Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Perché si sta parlando di Asymmetry

È il romanzo di Lisa Halliday, una scrittrice americana che vive a Milano e ha a che fare con Philip Roth, ma non solo.

Clara Mazzoleni

Il motivo per cui da un paio di settimane si sta parlando tanto di questo libro non è la sua bella copertina: la storia d’amore che ne costituisce la prima metà, quella tra una venticinquenne aspirante scrittrice e uno scrittore famoso molto più vecchio di lei, è ispirata alla vera relazione tra l’autrice, Lisa Halliday (ai tempi poco più che ventenne) e un Philip Roth sessantenne. Il secondo motivo per cui si parla di Asymmetry (Simon and Schuster) ha sempre a che fare con la vita privata dell’autrice, che nel 2017 è stata una dei vincitori dei Whiting Awards: Halliday, che oggi ha un’età non proprio da esordiente (41 anni) dal 2011 vive in Italia, e nello specifico a Milano (il fotografo Calogero Russo l’ha ritratta per il New York Times seduta sugli scalini della chiesa di Sant’Alessandro). È sposata con un italiano che lavora nell’editoria. Anche lei ha sempre lavorato nel campo dei libri: come agente, editor, traduttrice, ghostwriter. Prima di pubblicare ha scritto in segreto per una ventina d’anni. E ora, dall’Altantic al Times, le migliori testate in lingua inglese fanno a gara per recensire il suo primo lavoro.

L’inizio di Asymmetry è pulito, trattato in modo da risultare il più spoglio e semplice possibile: un po’ noioso. New York. Lei, Alice, legge su una panchina nel parco, ogni domenica. Lui, Ezra, inizia a sedersi vicino a lei. Lei lo riconosce da subito (è evidentemente Philip Roth). Ezra offre cioccolato, poi un cono gelato. Lei allunga un piede calzato da un sandalo blu nel sole del pomeriggio, lui le chiede se è fidanzata (qualche giorno fa Literary Hub ha pubblicato queste primissime pagine). E poi, molto presto, arriva il sesso. Lui viene come «una debole fontanella». A parte questo e pochi altri dettagli, che sono sempre quasi (quasi divertenti, quasi teneri, quasi tristi, quasi eccitanti, quasi commoventi) la relazione è descritta con una sobrietà priva di tensione: non è il minimalismo di chi dice poco per creare mistero, ma una piattezza strana, che lascia il lettore un po’ interdetto. La sfera erotica è trattata senza pathos ed è evidente che alle brevi descrizioni sparse qui e là non interessa solleticare o coinvolgere il desiderio sessuale di chi legge. Insomma: tutto è raccontato come se fosse molto “normale” (non saprei come spiegarlo altrimenti).

La relazione procede, con di mezzo un aborto di lei, un intervento di lui e altri avvenimenti (ad esempio lei si rompe una mano e approfitta del gesso per dare il via a un gioco erotico che viene soltanto suggerito). Da questo punto di vista, tutto potrebbe sembrare una specie di 50 sfumature di Roth. Lui è un Mr Gray che però fa il pigmalione culturale e non sessuale: quella brava nel sesso, più audace e propositiva, in questo caso, è lei, la Anastasia che lavora nella casa editrice ma sogna di scrivere. Il racconto è interrotto di tanto in tanto dalla lista dei costosissimi regali che l’aspirante scrittrice riceve dal ricco scrittore. Una giacca con cappuccio di visone, soldi per comprarsi un condizionatore, alcolici di lusso (che lui non beve perché non vanno d’accordo con una delle molte pastiglie che prende), ecc. Continua a leggere »

1 Mar 2018 Comunità Ebraiche

Ma chi è George Soros?

È un miliardario e filantropo che per la sua attività politica è diventato lo spauracchio di tutti i complottisti di destra (e non solo)

George Soros è uno dei trenta uomini più ricchi del mondo, un filantropo che ha donato centinaia di milioni di dollari a ong che si occupano di diritti umani e che si è spesso impegnato in politica, finanziando il Partito Democratico statunitense e i suoi candidati alla presidenza, come fanno molti altri miliardari americani. La risposta alla domanda nel titolo potrebbe esaurirsi qui, se non fosse che  Soros è anche un’altra cosa: la “bestia nera” dei complottisti di tutto il mondo.

Uno sguardo rapido alla sezione “Conspiracy” del sito Reddit, dove solo negli ultimi sei mesi sono state aperte 800 discussioni su Soros, restituisce un’idea abbastanza chiara dell’opinione che molti hanno del miliardario americano: «È un burattino miliardario della famiglia Rothschild che destabilizza intere nazioni finanziando programmi destinati alla “giustizia sociale” e corrompendo politici»; «È un tizio che vuole distruggere tutto ciò che c’è di bello nel mondo e non credo di aver mai sentito una buona ragione sul perché voglia farlo. Vorrei che questa fosse un’iperbole»; «Se non vado errato è il cugino del diavolo. In sostanza, finanzia ogni causa spregevole a cui puoi pensare e lo fa in nome del denaro e dell’influenza globale».

