Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Fast food kasher in 6 mosse. Come l’hamburger diventa consentito (e goloso)

Antonella De Santis

FonzieHa conquistato la comunità ebraica di Roma e non solo. Perché gli hamburger piacciono a tutti, se kasher anche di più: sarà per la qualità delle carni, o perché l’assenza di latticini rende i panini più digeribili, o forse è solo per le ricette, studiate su misura. Sta di fatto che il fast food fatto secondo le regole della kasherut va alla grande. Ma quale è la differenza tra un hamburger tradizionale e uno kasher? Lo spieghiamo qui.

Non è una questione religiosa, o meglio non solo quella che ha determinato il successo di Fonzie, fast food aderente alle regole della kasherut che ha, nel giro di un paio di anni, punteggiato il territorio romano con le sue insegne. E non più solo all’interno dell’ex Ghetto ebraico: “la sfida per noi è stata rilanciare in un altro quartiere” dice David Gay, proprietario insieme alla famiglia del locale. Una paninoteca in perfetto stile americano, così come sempre più di frequente si incontrano nelle nostre città. Coniugare la tradizione del fast food, con hamburger in tutte le sue varianti, hot dog e patatine fritte, alle regole della kasherut è stata la chiave vincente, e non solo perché ha intercettato un’esigenza specifica, sull’onda della rivoluzione dell’hamburger gourmet declinato in conformità delle regole della comunità ebraica, ma per una semplice questione di gusto. “Seguiamo tutti i precetti, a 360 gradi, e il risultato di questa osservanza è un prodotto qualitativamente valido e interessante per tutti”.

I clienti di Fonzie, infatti, sono persone di ogni genere: romani e non, ebrei e non. “Quando ci siamo resi conto che solo il 50% dei nostri clienti era di religione ebraica abbiamo capito che il nostro è un prodotto per tutti. Così abbiamo voluto scommettere con il locale di via Cicerone in Prati”. Perché la maggior parte dei ristoranti di cucina ebraica, a Roma, sono concentrati al Portico d’Ottavia “qui si gioca un po’ in casa” dice. La prova del nove si fa fuori, dove si è allo stesso livello di tutti gli altri locali. La scommessa ha dato i suoi frutti: “adesso abbiamo una fascia di clientela che solo per il 30% è ebraica”, un risultato che li ha spinti ad aprire un terzo punto vendita, stavolta nella zona di piazza Bologna, a via Catanzaro. Il segreto è nella scelta dei prodotti, sempre freschi, nelle salse, varie e preparate in casa quotidianamente, nelle ricette. “La difficoltà maggiore” dice “è trovare buoni prodotti kasher, è un impegno costante, anche perché in Italia la scelta su alcuni settori è molto limitata. Cerchiamo soprattutto in America e qualcosa ci facciamo arrivare dal Belgio. Lì c’è più tradizione rispetto a determinate esigenze alimentari”.

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11 Lug 2016 Comunità Ebraiche

Come guadagnare 267 milioni di dollari discutendo mezz’ora sul secondo bottone della camicia

Il niente in tv

Mariarosa Mancuso

SeinfeldChi avrà mai voglia di vedere ebrei che vagano per New York comportandosi da nevrotici?”. Ebrei, al plurale, quindi la citazione non può riferirsi a Luis C. K. che nella serie “Louie” vaga per New York comportandosi da nevrotico. Né a Sarah Silverman, titolare della battuta scorticante: “Il mio fidanzato mi ha regalato una medaglietta di San Giuseppe e ha aggiunto ‘se non ti brucerà la pelle ti proteggerà’”. Neppure a Amy Schumer, che in un tweet furioso – le avevano contestato una battuta sui messicani – si è firmata “a dirty half-jew” (per parte di papà, neanche la metà giusta).

Dobbiamo andare più indietro, alle origini di “Seinfeld”. La serie “sul nulla” sarebbe andata in onda dal 1989 al 1998, ma nessuno allora lo immaginava. Nessuno aveva previsto i 267 milioni di dollari guadagnati da Jerry Seinfeld con l’ultima stagione. E c’era un’offerta di 5 milioni da moltiplicare per 22 puntate, se solo avesse concesso la decima (si accontentò dei 32 milioni annui per i diritti di replica e la copertina di Time). L’obiezione sugli ebrei nevrotici vaganti per New York era stata avanzata da Brandon Tartikoff, presidente della Nbc (nonché ebreo newyorchese, lui poteva). Gli tenne testa un altro dirigente: “non sono ebreo, non sono di New York, mi sono divertito”. Racconta l’aneddoto Jennifer Keishin Armstrong, in un libro anticipato da Entertainment Weekly (uscirà il 5 luglio, anniversario della prima messa in onda, da Simon & Schuster). Titolo: “Seinfeldia – Lo show sul nulla che cambiò ogni cosa”. I dirigenti della Nbc avevano appena visto “The Seinfeld Chronicles”, puntata pilota della sit-com. In realtà, la tv aveva commissionato a Jerry Seinfeld e al complice Larry David – il borbottone scelto da Woody Allen per “Basta che funzioni” – uno speciale di 90 minuti da mandare in onda quando il “Saturday Night Live” sarebbe stato sospeso per le meritate vacanze (non esiste lavoro più usurante che far ridere la gente). Ma il prudente Seinfeld pensava di non farcela a riempire un’ora e mezza. Decise per la mezz’ora: lezione che i comici italiani dovrebbero imparare prima che sia troppo tardi. Continua a leggere »

