Gli ebrei nell’Italia fascista | Kolòt-Voci

Gli ebrei nell’Italia fascista

Sergio Paolo Ronchi

Un capitolo ineludibile nella storia nazionale

Ernesto Nathan (Giacomo Balla)

Quarto appuntamento con la serie di pubblicazioni utili a non perdere il filo della storia. Dopo il primo articolo a cura di Sergio Ronchi, dopo la recensione di Eliana Bouchard al volume di Giuliano Bascetto, Cognomi valdesi nel casellario politico centrale, e  dopo la recensione dell’ultimo libro di Francesco Filippi che svela «le idiozie che continuano a circolare sul fascismo», oggi è il turno della condizione degli ebrei nell’Italia fascista. Per non dimenticare. Buona lettura.

Quando si parla della storia d’Italia bisogna fare i conti con la memoria: con il razzismo e l’antisemitismo degli anni Venti. Infatti, «sia la vita sia la persecuzione degli ebrei costituiscono parte integrante e irrinunciabile della vicenda storica nazionale». Ce lo ricorda il maggiore esperto di storia degli ebrei in Italia e della Shoah in Italia e in Europa, lo storico Michele Sarfatti con la nuova e definitiva edizione del suo lavoro maggiore*.

«L’intero processo ebbe radici complesse risalenti anche ai decenni precedenti; ma esso ebbe inizio, “vita” e termine con i governi guidati dal fascista Benito Mussolini». In quegli stessi anni, la componente ebraica della popolazione italiana era del tutto integrata sia socialmente sia politicamente. Elevata, la presenza ebraica ai massimi livelli istituzionali: dalla Presidenza del Consiglio (Luigi Luzzatti – 1910-1911) a ministeri (Giuseppe Ottolenghi – Guerra, 1902-1903 –; Lodovico Mortara – Grazia e Giustizia e Culti, 1919-1920) ai Comuni (Ernesto Nathan, a Roma, 1907-1913); in politica Giuseppe Emanuele Modigliani e Claudio Treves, esponenti socialisti di spicco; nello sport (Giorgio Treves de’ Bonfili cofondatore, primo presidente e primo allenatore del Padova). «Le donne non potevano partecipare alla vita istituzionale del paese; non era invece raro trovare singole ebree impegnate nell’ideazione e nella realizzazione di progetti educativi e culturali» (a inizio secolo, Aurelia Josz ed Emma Modena, rispettivamente fondatrici della prima scuola agraria femminile italiana a Milano e di una rivista per l’igiene della donna e del bambino…). Negli anni dei governi Luzzatti e Giolitti (1903-1913) «gli ebrei italiani erano entrati in una complessa fase di ridefinizione ed evoluzione delle proprie identità ebraiche e italiane».

Con l’espansionismo in Egitto e in Palestinacominciarono a emergere presupposti di antisemitismo indotti da un patriottismo che andava evolvendosi in nazionalismo. In più, nel 1921, Giovanni Preziosi diede alle stampe i Protocolli dei savi di Sion, testo di riferimento per miti antisemiti. Nei successivi anni 1922-1936 le posizioni del governo fascista costituitisi il 31 ottobre 1922 prendono corpo dal primo discorso di Mussolini alla Camera (21 giugno 1921): è «il periodo della persecuzione della parità» delle religioni di fronte alla Stato fascista. Viene ribadito che «“la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicesimo”». Concetto reiterato l’anno successivo (16 novembre) nel corso della presentazione della compagine ministeriale: «“tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante, che è il cattolicesimo”». Poi, la riforma della scuola Gentile (1° ottobre 1923): «“ore specialidedicate alla Religione”» e il crocifisso nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, come pure al Colosseo, sul Campidoglio… Quindi, «un quadro fortemente persecutorio dell’uguaglianza religiosa». In parallelo, una propaganda antiebraica. Nel corso del cosiddetto «discorso dell’Ascensione» (26 maggio 1927), il Duceribadì l’intenzione di «curare» la razza italiana. Così, nei primi anni Trenta, Unione delle comunità e vita ebraica cominciarono a essere sotto torchio:vennero messe diversamente in atto misure antisemite anche nei confronti dei non molti ebrei stranieri che avevano richiesta la cittadinanza italiana.Nel frattempo, la stampa fascista illustrava la politica antiebraica nazista. La situazione andò precipitando quando diverse testate annunciarono arresti a tappeto (30 marzo 1933), titolando con l’abbinamento ebrei-antifascisti.

Gli anni seguenti videro la persecuzione dei diritti degli ebrei (1936-1943): «con la proclamazione dell’Impero il 9 maggio 1936, terminò la transizione da una politica razzistica “coloniale” a una politica razzistica “pura” [accompagnata] da una campagna contro il “meticciato”». E a Ferrara, intanto, su negozi ed edifici apparvero scritte eloquenti: «viva Mussolini – abbasso gli ebrei…». In definitiva, un insieme concitato e fitto degli eventi fu la cifra della “svolta” nettamente antiebraica del regime che culminò con le Leggi razziali antisemite del 27 novembre1938, precedute da una massiccia campagna giornalistica antiebraica avviata nell’autunno, da «un antisemitismo ormai sufficientemente diffuso nel paese» (1937) fino all’applicazione dell’intera «normativa persecutoria nel settembre 1938». Il tutto portò naturalmente a fare degli ebrei d’Italia dei perseguitati con durezza sempre crescente: il regime mussoliniano prevedeva di risolvere in via definitiva la «questione ebraica» eliminando gli ebrei dalla penisola.

*M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione. Torino, Einaudi, 2018, pp. 440, euro 26,00.

https://riforma.it/it/articolo/2019/06/18/gli-ebrei-nellitalia-fascista