Soros è particolarmente detestato dai conservatori statunitensi per via delle sue idee progressiste, ma negli ultimi anni la sua persona ha iniziato a diventare famigerata anche tra gli esponenti della destra radicale italiana. Soros – che è ebreo, particolare citato sgradevolmente spesso nelle varie teorie del complotto – di recente è accusato soprattutto di essere la mente di un bizzarro piano che sembra uscito da un romanzo di fantascienza distopica: sostituire la popolazione italiana con immigrati da utilizzare come operai a basso costo. Questa strampalata cospirazione è stata sdoganata anche dai politici e dai media mainstream. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ha parlato di questo complotto più volte, l’ultima proprio questa settimana: «Sono sempre più convinto che sia in corso un chiaro tentativo di sostituzione etnica di popoli con altri popoli: è semplicemente un’operazione economica e commerciale finanziata da gente come Soros. Per quanto mi riguarda metterei fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros».

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28 Feb 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Islam, Israele

Il Massacro degli Ebrei di Granada (1066)

Il Massacro degli Ebrei di Granada, che ebbe luogo il 30 dicembre 1066, rimane uno dei pogrom più sanguinosi della storia europea. E anche il meno conosciuto. Nessun altro luogo come Granada ha la capacità di evocare in maniera così diretta e vivida l’immagine di al-Andalus. Granada e non Cordoba, la grande capitale degli emiri, dei califfi Omayyadi e del potente Almansur, ne è diventato il simbolo supremo ed universalmente riconosciuto.

La città che conserva l’Alahmbra, esempio maestoso dell’arte andalusí dell’epoca tarda; l’Albaicin o l’Alcaiceria con i suoi palazzi moreschi, funge da catalizzatore e richiamo per milioni di turisti alla ricerca di un esotismo così tangibile eppure così evanescente a due passi da casa.  Profumo d’Oriente in questo lembo estremo dell’Occidente.

Granada o Garnata Al-Yahud (Granada dei giudei) all’inizio della sua storia non era altro che un piccolo sobborgo della più grande e famosa città di Elvira ai piedi della Sierra Nevada. Cominciò ad espandersi durante le varie fasi dei regni di taifas e acquistò di fatto l’indipendenza sin dal 1013 sotto la dinastia Zirì, la perse durante l’espansione degli imperi Almoravide e Almohade, riconquistandola nel 1238 sotto la dinastia Nazarì che terrà la città fino alla fine del Quindicesimo secolo.

Una storia relativamente lunga e variegata; ultimo baluardo islamico in Europa occidentale fino al ‘canto del cigno’: la rendición della città ai Re Cattolici il 2 gennaio 1492.

Granada “città degli ebrei” lascia poco spazio all’immaginazione su quale fosse la provenienza etnica di gran parte dei suoi abitanti. Vi era infatti una nutrita e prospera comunità ebraica installata in quella zona dll’epoca romana.

Non è questa la sede per percorrere per intero il lungo cammino della sua storia; il nostro scopo è un altro quello cioè di raccontare cosa avvenne in città il 30 settembre del 1066.

In quella data le case degli ebrei granadini vennero assaltate da una folla in tumulto che dopo averle depredate e distrutte si scagliò con ferocia sugli occupanti uccidendone un numero variabile tra le 4.000 e le 5.000 unità. Tra questi vi era il visir della città Yhusuf Ben Nagrelaassassinato nella sua residenza.

In quel giorno si verificò la prima persecuzione di massa di ebrei in al-Andalus e al contempo una delle più efferate della storia europea. Cosa era successo? Perchè improvvisamente la popolazione musulmana di Granada si era brutalmente scagliata contro i loro concittadini di fede ebraica uccidendone migliaia?

Per fare un po’ di chiarezza è necessario delineare meglio la figura di colui che attirò su di sé e la sua comunità, il risentimento e la ferocia della moltitudine. Yusuf era il figlio di Samuel Negrela, che circa trenta anni prima era riuscito ad entrare nei favori dell’emiro Badis, della dinastia Zirì, fino a diventarne il più stretto e fidato consigliere. La sua figura è stata ampiamente indagata e la sua ascesa fino ai vertiti del potere statale fu propiziata da una fortunata serie di cause. La più significativa fu la sfiducia e l’avversione che il sovrano nutriva nei confronti del suo stesso clan, i berberi Sinaya. Gli intrighi orditi da questo clan costrinsero Badis a diffidare delle cerchia di notabili musulmani che lo circondavano e a fidarsi sempre di più di Samuel, personaggio di viva intelligenza e capacità che da semplice scrivano di strada era riuscito a trasformarsi in braccio destro dell’emiro.