10 Lug 2016 Comunità Ebraiche

Un vento nuovo all’Ucei?

Fatta la tara alla retorica vetero-femminista, la vera novità è che il nuovo presidente Ucei cambia finalmente registro lessicale. Entra la parola “famiglia”, assenti le parole “shoah” e “memoria” e soprattutto una seconda e felice citazione ebraica, quella di Ruth e Noemi, dopo le Massime dei Padri, ricordate subito dopo l’elezione. Vuoi vedere che i politici ebrei sanno anche dire qualcosa di “ebraico”? (Kolòt)

Paolo Conti

noemi-di-segniNoemi Di Segni, 47 anni, nata a Gerusalemme e romana d’adozione, è il nuovo presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Torna una donna alla guida dell’ebraismo italiano: «È il risultato di un lavoro di 4 anni realizzato da un gruppo di donne all’interno dell’Unione. Come succede per gli alberi, c’è voluto tempo per vedere i frutti».

Lei idealmente succede a Tullia Zevi, presidente dell’Unione dal 1983 al 1998.

«È un onore confrontarmi con la straordinaria eredità di Tullia Zevi che ha guidato l’Unione svolgendo un lavoro fondamentale in anni di sfide faticose. Necessariamente diverse da quelle di oggi che hanno come sfondo le nuove tecnologie e il loro uso, l’integrazione, il dramma del lavoro, l’identità europea in crisi».

Quale valore aggiunto può portare una donna in un incarico molto delicato come quello di rappresentare un ebraismo italiano compatto ma insieme diversissimo?

«C’è il valore particolare delle donne: il loro saper tutelare e salvaguardare il nucleo familiare. Io ho tre figli e so bene quanto sia essenziale. Nella mia famiglia però tutte le donne non solo hanno avuto rapporti familiari forti ma hanno sempre consolidato il loro percorso personale affrontando studi universitari e inserendosi nella vita pubblica e nelle istituzioni. In Israele, l’uguaglianza tra uomini e donne è un dato acquisito: l’importanza di quella parità apparteneva alla matrice sociale degli anni in cui nacque lo stato di Israele. Anche in Italia sono stati compiuti molti passi in avanti ma le sfide restano numerose. Una donna alla presidenza dell’Unione può trasferire il proprio momento familiare a una famiglia più allargata, quella dell’ebraismo italiano, trasmettendo con passione l’affetto per la comunità con spirito di servizio. Il mio non è un “lavoro”, ma un incarico gratuito in un ente che notoriamente non è lucrativo». Continua a leggere »

6 Lug 2016 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Israele

Wiesel sapeva che senza Israele non si può combattere l’antisemitismo

Elie Wiesel, una vita per Israele

Antonio Donno

Elie-WieselElie Wiesel è stato un difensore dei diritti di Israele senza se e senza ma. E’ stato autore di romanzi splendidi, tra i quali l’indimenticabile “La notte”, ha girato il mondo per parlare della Shoah, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 1982, è stato il protagonista di mille battaglie per la giustizia, ma la sua vita era per Israele. E’ stato tetragono nel difendere lo Stato degli ebrei di fronte ai suoi più accaniti critici, agli antisemiti di destra ma soprattutto di sinistra, ai sostenitori delle “buone” ragioni dei terroristi, da Hamas alla Jihad islamica, fino gli Hezbollah filo-iraniani; e ai politici occidentali, proni di fronte alle prepotenze e ai ricatti islamici.

Quando, nel 1975, una risoluzione delle Nazioni Unite equiparò il sionismo al razzismo – uno degli esempi più osceni di antisemitismo – Wiesel, pieno d’orrore, scrisse: “Non è la prima volta che il nemico ci imputa i delitti di cui egli stesso è colpevole. Si mettevano le mani sui nostri beni, e ci trattavano da avari; massacravano i nostri bambini, e ci accusavano di infanticidio. Per indebolirci, si cercava di colpevolizzarci. Per condizionarci, si tentava di deformare l’immagine che avevamo di noi stessi. No, il procedimento non è nuovo”. Ed è ancora in piena attività, oggi, come non mai. Il richiamo di Wiesel allora è ancor più valido – e necessario – oggi: “I nostri amici non-ebrei dovrebbero […] rivendicare il sionismo come un onore”.

