Yiddish | Kolòt-Voci

Tag: Yiddish

Il fratello del premio Nobel

Libri: La famiglia Karnowski di Israel Yoshua Singer

Paolo Petroni

Come molti intellettuali ebrei dell’est Europa, anche il polacco Israel Yoshua Singer, fratello del premio Nobel Isaac Bashevis Singer che lo chiamava ”il mio maestro”, affascinato dalla possibilità di costruire un mondo più giusto, corse a Mosca nel 1918 sicuro che anche per la gente del suo popolo sarebbe nato qualcosa di migliore. Ma ogni rivoluzione è cruenta, è una resa di conti e, in più, in quella sovietica l’antisemitismo sembrava più vivo che mai. Torna quindi in patria e, dal 1923 scrive corrispondenze dalla Russia sovietica per il quotidiano di New York ‘Forward’ in lingua yiddish, che gli inimicano tutti i suoi vecchi compagni, tanto che deciderà di partire per l’America, dove scriverà alcuni romanzi di rara potenza espressiva, sempre vedendo tutto con occhio ironico e costruendo vivaci affreschi storici esemplari.

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Scompare Sidney Lumet

Ebreo americano, fu il regista di “Serpico”

È scomparso Sidney Lumet, grande regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico statunitense. Nato nel 1924, Oscar alla carriera nel 2005, era stato una delle voci che avevano rivoluzionato Hollywood dai tardi anni Cinquanta agli anni Settanta, contribuendo a rinnovarne il linguaggio e dirigendo attori Marlon Brando o come Al Pacino in stato di grazia all’inizio della sua ascesa.

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Singer imparò la lezione di Tolstoj

Torna in libreria “La famiglia Moskat”. Il Novecento corale di un mondo destinato a sparire con la Shoah

Giorgio Montefoschi

All’inizio del romanzo, il lettore si troverà di fronte a ben tre alberi genealogici fitti di nomi e di linee orizzontali e verticali che collegano questi nomi. Non deve spaventarsi. Da subito e poi pian piano – nella mirabile scansione degli avvenimenti e del tempo – vedrà che quei nomi si trasformeranno in figure umane in carne e ossa che potrà riconoscere anche a distanza di mesi e anni (i mesi e gli anni del romanzo, beninteso) e diventeranno indimenticabili.

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La vera storia degli ebrei che ispirarono a Levi “Se non ora, quando?”

I partigiani ebrei bielorussi passati per Milano prima di immigrare in Palestina

Liliana Picciotto

Nell’autunno del 1980, mentre preparava il libro Se non ora, quando?, Primo Levi mi telefonò. Cercava un vocabolario yiddish-francese o yiddish-inglese. Gli serviva per il nuovo libro nel quale raccontava di un distaccamento partigiano di ebrei russi assediato dai nazisti, nelle foreste paludose all’incrocio tra Bielorussia e Ucraina, e giunto fortunosamente in Italia dopo aver attraversato a piedi l’Europa.

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Olanda: Far finta di essere ebrei

Negli ultimi anni in Olanda gli attacchi contro gli ebrei sono aumentati notevolmente e da tempo le autorità stanno pensando all’introduzione di metodi meno convenzionali per combatterli “Ormai molti membri della comunità ebraica considerano normale dover nascondere il loro copricapo quando escono in strada”

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L’yiddish al servizio di Sua Maestà

Israele, scontro frontale tra i fondamentalisti e le istituzioni. Da Londra ad Anversa: no alla modernità, sì alle leggi.

Francesca Paci

All’ingresso della Yesodey Hatorah Jewish School di Amhurst Park, periferia Est della City londinese, una foto autografata della Regina Elisabetta II accoglie ogni mattina i 500 figli con i boccoli detti «peot» e le 700 figlie in severo abito scuro d’uno degli ultimi «shtetl» d’Europa. Qui, a ridosso di quell’enclave anglo-musulmana punteggiata di minareti nota come Londonistan, vivono circa 20 mila ebrei ortodossi, un terzo della comunità haredi, disseminata tra Anversa e Parigi, che si veste, mangia, parla alla maniera degli antenati polacchi di tre secoli fa. «Il rapporto tra i gruppi chassidici europei e il paese in cui risiedono non ha nulla della conflittualità esplosa nei giorni scorsi a Gerusalemme» nota lo storico Ariel Toaff, professore emerito all’Università Bar Ilan di Tel Aviv e autore del saggio «Il prestigiatore di Dio».

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La guerra di Woody

Alla vigilia dell’uscita nella sua New york del nuovo «Whatever works», il 73enne regista fa causa a Dov Charney, patron del marchio giovanile «American Apparel»

«Usano una mia foto per farsi pubblicità» e chiede 10 milioni alla griffe di moda. Replica: la sua immagine ormai vale poco

Se fosse un film si intitolerebbe «La guerra americana di Woody». Mentre Woody Allen torna in Usa per la prima volta dopo un esilio artistico durato quasi cinque anni, – con la prima mondiale del suo nuovo film Whatever Works al Tribeca film festival – il leggendario regista di Manhattan e Mariti e mogli si ritrova al centro dell’ ennesima battaglia legale che rischia di compromettere il già tenue filo che lo lega alla natia America. Dopo aver tradito Hollywood e New York girando tra Inghilterra e Spagna i suoi nuovi film – Match Point, Scoop, Sogni e delitti, Vicky Cristina Barcelona – l’ America attendeva con trepidazione la sua grande rentrée in patria nel festival cinematografico allestito ogni anno a New York dal suo vecchio amico Robert de Niro. Ma a gettare ombra sulla prima mondiale dell’ attesissimo Whatever Works (che inaugura il festival il prossimo 22 aprile) è la causa da lui intentata contro l’ American Apparel, una ditta di abbigliamento rea di aver sfruttato la sua immagine su alcuni manifesti pubblicitari senza il suo consenso. Nel mirino del 73enne regista: un’ immagine tratta dal film Io e Annie, dove Allen appare vestito da ebreo chassidico, con la barba lunga, le treccine payot, e il tradizionale copricapo nero.

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