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27 Feb 2018 Comunità Ebraiche

La donna ebrea nel Basso Medio Evo

La donna ebrea nel Basso Medio Evo

Fiorella Kostoris* 

Le banchiere nel Basso Medio Evo esistevano. Erano ebree, anzi quasi tutte askenazite. Le prime a comparire in numero non esiguo sono quelle della Renania nel XII e XIII secolo, grazie alla lungimiranza di rabbini tedeschi come Rabbenu Gershom nell’XI secolo e uomini di fede quali i pietisti, Hassidei Ashkenaz, che, da un lato, all’epoca assegnarono alle loro donne diritti patrimoniali senza eguali nel mondo ebraico e cristiano del tempo, e forse anche in quello occidentale di oggi (attraverso lasciti testamentari non unicamente in linea maschile, doti femminili cedute ai consorti non in proprietà, bensì esclusivamente in usufrutto, divorzi solo consensuali e non gratuiti), e, dall’altro lato, impedirono loro di dedicarsi “anima e corpo” agli amati studi talmudici, spesso ottenendo dalle loro mogli di supportare finanziariamente le famiglie e, per eterogenesi dei fmi, di emanciparsi, con sensibili miglioramenti nel loro empowerment. Le terribili persecuzioni iniziate in Germania nel 1096 con le Crociate, i successivi massacri incitati dall’odio antigiudaico per presunti omicidi rituali e dissacrazioni dell’ostia, la fuga dovuta sia alle tante accuse mosse agli ebrei tedeschi e austriaci di essere gli “untori” che avevano causato la peste nera del 1348-1350, sia alle continue tribolazioni di natura economica da essi subite a partire dalla seconda metà del ‘300, comportarono negli ultimi due secoli del Basso Medioevo (di nuovo per eterogenesi dei fini) un benefico flusso di askenaziti nel nord Italia, inizialmente giunto nel Friuli-Venezia Giulia, poi espanso, per ondate susseguenti, verso il Piave e il Po, fino ad arrivare più tardi, nell’area del centro, alle rive dell’Arno. Le feneratrici dell’Italia tardomedievale sono tanto più numerose e potenti quanto più elevata e duratura è la percentuale di askenaziti di origine transalpina, nelle Comunità di appartenenza. Non a caso, in u11 luogo come Trieste, risultano già risiedere dalla fine del ‘200 e operare dalla metà del ‘300 varie correligionarie di lingua tedesca, proprietarie e gestrici continuative di banchi usurai. Continua a leggere »

23 Feb 2018 Comunità Ebraiche

Fuori fuoco, la storia di Endre prima di essere Robert Capa

Occhi scuri scuri, folte sopracciglia, magro come un chiodo e per niente bello. Quando arriva a Parigi ha vent’anni, ma non è giovane – non c’erano ancora i giovani allora, categoria di consumo inventata dopo la guerra per disarmare il cervello. Veniva da lontano, un’altra epoca, quasi un altro secolo, nato suddito dell’impero asburgico nel 1913 quando la grande guerra nessuno se la sognava e l’Europa brindava nei café chantant. Suo padre, Dezső Friedmann, era un ebreo di origini transilvane emigrato a Budapest in cerca di lavoro, vita dura, ben poco da brindare. Quando gli nasce questo figlio, lo chiama Endre.
Endre a Budapest
Sperava per lui una vita pacifica, ma sarà la guerra a segnarlo. La prima, grande guerra, lo tocca solo per le sue conseguenze: la fine dell’impero asburgico consegna l’Ungheria al terrore rosso di Bela Kun, altro transilvano di origini ebraiche, e alla successiva guerra civile da cui uscirà vincitore Miklós Horthy il quale non esiterà ad alimentare l’antisemitismo in chiave nazionalista. Per gli ebrei marca male. Accusati di essere responsabili del terrore rosso, “comunisti comunisti comunisti”, saranno oggetto di persecuzioni che culmineranno nelle leggi anti-ebraiche degli anni Trenta.
Il nostro Endre, dopo aver frequentato la scuola elementare luterana, si iscrive all’Istituto Madách di Budapest dove comincia a interessarsi di giornalismo e fotografia. Endre, che sognava di fare lo scrittore, si fa coinvolgere da un gruppo di intellettuali socialisti in una manifestazionecontro il regime di Horthy, la polizia segreta lo arresta, lo pesta fino a fargli perdere i sensi, e lo espelle dal paese. E’ il 1931, Endre ha un salame nella valigia, pochi abiti, un biglietto per Berlino. Inizia così il peregrinare di Endre Friedmann.
Nella Berlino nazista
Arrivato nella Berlino di Hitler, l’ebreo Endre inizia a studiare giornalismo al Deutsche Hochschule für Politik. Deve arrangiarsi, i suoi sono troppo poveri per provvedere a lui. Inizia a lavorare come assistente di laboratorio per l’agenzia fotografica Dephot (Deutscher Photodienst), un ricettacolo di esuli ungheresi. Non se la cava male e viene spedito a Copenaghen per un servizio fotografico, nella capitale danese è infatti previsto l’arrivo di Lev Trotsky che, da buon comunista, odiava la frivolezza d’essere fotografato. Endre lo sorprende con un flash e torna a casa felice di quell’istantanea di socialismo reale. Ad attenderlo a Berlino c’è però il divieto di proseguire gli studi presso il Deutsche Hochschule für Politik: è ebreo, e i nazisti – come si sa – non avevano simpatia per gli ebrei. Marca male, di nuovo. Bisogna partire.
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22 Feb 2018 Comunità Ebraiche