In “Un juif aujourd’hui”, del 1977, Wiesel poneva la questione fondamentale, di un’attualità sconcertante: c’è posto per gli ebrei nel mondo? Nella Germania pre-nazista i tedeschi dicevano di avercela solo con gli ebrei polacchi, perché non volevano assimilarsi; in Francia, i francesi dicevano di avercela solo con gli ebrei tedeschi, perché erano troppo assimilati. E così via, in una serie ininterrotta di falsificazioni. “Tutto falso – scrive Wiesel – e ora lo sappiamo. Si trattava sempre e ovunque di noi tutti”.

Oggi è come allora. Più di allora. Il problema è, dunque, e Wiesel ben lo sapeva, che l’antisemitismo non fa distinzioni di condizione sociale, nazionalità, età. Sembra quasi che l’antisemita conosca e condivida, per i suoi fini persecutori, i versi di “Ani maamin”, l’incipit del dodicesimo dei tredici Principi della Fede di Mosè Maimonide: “Essere ebrei è credere / In ciò che ci lega / L’uno all’altro, e tutti in Abramo”. L’antisemitismo non conosce stagioni, situazioni, differenze. L’attuale, dilagante antisemitismo non ne è forse la prova? Wiesel ripeteva negli ultimi tempi che l’Europa ha dimenticato gli orrori contro gli ebrei di cui è stata artefice nel passato e sembra che non se ne vergogni.

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5 Lug 2016 Antisemitismo, Islam, Israele, Shoah

L’oscuro appello laburista alla sopraffazione degli ebrei

“I nostri amici ebrei non sono responsabili delle azioni di Israele come i nostri amici musulmani per l’autoproclamato Stato Islamico”. Corbyn paragona Israele all’Isis

Giulio Meotti

CorbynRoma. Jeremy Corbyn di male in peggio. Stava parlando del rapporto sull’antisemitismo nel Labour inglese quando ha dichiarato: “I nostri amici ebrei non sono responsabili delle azioni di Israele come i nostri amici musulmani per l’autoproclamato Stato Islamico”. Sì, abbiamo sentito bene: Israele come l’Isis e il premier Netanyahu come il Califfo Baghdadi. E’ da quando è stato eletto segretario del Labour che Corbyn annaspa in uno scandalo antisemita dietro l’altro. Non c’è da sorprendersi: il fatale e orrendo paragone fra Israele e l’Isis corre sulla bocca di tanti deputati e consiglieri laburisti sospesi in questi mesi (compreso l’ex sindaco di Londra Livingstone). Ma non c’è da sorprendersi per un altro motivo.

Perché quanto ha detto Corbyn lo pensano anche molte élite umanitariste, specie alle Nazioni Unite. L’inviata dell’Onu per i Bambini e i conflitti armati, Leila Zerrougui, ha suggerito l’inserimento dell’esercito israeliano nella lista nera di paesi e organizzazioni che causano regolarmente danni ai bambini. In questa black list c’è l’Isis, appunto. L’Onu ha candidato al posto di inviata nei Territori palestinesi la professoressa di diritto presso la Queen Mary University di Londra, Penny Green, che accusa Israele di essere uno “stato criminale” e che ha paragonato Israele allo Stato islamico (Green ha perso a favore del canadese Michael Lynk, un altro militante antisraeliano). E’ quest’odio ad aver spinto il grande musicista greco Mikis Theodorakis, famoso esule della Grecia dei colonnelli, eroe della sinistra, osannato autore della colonna sonora del film “Zorba il Greco” e monumento vivente dell’antifascismo greco, a definire gli ebrei “la radice di ogni male”. Grazie a queste intemerate corbyniane si fa strada da anni un paradosso osceno e inaccettabile: quello della vittima che si fa carnefice, dell’ebreo, appunto, che si fa nazista.

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4 Lug 2016 Comunità Ebraiche

Unione delle Comunità Ebraiche, Noemi Di Segni alla presidenza

Nata a Gerusalemme, romana d’adozione, 47 anni, Noemi Di Segni è da oggi il nuovo presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

noemi-200x140Assessore al Bilancio nel passato quadriennio di governo UCEI, Di Segni ha ottenuto l’incarico nel corso della prima riunione del nuovo Consiglio dell’Unione, formatosi in seguito alle designazioni dei singoli Consigli comunitari e dalle consultazioni elettorali svoltesi nelle Comunità di Roma, Milano, Firenze, Livorno e Trieste in data 19 giugno.

