Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Chris Evans è l’agente del Mossad che fa fuggire gli ebrei etiopi

Alessandro Zoppo

Smesso il costume di Captain America, Chris Evans si trasforma nel carismatico agente Ari Kidron, protagonista di un’incredibile storia ispirata a fatti realmente accaduti: ecco trailer, trama e cast di The Red Sea Diving Resort. Non fate il nome di Chris Evans a Donald Trump e Benjamin Netanyahu che potrebbero rimanerci male. Smesso il costume di Captain America, l’attore indossa i panni di Ari Kidron, carismatico agente del Mossad che aiuta i rifugiati etiopi in Israele nel film The Red Sea Diving Resort.

Prodotto da Bron Studios per Netflix, il film sarà disponibile in tutto il mondo sulla piattaforma streaming – dopo il passaggio in anteprima al San Francisco Jewish Film Festival – a partire dal 31 luglio 2019. Il trailer è stato lanciato nelle ultime ore e potete vederlo in apertura di questo articolo.

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22 Lug 2019 Comunità Ebraiche

La storia degli arabi ebrei nell’ultimo romanzo di Elena Loewenthal

David Valentini

Che cos’è che si chiama viaggio, in fondo? Un andare per tornare. Un partire per trovare. Tenere fra i denti una carta d’imbarco, aprire la cerniera della borsa a mano, riporre il passaporto in uno scomparto della borsa sperando di ricordarsi quale, imboccare il tunnel malfermo che porta alla bocca dell’aeroplano. (p. 11)

Eppure a volte non si torna, come il titolo di questo romanzo suggerisce, e non per mancato amore verso la propria città. Anzi, in ogni pagina, in ogni riga del romanzo di Elena Loewenthal possiamo ritrovare l’amore per una terra d’origine che mai si sarebbe voluta lasciare, il cui abbandono è dovuto a motivi altri, legati alla storia, agli eventi drammatici che noi tutti conosciamo e che hanno portato, più o meno indirettamente, a un massacro di cui non si coglie la fine.

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18 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Helena Rubinstein: l’Aventure de la beauté, dal ghetto di Cracovia alle stelle

Sonia Schoonejans e Andrea Finzi

Il favoloso destino di Helena Rubinstein, ragazza ribelle, nata povera, diventata la geniale tycoon-pioniera della cosmetica. «Che cosa vuole una donna? L’emancipazione attraverso la bellezza».  Sarà la sua fortuna, perché «Beauty is Power!»

Alla domanda di Freud “Cosa vuole la donna?”, Helena Rubinstein, dapprima ragazza ribelle e poi donna determinata, proponeva l’emancipazione attraverso la bellezza, una risposta che farà la sua fortuna. La bellezza fu in effetti l’affare di tutta la sua vita. È il destino di questa donna eccezionale che il MaHj, il Museo ebraico di Parigi, fa rivivere nell’esposizione L’avventura della bellezza, realizzata a partire da documenti rari (come il film girato nel 1938 a Cracovia) e da numerose opere d’arte, dato che Helena Rubinstein fu una grande collezionista e protettrice di artisti. Come ha potuto questa donnina – 1 metro e 47 centimetri – nata nel 1872 in una modesta famiglia del quartiere ebraico di Cracovia, diventare una dei più importanti protagonisti del XX secolo nell’universo della cosmetica? Certamente la sua triade Audacia/Energia/Volontà si è spesso rivelata vincente, ma bisogna aggiungere quello che la Rubinstein aveva capito con largo anticipo sulla maggior parte dei contemporanei: l’importanza della pubblicità, che utilizzerà con talento per tutta la sua carriera, e della scienza, che assocerà ai suoi prodotti, assicurando loro un’etichetta di serietà e di qualità. Nel mondo delle cure di bellezza sembra che lei abbia anticipato tutto quello che si fa ancora oggi: crema agli ormoni, autoabbronzante, idroterapia, massaggi ed esercizi fisici. E affermando che «non esistono donne brutte ma soltanto donne pigre», legava la risorsa della bellezza alla disciplina. La personalità di Helena Rubinstein era molto complessa: da un lato l’avventuriera ferocemente indipendente capace anche di grandi amori, dall’altro l’implacabile donna d’affari, la miliardaria, collezionista divenuta principessa con il suo secondo matrimonio.

