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Tra sacro e profano, la sfida di rav Soloveitchik

È considerato il “rav” per eccellenza, tra i maestri della celebre Yeshiva University, del movimento Modern Orthodox americano e leader del sionismo religioso. Citato e amato da tutte le correnti dell’ebraismo contemporaneo, Soloveitchik mette l’“homo halachicus” al centro del suo pensiero: Halakhà al servizio della kedushà, la ricerca della santità in ogni momento della nostra esistenza ebraica, calata nel mondo di oggi

Alberto Moshe Somekh

Soloveitchik

Soloveitchik

È citato da tutte le correnti dell’ebraismo contemporaneo e il suo nome ricorre in tutti i consessi ebraici, di qualsiasi orientamento religioso essi siano. Come mai questa unanimità intorno al nome di Rav Yossef (Joseph) Dov Soloveitchik? Per spiegarlo dobbiamo innanzitutto capire il contesto dentro cui questo grande pensatore visse e operò. Se è vero che gli Ortodossi si distinguono da tutte le altre correnti dell’Ebraismo contemporaneo (Conservatives e Riformati), per il fatto di elevare il Talmud e lo Shulchan ‘Arukh a vademecum fondamentale in ogni manifestazione della vita, l’Ortodossia stessa presenta dei movimenti di pensiero diversificati al suo interno. I temi della discussione riguardano essenzialmente tre forme di rapporto: 1) con la cultura secolare; 2) con l’Ebraismo non ortodosso e 3) con lo Stato d’Israele e il sionismo in generale. Su posizioni di apertura si colloca la cosiddetta “Modern Orthodoxy”, un movimento vivo soprattutto in America, e che ha il suo centro intellettuale nella Yeshiva University di New York. Il nome stesso sintetizza il metodo tradizionale degli studi talmudici con la ricerca scientifica intesa in senso moderno: allo scopo di passare ogni problematica contemporanea al vaglio della tradizione in una prospettiva dinamica e positiva, si interrogano al tempo stesso gli antichi testi rabbinici riproponendoli come possibile chiave di lettura della realtà nel suo costante divenire. La cultura secolare diviene un referente obbligato di tale metodo, mentre con gli Ebrei non ortodossi deve essere ricercato un dialogo sui temi che lo consentono. Quanto alla realtà dello Stato d’Israele, pur non avendo questa un presupposto religioso, va considerata come una tappa comunque importante nel cammino verso la Redenzione.

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Rabbini a confronto

SPECIALE SHALOM GIUGNO 2014. Sensibilità, formazione, impegno, sono elementi che caratterizzano il lavoro dei rabbanim Chabad e delle Comunità ebraiche, con molte analogie ma anche con molte differenze

David Piazza

DavidPiazzaA un raduno Moked di qualche anno fa,  in una di quelle chiacchierate notturne fuori dagli schemi, un rabbino di una Comunità italiana mi raccontava di come era venuto a sapere che il matrimonio di un suo ex alunno sarebbe stato celebrato non da un rabbino “comunitario”*, ma con grande stupore, da un rabbino Chabad-Lubavitch. Interrogato l’ex alunno, questo aveva risposto di aver passato un brutto “periodo” durante il quale gli capitava di girare disperato di notte e senza motivo e di aver trovato successivamente conforto solo nel poter suonare il campanello di quel rabbino Chabad, che a qualsiasi ora della notte non solo rispondeva, ma scendeva per strada e pazientemente si intratteneva in conversazione con il malcapitato. Mi ricordo che il rabbino “comunitario” aveva concluso il suo racconto con una considerazione ammiccante, dal sapore di una confessione: “Ma se fosse capitato a me, sai dove lo mandavo quello lì?”

Da questo episodio abbiamo già capito che pur trattandosi sempre di rabbini, le differenze tra quelli “comunitari” e quelli Chabad possono essere a volte molto marcate. Proverò allora a elencare qualcuna di queste differenze, ma cerchiamo di sempre avere bene in mente che si tratta solo di generalizzazioni senza alcuna pretesa di scientificità e che ogni rabbino è comunque un caso a parte.

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Ci fu un rabbinato militare italiano nella Grande Guerra

Anche al fronte pane azzimo, libri di preghiera e una degna sepoltura ebraica 

Paola Abbina

militari_ebreiIl “rabbino militare” nasce prete, questo è incontestabile: il ragionamento per il quale i più arrivano a concepire l’utilità dell’esistenza di tali funzionari non è che questo: posto che i cattolici hanno i loro preti-cappellani sul campo, per l’assistenza spirituale ai moribondi, ai feriti, per il conforto della fede ai combattenti, per la amministrazione dei sacramenti ai morti, posto che gli evangelici vi hanno i loro pastori cappellani, è giusto che gli ebrei – forse per restare in stile sarà meglio dire “Israeliti” – vi abbiano i loro cappellani. Così l’analogia è istituita sotto tutti i rapporti, di nome e di funzione. Questo è quanto scrisse il 15 luglio 1915 la Settimana Israelitica quando le autorità ebraiche nazionali decisero di istituire il “rabbinato militare”. E la decisione, come si evince da queste righe, non fu unanime. I protagonisti furono l’allora presidente del Comitato delle comunità israelitiche italiane Angelo Sereni e il rabbino maggiore di Roma Angelo Sacerdoti. L’istituzione infatti non fu priva di resistenze all’interno del mondo ebraico, per il timore di alcune comunità di vedersi sottratto l’unico elemento che le teneva in vita: la figura del rabbino, presente già allora in numero esiguo. A questo va aggiunta la tendenza di alcuni soldati a mimetizzarsi, vuoi per paura, vuoi per meri motivi pratici, o per non volersi distinguere come religiosi e combattere fra italiani per italiani.

