La grandezza di colui che ha fatto teshuvà | Kolòt-Voci

La grandezza di colui che ha fatto teshuvà

Donato Grosser

R. Yehudà Moscato (Osimo, 1530-1593, Mantova) nella sua opera Nefutzòt Yehudà, nella trentottesima derashà, scritta in occasione del giorno di Kippur, cita il seguente passo dal trattato Yomà (86b) del Talmud babilonese: R. Shim’on ben Lakish (detto Resh Lakish) disse: “Grande è la teshuvà, perché grazie ad essa i peccati commessi intenzionalmente [zedonòt] vengono considerati [al trasgressore che ha fatto teshuvà] come fossero stati commessi per errore [shegagòt], come è detto dal profeta Hoshea’: «Ritorna, Israele, all’Eterno, tuo Dio, perché sei inciampato nel tuo peccato commesso intenzionalmente» (Osea, 14:2). [Vediamo che] I peccati commessi intenzionalmente sono chiamati un inciampo [da cui si deduce che chi fa teshuvà è considerato come se avesse peccato per errore e non intenzionalmente]. [E viene domandato] È proprio così? [che i peccati intenzionali sono chiamati commessi per errore]. Proprio lo stesso Resh Lakish ha affermato che la teshuvà è così grande che i peccati commessi intenzionalmente vengono considerati come se fossero dei meriti, come è detto dal profeta Yechezkèl: «E quando il malvagio si allontana dalla sua malvagità, e fa ciò che è lecito e giusto, vivrà così» (Ezechiele, 33:19)! [La risposta è che] [Tra le due affermazioni di Resh Lakish] non vi è una contraddizione: nel secondo caso si tratta  di una teshuvà derivata dall’amore, mentre nel caso precedente da una teshuvà derivata dal timore”.

R. Moscato cita un passo nel trattato Berakhòt (34b) dove i maestri sono in disaccordo su chi sia  superiore: colui che ha peccato e ha fatto teshuvà oppure colui che non ha mai commesso peccati: “R. Chiya disse: tutti i profeti non hanno profetizzato altro per coloro che hanno fatto teshuvà; ma riguardo ai giusti stessi il profeta Yesha’yà disse: «Nessun occhio lo ha visto, o Dio, all’infuori di te» [per dire che i giusti sono superiori]. Egli [R. Chiya] differisce da quanto disse R. Abbahu, perché R. Abbahu disse: «Nel luogo dove stanno coloro che hanno fatto teshuvà neppure coloro che sono completamente giusti possono stare», perché è detto dal profeta Yesha’yà: «Shalom, Shalom  a colui che è lontano e a colui che è vicino» (Isaia, 57:19); prima a colui che è lontano [cioè colui che è lontano e ha fatto teshuvà è superiore] e poi a colui che è vicino.  Invece [secondo R. Chiya] la parola lontano si riferisce a chi è lontano dal peccato [il giusto] e la parola vicino chi è vicino al peccato [colui che ha fatto teshuvà; per cui R. Chiya ritiene che questo versetto sostenga la sua opinione che il giusto che non ha mai commesso peccati sia superiore a chi li ha commessi e ha fatto teshuvà].

            R. Moscato sostiene che nel passo di Berakhòt appena citato, R. Chiya e R. Abbahu trattano di una persona che ha peccato e ha fatto una teshuvà derivata dal timore. In questo caso il giusto che non ha mai commesso peccati gli è superiore. R. Chiya e R. Abbahu non sono però in disaccordo sul fatto che chi ha fatto una teshuvà derivata dall’amore sia superiore al giusto che non ha mai peccato. 

            Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Teshuvà, (2:2) scrive: “Qual è la teshuvà? Il peccatore deve separarsi dal suo peccato, rimuoverlo dalla sua mente e decidere nel suo cuore che non lo commetterà più come è detto «Il malvagio lascerà la sua strada…»;  inoltre deve provare rammarico a causa del suo passato, come è detto: «Dopo il mio ritorno ho provato rammarico». E Colui che conosce i segreti sia suo testimone che non tornerà mai più a commettere questo peccato, come è detto: «E non chiameremo più nostro dio una cosa fatta con le nostre mani». E deve confessare con la sua bocca ed esprimere con le sue parole quello che ha deciso nel suo cuore”. 

            R. Yechiel Ya’akov Weinberg (Polonia, 1884-1966, Montreux) nella sua opera Lifrakìm (p. 201) citando il Maimonide scrive che il rammarico [charatà] è il fattore che apre la porta alla teshuvà e grazie al quale possiamo distinguere tra i due tipi di persone che fanno teshuvà:

            Il primo tipo è colui il cui rammarico deriva dal timore.  Quando una persona si è resa conto delle conseguenze amare che gli hanno causato i suoi peccati e della punizione che lo aspetta o della  vergogna e dell’imbarazzo ai quali sarà esposto, si dispiace delle azioni che ha fatto precipitosamente senza prestare attenzione a quello che faceva. Questo tipo di rammarico sradica il peccato. Colui che si trova in questa situazione si rammarica più della sua cecità che lo ha portato a commettere il peccato che delle azioni  che ha commesso. In altre parole si rammarica di aver danneggiato il proprio IO, se ne dispiace e vuole riparare se stesso […].   In modo figurativo egli prende quella parte del suo IO che è stata danneggiata, la strappa da se e la distrugge. Una teshuvà di questo genere trasforma i peccati commessi intenzionalmente in peccati commessi per errore e non in meriti. Il rammarico che deriva dal timore non trasforma il male in bene; serve solo a sradicare il male da dove prende vitalità e ne impedisce la crescita al punto che il rammarico finisce per polverizzarlo.  

            Un tipo superiore di teshuvà è quella che deriva dall’amore. In questo caso il penitente viene invaso da un spirito nuovo e puro. Egli guarda al suo passato e quando vi vede le macchie dei suoi peccati viene colpito da tanta vergogna, imbarazzo, pena e rammarico e vuole allontanarsi dal suo passato. Ma questo non è possibile. Il peccato è la sua cultura sono parte di lui e non se ne può staccare. La soluzione è quella di abbandonare la propria persona, cioè il mondo nel quale viveva fino ad ora per salire in un in un mondo diverso dove l’aria spirituale è  più tersa. Da questa nuova vita nella quale si trova ora gli si aprono orizzonti nuovi che non poteva vedere prima. Ora egli si costruisce un mondo nuovo e tutta la sua vitalità, compreso l’istinto che lo faceva peccare, serve a costruire il suo futuro. 

            Cosa significa teshuvà che deriva dall’amore? Forse lo possiamo imparare dal Maimonide  che scrive: “Chi serve [l’Eterno] per amore si occupa di Torà e delle mitzvòt e va per le strade della sapienza, senza motivi mondani come per timore del male o per ottenere del bene, ma fa quello che è verità perché è verità …” (Ibid., 10:2). 

            Colui che fa teshuvà per amore della verità non ha timore di essere messo in imbarazzo: il Maimonide, senza fare distinzioni per il tipo di persona che fa teshuvà, scrive: “Coloro che hanno fatto teshuvà si comportano in modo estremamente umile. Se degli sciocchi li insultano menzionando le loro azioni del passato e dicono:  «Ieri facevi o dicevi così», non ci fanno caso, ma ascoltano felici sapendo che [gli insulti] sono per loro un merito perché ogni qualvolta vengono messi imbarazzo per le azioni del passato aumentano i loro meriti e la loro grandezza…” (Ibid., 7:8).             R. Moscato spiega per quale motivo per colui che fa teshuvà per amore i peccati commessi intenzionalmente vengono considerati dei meriti: senza i peccati del passato non avrebbe fatto un tale sforzo per migliorare se stesso e non sarebbe riuscito a raggiungere il suo livello spirituale.