L’Islanda vuole vietare la circoncisione, insorge la comunità ebraica

Una proposta controversa criticata dai leader religiosi di varie confessioni in tutta Europa

Chris Harris

I rappresentanti delle comunità ebraiche in Europa hanno criticato un progetto di legge che propone di vietare la circoncisione dei ragazzi in Islanda. Dicono che la bozza di legge – che sarà discussa nel parlamento islandese nelle prossime settimane – costituirebbe un attacco all’ebraismo. La proposta è stata avanzata dalla deputata dei Progressisti, Silja Dögg Gunnarsdóttir, ed è sostenuta da diversi altri partiti politici islandesi.

La mutilazione di genitali femminili è illegale nel Paese dal 2005 ma non c’è alcuna disposizione per quanto riguarda la circoncisione maschile, ha detto Gunnarsdóttir ad euronews.

Il disegno di legge propone una pena detentiva di sei anni per chiunque si renda colpevole di “rimozione parziale o totale degli organi sessuali [del bambino]”.

Cosa pensano le comunità religiose
Ma i leader religiosi – della comunità ebraica ma anche di quella cattolica – hanno criticato l’idea.

Le Comunità ebraiche dei Paesi Nordici hanno detto che se la legge fosse approvata impedirebbe ai loro “fratelli” di stabilirsi in Islanda.

“L’Islanda diventerebbe l’unico paese a vietare uno dei riti cardinali – forse il più importante – della tradizione ebraica moderna”, si legge in una lettera.

“Ma non sarebbe la prima volta nella lunga tradizione del popolo ebraico. Nel corso della storia, più di un regime oppressivo ha cercato di eliminare il nostro popolo e sradicare l’ebraismo vietando le nostre pratiche religiose”.

“Questa lettera potrebbe essere percepita come un’ingerenza negli affari interni islandesi. Perché dovrebbero starci a cuore? Il motivo è che sta per essere attaccato il giudaismo in un modo che riguarda gli ebrei di tutto il mondo. Se un qualsiasi paese con una popolazione cristiana vicina allo zero vietasse un rito centrale nel cristianesimo, come per esempio la comunione, siamo certi che tutto il mondo cristiano reagirebbe”. Continua a leggere »

21 Feb 2018 Comunità Ebraiche, Islam

Il re del mimo francese salvò centinaia di bambini ebrei

Annalisa Lo Monaco

“L’arte del silenzio”: così il grande mimo francese Marcel Marceau definì la sua straordinaria capacità di esprimere, senza l’ausilio della parola, la poesia della vita. Bip il Clown, il personaggio che lo ha reso famoso, era una maschera al tempo stesso comica e tragica, com’è del resto la realtà. Nella sua vita Marceau non si è distinto solo come attore, ma anche come coraggioso membro della Resistenza francese, durante l’occupazione nazista. Molti bambini ebrei chiusi in un orfanotrofio riuscirono a salvarsi dalla deportazione nei campi di sterminio: Marceau li condusse sani e salvi in Svizzera, grazie anche alla sua capacità di stupire con la mimica, usata per tenere buoni i piccoli.

Marcel, il cui vero cognome era Mangel, apparteneva a una famiglia ebrea che viveva a Strasburgo, proprio vicino al confine con la Germania. A 16 anni comprese bene cosa avrebbe significato l’occupazione nazista, per sé e per la sua famiglia, che si trasferì a Limoges, nella Francia centrale.

Marcel Mangel capì che avrebbe dovuto lottare per sopravvivere, e quando l’esercito francese capitolò davanti alle forze di invasione tedesche, decise di cambiare il cognome in Marceau, in onore di un generale della Rivoluzione Francese. Insieme al cugino George Loinger si unì alla Resistenza, ma non riuscì comunque a salvare il padre, che venne catturato e mandato ad Auschwitz, dove morì. Continua a leggere »

20 Feb 2018 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Shoah