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17 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Afula, parco pubblico vietato ai palestinesi

L’articolo è del Manifesto e le fonti sono tutte palestinesi, ma il problema è reale. Si può impedire in uno stato democratico a dei cittadini l’accesso ai servizi su base etnica? E quando l’etnia in discussione è la stessa dei paesi in guerra e che circondano lo stato ebraico?
PS Il Tribunale regionale di Nazareth ha annullato le restrizioni il 14.7.2019

Michele Giorgio 

Domani sarà una domenica decisiva per Adalah. Gli avvocati di questa ong impegnata nella tutela legale della minoranza araba (palestinese) in Israele, spiegheranno ai giudici i motivi della denuncia che hanno presentato contro l’amministrazione comunale di Afula, città ebraica della Galilea che dal 26 giugno vieta ai non residenti di entrare nel parco pubblico della città. Ed è superfluo precisare che i “non residenti” sono i palestinesi che vivono nei villaggi arabi vicini. La presenza dei non residenti, spiegano il sindaco Avi Elkabetz e il suo entourage, limita il «pieno godimento» del bene pubblico da parte dei cittadini di Afula che contribuiscono alla cura del parco attraverso le tasse comunali. Da qui la «necessità» di porre delle restrizioni.

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16 Lug 2019 Islam, Israele

1905: Un convegno per allineare il rabbinato italiano? Meglio di no

Gianfranco Di Segni*

Ho seguito con attenzione e anche con curiosità quello che si è andato via via scrivendo su queste colonne (e pure su colonne meno strutturate) riguardo ai rabbini di oggi. Senza aver nessuna pretesa di ‘fare storia’ né di dare lezioni a nessuno, può essere utile andarsi a leggere i maggiori giornali ebraici di oltre cent’anni fa, il Corriere israelitico (con sede a Trieste, diretto dal rabbino Dante Lattes e da suo cognato Riccardo Curiel) e il Vessillo israelitico (diretto dal rabbino Flaminio Servi a cui succedette il figlio Ferruccio, con sede a Casale Monferrato). Entrambi i giornali (e altri) sono accessibili tramite il sito del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea.

Una questione che animò il rabbinato italiano a fine Ottocento e inizio Novecento fu la proposta di indire un convegno nazionale di tutti i rabbini per risolvere alcuni problemi che sembrava importante affrontare. Non era la prima volta. Era stato già tentato nel 1884, senza successo, su proposta del Rabbino Ghiron tramite le pagine del Vessillo israelitico. La seconda volta, nel febbraio del 1905, l’iniziativa fu promossa dal rabbino di origine triestina Vittorio Castiglioni, da un paio d’anni nominato rabbino capo di Roma, ed era sostenuta principalmente dal Corriere israelitico, forse grazie alla conoscenza diretta che la redazione del giornale triestino aveva con Castiglioni. Lo scopo era sia di far conoscere i Rabbini gli uni con gli altri e far cessare “quell’isolamento austero che oggi si lamenta” sia di arrivare a soluzioni condivise sui diversi problemi in discussione. Si volevano unificare gli usi delle diverse comunità, affinché fosse “tolto lo scandalo che quanto qui è lecito là sia proibito”. Fu aperto un referendum, in cui si chiedeva che ogni rabbino si esprimesse in relazione all’iniziativa e agli argomenti da trattare. Diversi rabbini intervennero.

