Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

I Satmar sono antisionisti. Ma a noi importa veramente?

Pochi ebrei oggi sono d’accordo con gli attacchi del rebbe di Satmar al sionismo. Un motivo in più per leggerli.

Shaul Magid

Recentemente, ho tenuto un seminario al Kraft Center for Jewish Life alla Columbia University, ed ho incluso una serie di passaggi del manifesto antisionista Vayoel Moshe, di Yoel Teitelbaum, noto come Satmar Rebbe o il Rav Satmar. Teitelbaum (1887-1979) fu il fondatore della setta chassidica Satmar a Satu Mare (anche conosciuta come Szatmernemeti), in Ungheria, ed è conosciuta come il modello dell’antisionismo ultraortodosso. Successivamente, un amico e collega che ha partecipato al seminario mi ha detto che mentre stava studiando in una yeshiva religiosa sionista in Israele, alcuni studenti leggevano il trattato antisionista di Teitelbaum, Vayoel Moshe, e ne ridevano, un’interessante forma di intrattenimento da parte de vincitori del dibattito sul sionismo. Perché mai studiare le opere del perdente, anche se solo per divertimento? Ancor più curioso è il fatto che nel 2011 Shlomo Aviner, uno dei principali rabbini tra i coloni, abbia pubblicato un libro intitolato Alei Na’aleh, una risposta sionista capitolo per capitolo a Vayoel Moshe. E nel 2012 I Chabad-Lubavitch hanno pubblicato Iggeret Ma’aneh Hakham, di Yoel Kahn, rispondendo ai divieti di Teitelbaum a non essere coinvolti con lo stato secolare israeliano. Dato che il sionismo ha vinto, perché tali rabbini dovrebbero spendere tempo ed energia a scrivere tali libri? Perché dovrebbero preoccuparsene?

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5 Giu 2020 Comunità Ebraiche

La resistenza civile e morale olandese contro i nazisti

Giorgia Greco

Ci sono modi diversi per resistere e opporsi a un regime dittatoriale che viola in modo sistematico i più elementari diritti dell’uomo, quello alla libertà di espressione, di religione e in definitiva alla vita stessa. Chi è vissuto durante la seconda guerra mondiale sotto il giogo nazista si è trovato a scegliere se agire e resistere oppure voltarsi dall’altra parte mentre migliaia di ebrei venivano mandati nei campi di sterminio. “Agisci se te lo chiedono, ripeteva Jan Zwartendijk ai suoi cari. Non chiudere la porta, non voltarti dall’altra parte”. Queste parole del console olandese a Kaunas contenute nell’ultimo libro di Jan Brokken, “I giusti”, racchiudono il senso di ciò che si può annoverare come “resistenza civile e morale”. L’ultimo lavoro dello scrittore e viaggiatore olandese capace come pochi di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale – basti ricordare fra gli altri “Il giardino dei cosacchi” sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller “Anime baltiche”, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa – è una via di mezzo fra romanzo storico, saggio e memoir che racconta l’operazione di salvataggio del 1940 che coinvolse più di ottomila ebrei. 

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4 Giu 2020 Comunità Ebraiche

Vasilij Grossman. Così l’Unione Sovietica soffocò i non allineati

Davide Brullo

Come morire per soffocamento, in un triangolo di vetro. Non è più tempo di libri al rogo, di scrittori in carcere, di esecuzioni pubbliche. Nel 1961 John Kennedy diventa il 35mo presidente degli Stati Uniti d’America, Adriano Celentano porta 24mila baci a Sanremo, Billy Wilder vince l’Oscar per L’appartamento, Ivo Andric ottiene il Nobel per la letteratura, Raffaele La Capria tracanna lo Strega e il Kgb, nell’Unione Sovietica destalinizzata, irrompe in un appartamento moscovita, vi abita lo scrittore, Vasilij Grossman, «requisirono varie copie e abbozzi del manoscritto di Vita e destino».

I servizi si erano già recati nelle redazioni di Znamja e Novyj Mir per bloccare la stampa del romanzo, sequestrando fogli, dattiloscritti, i nastri per le macchine da scrivere. Esattamente vent’anni prima, il compagno Grossman era al fronte, volontario, corrispondente di guerra, a raccontare la resistenza russa contro i nazisti. Scrittore di talento, si era fatto notare con il romanzo Stepan Kol’ugin: ha 35 anni, vivrà l’epopea di Stalingrado, sarà la guida del Libro nero, uno studio che intende testimoniare «il genocidio nazista nei territori sovietici». Uno dei suoi reportage, L’inferno di Treblinka, pubblicato nel 1944, è di allucinata lucidità: «Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hitlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori».

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3 Giu 2020 Comunità Ebraiche

La trattativa segreta tra Israele e Arabia Saudita per la gestione congiunta della Spianata del Tempio

Sharon Nizza

Secondo il quotidiano “Israel Hayom”, il negoziato avviato a dicembre si svolgerebbe con la mediazione americana e l’imprimatur giordano: se i retroscena venissero confermati, si potrebbe parlare di “pacificazione del secolo” tra Amman e Riad

La rivalità storica tra Giordania e Arabia Saudita per il primato sui luoghi santi all’Islam potrebbe trovare un punto di convergenza. Secondo una notizia pubblicata dal quotidiano israeliano Israel Hayom lunedì, da dicembre sarebbero in corso trattative segrete tra Arabia Saudita e Israele, con mediazione americana e imprimatur giordano, per inserire rappresentati sauditi nel Consiglio del Waqf Islamico di Gerusalemme, l’autorità giordana preposta alla gestione della Cupola della Roccia e della Moschea di Al Aqsa, il terzo luogo sacro per l’Islam dopo La Mecca e Medina.