“Rimarcare ancora di più il contributo valoriale che l’ebraismo italiano offre e condivide con la società esterna e il modo in cui l’ebraismo stesso è riconosciuto e tutelato. Ma la sfida è anche verso l’interno, il reciproco rispetto e la capacità di ascolto. È fondamentale – ha spiegato Di Segni in un recente intervento sul mensile UCEI Pagine Ebraiche – mantenersi ed evolversi nel rispetto e nella valorizzazione delle peculiarità culturali e ritualistiche di ogni comunità esistente, dell’emergente presenza ebraica nel Meridione, al contempo ridefinendo modelli di gestione e di governance che siano in grado di offrire e sostenere le molteplici esigenze”.
Presentatasi al voto in qualità di capolista del gruppo “Benè Binah”, formazione che un significativo consenso ha ottenuto tra gli ebrei romani, Noemi Di Segni succede a Renzo Gattegna, per 10 anni al vertice dell’ebraismo italiano.

Intervenendo tra l’altro nel corso della mattinata, Noemi Di Segni aveva affermato:

“Viviamo la nostra vita quotidiana correndo e curando i nostri affetti personali, ma sappiamo già – dai più piccoli ai più grandi – che la densa nuvola nera è arrivata anche sui cieli dell’Europa. E le sfide che abbiamo da anni imparato ad affrontare, come israeliani, come ebrei e come Comunità, sono divenute sfide anche dei Governi e delle Istituzioni europee.
L’Europa, dopo la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, aveva finalmente capito la necessità di agire all’unisono per difendere i valori fondamentali di libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. La cronaca di questi giorni dimostra purtroppo che è entrata in crisi la stessa identità dell’Unione Europea, all’interno della quale, ormai, nessuno può più dirsi al sicuro.

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3 Lug 2016 Comunità Ebraiche

È morto Elie Wiesel, una vita per raccontare l’orrore dell’Olocausto

È morto Elie Wiesel, una vita per raccontare l’orrore dell’Olocausto. Il giornalista e scrittore, Premio Nobel per la pace, aveva 87 anni. Sopravvissuto all’Olocausto, fin dagli anni Cinquanta decise di essere un testimone, un combattente contro l’oblio

Susanna Nirenstein

Elie-WieselNon c’era cosa in lui che non parlasse di Dio, che non ci discutesse e litigasse: in una delle sue rare commedie, Il processo di Shangorod, l’aveva anche incriminato e messo a giudizio in uno shtetl del 1649, in Russia: era un dibattimento tra tre rabbini che aveva davvero visto ad Auschwitz, e non era mai riuscito a raccontarla. Tuttavia di Dio non dissertava mai, studiava e leggeva piuttosto ogni pagina dei testi sacri, traboccava di ebraismo, ne scriveva in continuazione, memorie, racconti, romanzi, personaggi biblici, riflessioni sul Talmud, 57 libri, migliaia di pagine. Col Signore aveva un conto aperto da quando nel lager la Shoah bruciava intorno a lui e gli rapiva gran parte della famiglia: “Non dimenticherò mai quelle fiamme che consumarono la mia Fede per sempre”.

Elie Wiesel, scomparso oggi a 87 anni, non dimenticava, diceva di essere carico di rabbia, contro il Mondo, la Storia, se stesso: fu così che alla fine, all’inizio degli anni ’50, scelse di essere un testimone, di scrivere, per contenersi diceva, anche se si forzava, diceva: sapeva di produrre qualcosa di buono solo quando “le parole erano incandescenti”. Fu così che decise di essere un combattente contro l’oblio, l’indifferenza, la menzogna, un partigiano del suo popolo e degli oppressi, come più o meno recitava il Nobel che ricevette nel 1986, perché ha sempre lottato per la libertà degli ebrei russi, finché c’era la Cortina di ferro, e quelli etiopici, e moltissimo si è speso contro i genocidi in Cambogia, Ruanda, l’apartheid in Sudafrica, per i desparecidos in Argentina, le vittime bosniache, gli indiani Miskito in Nicaragua, i Curdi, chiedendo interventi in Darfur, Sudan, una risoluzione Onu che definisse e giudicasse il terrorismo un crimine contro l’umanità. Con Primo Levi ha condiviso il ruolo insostituibile di testimone, precoci e affilati, capaci di parlare alla Terra, che sarà di noi senza di loro? Eppure sono stati così diversi. Levi, scientifico, matematico, sezionatore dell’indicibile, composto. Wiesel, secco nella scrittura e nelle descrizioni, ma carico di simboli, di evocazioni, di radici, di mondo ebraico, del wit mistico in mezzo a cui era cresciuto.

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3 Lug 2016 Antisemitismo, Israele, Shoah