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15 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Passeggiando per la Toscana ebraica

Sara Valentina Di Palma

Da diversi giorni mi sfuggiva un’amica con cui sto cercando di organizzare un evento conviviale, e quando finalmente mi ha richiamato, a sua parziale ma abbastanza convincente giustificazione ha addotto la motivazione dell’eccessivo lavoro e di diversi impegni familiari e comunitari, di cui mi ha reso edotta per convincermi della sua buona fede, nonché per stuzzicare la mia curiosità e condividere con me pensieri e sensazioni.

Fatto sta che, per una strana combinazione, il caso ha voluto che dopo diversi giorni frenetici di lavoro fuori sede, abbia attraversato nell’arco di un’intera giornata mezza Toscana ed una manciata di realtà ebraiche diverse per composizione ed identità. Così, la sua veloce e caleidoscopica giornata ha suscitato impressioni da approfondire e lasciar sedimentare.
La mattina ha lasciato alcuni dei suoi figli con una nuova tata (non ebrea e rapidamente costretta nei giorni precedenti ad un corso base su alcune regole ed esigenze come: dove trovare le posate di latte; quali tipi di cibo non acquistare assolutamente ai bambini fuori casa; nei casi di incertezza telefonarle prontamente e non cercare di risolvere questioni apparentemente pragmatiche dietro le quali potrebbero insidiarsi problemi halachici – vale a dire, non credere di poter trovare innocuo un dolciume solo perché non è carne, non puoi sapere quali tipi di insidie nasconda un marshmallow non certificato casher).

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12 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Leonard Cohen e Marianne Ihlen. I giorni della gentilezza

Corrado Antonini

Nel settembre del 1960, grazie a un lascito ereditario, Leonard Cohen comprò una casa sull’isola greca di Hydra per 1500 dollari. Sull’isola era giunto qualche mese prima con l’intenzione di dedicarsi alla scrittura, confidando in un clima più mite rispetto al natio Canada e in un cielo meno avverso rispetto alla Londra dov’era sbarcato da poco. Cohen aveva appena compiuto ventisei anni ma era già autore di due raccolte poetiche: Let us compare mythologies, pubblicata nel 1956, e The Spice-Box of Earth, che l’editore di Toronto McLelland & Stewart avrebbe stampato di lì a poco. 

Fra gli anni ’50 e gli anni ’60 l’isola di Hydra era diventata rifugio di artisti provenienti da ogni dove. Vi si potevano incontrare degli australiani (gli scrittori George Johnston e Charmian Clift), degli inglesi (il pittore Anthony Kingsmill), degli scandinavi (lo scrittore norvegese Axel Jensen e il poeta svedese Göran Tunström), degli israeliani (il giornalista Amos Elon) e persino un contingente di svizzeri estranei all’arte ma attratti dallo stile di vita mediterraneo (il banchiere Henri Bordier, l’uomo d’affari Maury Cohen e Alexis Bolens, già mercenario in Katanga e coltivatore di limoni in Sud Africa, un bon viveurche amava il poker e allestire sontuose feste in collina). Il bel mondo dell’epoca finì col fare tappa sull’isola: Sophia Loren e Brigitte Bardot, Jules Dassin e Jackie Kennedy, Allen Ginsberg e Henry Miller (il quale, nel suo resoconto di viaggio in Grecia, Il colosso di Marussi, colpito dalla bellezza dell’isola, scrisse della “selvaggia e nuda perfezione di Hydra”, e dei suoi abitanti scrisse che “raccontare le gesta degli uomini di Hydra sarebbe scrivere un libro su una stirpe di folli; tracciare la parola AUDACIA attraverso il firmamento a lettere di fuoco”). All’arrivo di Leonard Cohen l’isola non s’era ancora dotata di una rete fognaria, i telefoni erano una rarità e poche case erano munite di corrente elettrica. In una lettera alla sorella, richiamandosi al romanzo di Daphne du Maurier, Cohen sottolineò che di notte si aggirava per casa alla luce delle candele “come la governante di Rebecca”.

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11 Lug 2019 Comunità Ebraiche