L’antagonismo tra la dinastia Saud e il regno Hashemita risale a un secolo fa, quando quest’ultimo ancora regnava sulla penisola arabica e controllava il primo luogo santo per l’Islam, la Kaaba alla Mecca, fino al 1924, quando fu sopraffatto dai Saud. Da allora, tentativi sauditi di intervenire nelle dinamiche di gestione dei luoghi santi a Gerusalemme non hanno avuto esito. Dinamiche che si reggono peraltro su un funambolico rapporto di collaborazione tra Israele e Giordania che in più di un’occasione è sfociato in proteste violente, l’ultima nel 2017, con la crisi dei metal detector inizialmente posti dalla polizia israeliana all’ingresso della Spianata, ed eliminati molto in fretta con l’esplosione delle sommosse.

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2 Giu 2020 Comunità Ebraiche

La comunità di Israele

Rav Chaim Navòn

In America esistono le comuni, una specie di kibbutz. L’antropologo Richard Sosis ha condotto uno studio sulla storia di 200 comuni fondate negli Stati Uniti nel XIX secolo. Ha studiato quali di loro si sono sciolte con facilità e quali hanno invece resistito di più. Sosis ha scoperto che a vent’anni dalla fondazione era sopravvissuto solo il 6% delle comuni laiche contro il 39% delle comuni religiose. Approfondendo l’argomento Sosis ha scoperto che la caratteristica di tutte le comuni di successo: più la comune esigeva sacrifici e sforzi dai propri membri, più le possibilità di sopravvivere erano alte. A volte le persone credono di cercare una comunità dalla quale possano ricevere qualcosa, ma in generale quello che veramente cercano è una comunità per la quale potersi sacrificare.

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31 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Bufale e bolle, dalla Torà ai Social

Ariel Di Porto*

Sebbene il 2016 sia stato dichiarato dagli esperti degli Oxford Dictionaries, “the year of post-truth”, il 2020 rischia di superarlo. La Treccani definisce così la post-verità: argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica. Nelle settimane di quarantena per il coronavirus, forse perché miliardi di persone nel mondo si sono ritrovate a casa frequentando i social media, abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto, tanto da far vacillare l’idea di verità in ciascuno di noi.

In realtà, come tutti sappiamo, le bufale e le notizie false sono sempre esistite. La donazione di Costantino e l’invasione aliena di New York annunciata per radio da Orson Welles nel 1938 sono esempi clamorosi di questo fenomeno. Spesso nella storia gli ebrei ne sono state vittime, considerati untori nel medioevo e alcuni secoli dopo protagonisti di un complotto mondiale volto ad assumere il dominio globale. Sebbene l’accusa del sangue sia stata smentita da vari papi, questo non ha impedito che molti continuassero a darle credito. 

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26 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Inseguire il sogno di Israele, tra realtà e illusioni

David Zebuloni

L’“Alyià” dei giovani milanesi: un progetto di studio o lavoro. Che cosa attira in Israele i giovani ebrei italiani? Tante voci diverse aiutano a capirlo e a riflettere sul “nuovo sionismo”  dei millennials. Tra nostalgia, entusiasmi, prospettive di crescita

https://www.mosaico-cem.it/comunita/giovani/inseguire-il-sogno-di-israele-tra-realta-e-illusioni

Nell’ideale collettivo degli ebrei della diaspora, Israele è casa. Una casa lontana, talvolta pericolosa da visitare, da molti idealizzata, da altri criticata, ma pur sempre una casa. Così il popolo ebraico è stato educato nei secoli, così sono stati educati anche i giovani ragazzi delle Comunità ebraiche italiane; specie quelli che hanno preso parte ai vari movimenti giovanili ebraici locali nell’arco della loro adolescenza. Scopriamo tuttavia che ad attirare gli ebrei della generazione 2.0 nella “Terra del latte e del miele”, non è il latte e tanto meno il miele. Il sogno sionista nel tempo si è evoluto e insieme a esso si è evoluto il bisogno e l’interesse di arrivare in quella che da molti viene definita la Start-up Nation. Se prima ad attirare i giovani era il desiderio di rendere il deserto del Negev un’oasi abitabile, oggi sono le opportunità lavorative e la vita movimentata che Israele ha da offrire. Ci domandiamo dunque se il sionismo esista ancora nel 2020 e se esso basti a soddisfare i bisogni di chi, terminato il liceo, arriva in Israele in cerca di un futuro migliore. La doppia faccia della medaglia pone il giovane ebreo italiano a porsi delle domande che il nonno pioniere forse non si sarebbe mai posto. Rinunciare alla vita comunitaria per tuffarsi in una realtà più individualista? Lasciare il nucleo famigliare per riscoprire la propria indipendenza? Abbracciare una nuova lingua rinunciando così alla propria di origine? E l’ultima, la più difficile, la vita in Israele è un sogno o un’illusione?

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25 Mag 2020 Comunità Ebraiche