Vasilij Grossman. Così l’Unione Sovietica soffocò i non allineati | Kolòt-Voci

Vasilij Grossman. Così l’Unione Sovietica soffocò i non allineati

Davide Brullo

Come morire per soffocamento, in un triangolo di vetro. Non è più tempo di libri al rogo, di scrittori in carcere, di esecuzioni pubbliche. Nel 1961 John Kennedy diventa il 35mo presidente degli Stati Uniti d’America, Adriano Celentano porta 24mila baci a Sanremo, Billy Wilder vince l’Oscar per L’appartamento, Ivo Andric ottiene il Nobel per la letteratura, Raffaele La Capria tracanna lo Strega e il Kgb, nell’Unione Sovietica destalinizzata, irrompe in un appartamento moscovita, vi abita lo scrittore, Vasilij Grossman, «requisirono varie copie e abbozzi del manoscritto di Vita e destino».

I servizi si erano già recati nelle redazioni di Znamja e Novyj Mir per bloccare la stampa del romanzo, sequestrando fogli, dattiloscritti, i nastri per le macchine da scrivere. Esattamente vent’anni prima, il compagno Grossman era al fronte, volontario, corrispondente di guerra, a raccontare la resistenza russa contro i nazisti. Scrittore di talento, si era fatto notare con il romanzo Stepan Kol’ugin: ha 35 anni, vivrà l’epopea di Stalingrado, sarà la guida del Libro nero, uno studio che intende testimoniare «il genocidio nazista nei territori sovietici». Uno dei suoi reportage, L’inferno di Treblinka, pubblicato nel 1944, è di allucinata lucidità: «Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hitlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori».

Nel 1952 pubblica con successo Per una giusta causa; nel 1955, dopo la morte di Stalin, scampato alle polemiche contro i «cittadini ebrei», Grossman è insignito della «Bandiera del lavoro». La madre era morta nel 1941, a Berdicev, la cittadina ucraina dove Grossman è nato e dove nacque Joseph Conrad, ammazzata da una SS insieme ad altri 20mila ebrei. Grossman è uno scrittore come i grandi scrittori che parla con i morti. “Cara Mamma, sono passati vent’anni dalla tua morte. Ti voglio bene; penso a te ogni giorno della mia vita», così attacca la lettera dello scrittore, in quel 1961 tramortito dall’assurdo, indirizzata all’al di là. «Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani». Una delle pagine più belle di Vita e destino è l’ultima lettera di una madre, Anna, al figlio, «Viktor caro», costretta al ghetto. «Qui ho capito che la speranza non ha quasi mai a che vedere con la ragione, che la speranza è illogica e, credo, figlia dell’istinto», scrive. Cresciuto nell’indole realista, nella maestria di Tolstoj. «Che storia terrificante e sconvolgente. Paragonate a questo resoconto semplice tutte le terribili storie di Edgar Allan Poe diventano innocue e innocenti», scrive, ventenne, leggendo La morte di Ivan Il’ic , Grossman lavora a Vita e destino per dieci anni: ha l’ambizione di farne il Guerra e pace del XX secolo. Ma quel libro per il governo sovietico è pericoloso, è una bomba atomica. Un anno dopo il sequestro, Grossman scrive a Nikita Khrushchev. «Chiedo nuovamente per quale motivo è stata impiegata la forza ufficiale della burocrazia per impedire la pubblicazione del mio libro». La lettera è edita in appendice, tra i «Documenti d’archivio», a Le ossa di Berdicev

In luglio è concesso a Grossman di parlare con Michajl Suslov, Responsabile del Partito per le questioni ideologiche. Il burocrate gli dice che non ha letto il libro sadico dettaglio , ma che «Il Suo lavoro è pericoloso per il popolo sovietico… farebbe il gioco del nemico… è di gran lunga più pericoloso per noi del Dottor Zivago». Il discorso del burocrate è importante perché illumina sulla visione estetica («I nostri scrittori sovietici devono solamente produrre ciò che serve ed è utile per la società») e sociale («Le raccomando di non isolarsi entro una stretta cerchia di persone, di non creare un argine tra sé e la vita e la società. Sia parte integrante della società, dia un’occhiata alle cose incredibili che vi stanno capitando») del regno sovietico. Quello di Grossman è il primo di una nuova serie di atti contro gli scrittori non allineati: nel 1964 il poeta Iosif Brodskij è processato e condannato con l’accusa di «parassitismo sociale; l’anno dopo sono alla sbarra Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’ e il KGB sequestra libri e manoscritti di Aleksandr Solzenicyn. Nel 1960 la morte di Boris Pasternak era stata salutata con un trafiletto, nel 1966 ad Anna Achmatova non è concesso nulla, «nell’obitorio dell’ospedale venne improvvisata una commemorazione sul suo feretro, che poi fu portato direttamente al cimitero». «No. Il suo romanzo non è stato distrutto. Lasciamo che esso se ne stia dove si trova», tiene a specificare allo scrittore, il burocrate. Il libro non è degno neanche di essere giustiziato, di essere distrutto. Così, il capolavoro di Grossman il suo cuore, in fondo giace in un cassetto, in un grigio ufficio incapsulato nelle viscere di un enorme palazzo-brontosauro di Stato. Eccola, la morte per soffocamento, fino al disastro dell’anima. Grossman farà in tempo a scrivere Tutto scorre…, implacabile atto d’accusa contro il sistema sovietico dominato da violenza e delazione, inno alla rivoluzionaria capacità di perdonare, perché «quegli uomini erano pur sempre uomini e cosa fantastica, meravigliosa lo volessero o no, essi avevano impedito che la libertà morisse; perfino i più terribili tra loro l’avevano custodita nelle loro orrende, deformi, ma pur sempre umane anime». 

Vita e destino sarà pubblicato, miracolosamente, nel 1980, a Losanna; nel 1984 esce in Italia per Jaca Book, riconosciuto tra i grandi romanzi del secondo dopoguerra; del 2008 è l’edizione Adelphi. Grossman muore nel 1964. «Per quale motivo non l’abbiamo sostenuto e aiutato?», ricorderà l’antico amico Il’ja Erenburg. Nella lettera a Chrushëv, Grossman aveva dettagliato la sua poetica: «Facendo del mio meglio con le mie limitate capacità, scrissi sulle persone comuni, il loro dolore, le loro gioie, i loro errori e le loro morti. Scrissi del mio amore per gli esseri umani e della mia solidarietà con il loro dolore». Dolore, gioia, amore, morte: parole nude, pericolose. Tra le fauci del molosso di Stato istigavano un’ansimante ansia al massacro.

Il Giornale 2.6.2020