartengono al mondo filosofico. Uno di questi sono queste parole di rabbì Akivà, che a mio avviso, indicano il paradosso della conoscenza di Dio di quello che sta per accadere a fronte del libero arbitrio che esiste nell’uomo nonostante questa conoscenza.

Il Rambàm ha ragione

Urbach riportava un appoggio alle sue parole da un’interpretazione attribuita a Rashì, sulla quale si era appoggiato anche Ovadià di Bertinoro. Essi danno un’interpretazione del significato che rabbì Akivà dà a “tutto è previsto” come tutto quello che l’uomo fa, anche di nascosto, è invece manifesto davanti a Dio. Come le parole dei Maestri del Talmud: “Ogni persona che trasgredisce in segreto è come se cacciasse via la presenza divina”, cioè come se credesse che Dio non lo possa vedere. Questa idea è certamente importante dal punto di vista pedagogico, ma ciò nonostante, se questo è il significato che gli attribuisce rabbì Akivà, non è certo una grande scoperta. E aggiungo che se rabbì Akivà avesse composto il suo detto al contrario: “Il permesso è dato ed è tutto previsto”, avremmo potuto accettare questa interpretazione, ma l’ordine delle parole di rabbì Akivà confuta il significato di questa interpretazione.

Urbach ricorda un’interessante ulteriore interpretazione che si trova nel formulario di preghiere di Vitrì: “Il santo, benedetto Egli sia, osserva ogni azione dell’uomo come è detto: Gli occhi di Dio vagano su tutta la terra. E quando l’uomo non si comporta bene, (Dio) vede e comprende, e ciò nonostante non lo riprende”. Secondo questa interpretazione, le parole di rabbì Akivà sarebbero riferite alla domanda perché Dio non impedisce al male di manifestarsi davanti ai Suoi occhi e lo spiegherebbe nel senso che Dio lo permette per mantenere la libertà dell’uomo.

Eppure, come ho detto, la mia opinione è che Rambàm ha ragione, e che rabbì Akivà in effetti si riferisce al paradosso dove Dio conosce il futuro, ma esiste ancora il libero arbitrio dell’uomo. Per convincervi di questo, controlliamo se esiste nell’insegnamento dei tannaiti il principio secondo il quale Dio conosce il futuro. In Bereshìt Rabbà (raccolta di midrashìm NdT) vengono riportate le parole di rabbì Yehoshùa ben Korchà che studiava nella scuola di rabbì Akivà: “Un miscredente domandò a r. Yehoshùa ben Korchà dicendo: Non dite forse voi che Dio vede il futuro? Gli rispose: Sì. Domandò il miscredente: Ma quando Dio vide la distruzione del mondo prima del diluvio non è forse scritto: “Si rattristò nel cuore”? Se sapeva questo a priori perché si rattristò? Gli rispose r. Yehoshùa: Ti è forse mai nato un figlio maschio? Gli rispose: Sì. E gli domandò: E che cosa hai fatto? E quello: Ero contento… Gli disse: E non sapevi forse che il suo destino è la morte?

Futuri potenziali

Sembra che la conoscenza del futuro fosse legata a una polemica con i non-ebrei. Lo vediamo anche in un’altra polemica con i romani di r. Yehoshùa ben Chanannyà, il maestro di rabbì Akivà. Ma torniamo a r. Yehoshùa ben Korchà. In un altro testo in Bereshìt Rabbà egli afferma: “Questa è la storia del cielo e della terra quando furono creati – behibbareàm (Bereshìt 2, 4), beavrahàm – per merito di Avrahàm”. Qui viene espressa la concezione secondo la quale l’immagine di Avrahàm si trovava davanti a Dio prima della creazione del mondo, che fu creato per merito suo. Ma alla luce di questo, il libero arbitrio rimane nelle mani dell’uomo? Qui rabbì Yehoshùa ben Korchà esprime delle dure parole (Tanchumà, Vayèshev): “E Yosèf fu fatto scendere in Egitto. È quello che dice il testo: Andate a vedere le azioni di Dio, sono delle falsità terribili nei confronti dell’uomo – e la più terribile che porta a noi, con una falsità la porta a noi. Vieni a vedere quando Dio ha creato il mondo, il primo giorno ha creato l’angelo della morte… e il sesto giorno ha creato l’uomo, e la falsità è che è quest’ultimo ad aver portato la morte al mondo”. L’argomento del midràsh è che dal momento che la Torà è precedente alla creazione, allora quello che c’è scritto sarebbe una contraddizione della libertà di scelta in futuro.

In un altro midràsh egli afferma: “Insegna che Dio fece vedere al primo uomo ogni generazione successiva, e ogni leader di quelle generazioni… In tale generazione governerà tale re, in tale generazione ci sarà tale saggio…” (Avòt Derabbì Natàn, Versione A, 31). Che cosa voleva dire? A mio avviso, indica che esiste un progetto divino che precede la creazione del mondo, ma che non tutta la storia vi è scritta esplicitamente. Possiamo spiegare la storia come una corrente la cui direzione viene stabilita solo parzialmente ed il resto è affidato al libero arbitrio dell’uomo. E con questo r. Yehoshùa capisce che il paradosso non è completamente risolto.

Torniamo però a rabbì Akivà. Nel midràsh di Avòt Derabbì Natàn che si occupa del problema del giusto che soffre e rabbì Akivà sostiene: “Avremmo potuto prevedere che non avrebbero sottratto i beni a questa persona perché si mantiene grazie alla sua giustizia, ma non gli vengono sottratti perché diventi un giusto completo”. Il testo è contorto ma il significato è che Dio prevede il futuro dove questo giusto rimarrà giusto anche nelle difficoltà, e per questo gli viene conservata la sua ricompensa nel mondo futuro. La conseguenza di ciò è che l’uomo viene giudicato secondo il suo futuro potenziale che gli si presenta davanti. “Avremmo potuto prevedere”. Cioè il futuro è manifesto davanti a Dio e anche il futuro che non si è realizzato. È secondo questo futuro che Dio stabilisce la realtà, anche se a volte sembra ingiusta. L’ingiustizia deriva dal fatto che noi misuriamo le cose solo secondo il passato e il presente, mentre Dio destina all’uomo una sorte che è funzione dei futuri possibili che ha davanti. Questa concezione è diventata un principio importante nel pensiero dei Maestri del Talmud e in particolare presso gli amoraiti. Alla luce di questo arrivano le parole di r. Akivà nell’insegnamento: “Tutto è previsto, ma il permesso è dato”. Dio in effetti vede e prevede il futuro e si comporta di conseguenza, ma con questo la libertà di scelta rimane nelle mani dell’uomo.

Traduzione D. Piazza

Makòr Rishòn 19.6.2020 – Titolo originale: “Hafilosofia shel r. Akiva”

Shalom Rosenberg  (1935) è un pensatore ebreo osservante, israeliano, professore emerito dell’Università Ebraica, dove è stato preside della facoltà di pensiero ebraico. Si occupa principalmente di filosofia della religione, rapporto tra religione ed etica, interpretazione dei testi, ermeneutica ebraica e generale.

https://he.wikipedia.org/wiki/שלום_רוזנברג

NB “Maestri del Talmud” è la traduzione dell’acronimo ebraico Chazàl, Chakhamènu Zikhronàm Livrakhà