Gli ostacoli della burocrazia militare, le condizioni operative, l’imprecisione e l’incompletezza degli elenchi disponibili dei militari ebrei, la mancanza di mezzi di trasposto per le visite da effettuare, rendevano ancor più difficile il compito del rabbino militare. E ancora, come farsi riconoscere dai correligionari senza confondersi con dei “necrofori” o dei “beccamorti”?

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“Il 75% dei figli di matrimonio misto non ha un’educazione ebraica”

Gli ebrei d’Europa stanno morendo. Di laicità e assimilazione. Il rapporto choc dei rabbini: “E’ peggio dell’olocausto”. Intanto da Parigi è boom di partenze per Tel Aviv

Giulio Meotti

Candela spentaRoma. L’occasione era quella del settantesimo anniversario della deportazione e dell’annientamento della comunità ebraica ungherese. Trecento rabbini provenienti da quaranta paesi europei si sono così dati appuntamento a Budapest, sotto l’egida del Rabbinical Center of Europe, e alla presenza dei due rabbini capi d’Israele, l’ashkenazita David Lau e il sefardita Yitzhak Yosef.

Non si è parlato di antisemitismo, di vandalismo, di attacchi nelle strade di Parigi o di Londra, di violenza spicciola e diffusa in tutto il Vecchio continente. No, il principale pericolo per il futuro dell’ebraismo europeo viene da dentro. Si chiama assimilazione. Secolarizzazione. Laicismo. L’assorbimento fatale nella cultura dominante, laicista e multiculturalista europea. Secondo l’agghiacciante rapporto del Rabbinical Center of Europe, l’ottantacinque per cento degli ebrei europei è assimilato e ha contratto matrimoni misti; l’ottanta per cento non partecipa più a riti in sinagoga, neppure per la solennità dello Yom Kippur; il settantacinque per cento dei loro figli non beneficia di una educazione ebraica e il novanta per cento degli studenti ebrei non ha alcun legame con la comunità.

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Sacks, il rabbino globe-trotter

Dopo aver guidato per 22 anni l’ebraismo britannico, il rabbino più mediatico dei tempi moderni, apprezzato anche al di fuori del mondo ebraico, affronta una nuova sfida: continuare a divulgare il proprio pensiero a livello planetario.

Ilaria Myr

SacksL’ex premier britannico Tony Blair l’aveva definito un “intellettuale gigante”, mentre il Principe Carlo addirittura “una luce nella sua nazione”. Rav Lord Jonathan Sacks, 65 anni, Rabbino Capo del Regno Unito e del Commonwealth per 22 anni fino allo scorso agosto, è senza dubbio la guida spirituale ebraica più mediatica e mediatizzata dei nostri giorni.

Autore di decine di libri molto ben accolti sull’ebraismo e il suo posto nel mondo contemporaneo (alcuni dei quali divulgati anche tramite il Bollettino e presenti sul sito Mosaico come Lettere alla prossima generazione 1 e 2), e curatore di una pagina sul Times of London, è stato fino a qualche mese fa un volto molto frequente sulla BBC, dove conduceva ogni anno, in occasione di Rosh Ha-Shanà, un programma dedicato alla fede, intervistando ideologi atei come Richard Dawkins e lo scrittore Howard Jacobson.

Una personalità, insomma, di grande spessore intellettuale e dalla grande capacità comunicativa, che ha saputo parlare di ebraismo a pubblici diversi e variegati non solo all’interno del Regno Unito, ma anche fuori, in modo assolutamente globale.

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Novant’anni fa la scomparsa del primo Rabbino Maggiore di Livorno

Gadi Polacco

Il 26 del mese di Elul del calendario ebraico, corrispondente quest’anno al giorno 1 settembre, ricorrono novant’anni dalla scomparsa di Rav Samuele Colombo (z.l.), primo Rabbino Maggiore di Livorno. Personaggio fondamentale della storia ebraica livornese, allievo di Maestri del calibro dei Rabbini Elia Benamozegh (z.l.) e Israel Costa (z.l.), si connota quale figura dotata di enorme e varia cultura, come testimoniano i numerosi scritti,discorsi e interventi (molti dei quali ancora inediti).

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Trova le differenze

Solo per scherzo. Giovani rabbini scalpitano

Rav Pierpaolo Pinchas Punturello – Facebook 1 Maggio

La caduta morale che ci circonda si sta esprimendo ebraicamente in un uso e rifugio halachico di rigidità. Accanto ad una totale incapacità di comunicazione, di basica umanità, di espressioni civili e fraterne, di discussioni costruttive troviamo una rigidità mentale, una sardonica ottusità che si concilia, spesso, con una osservanza tanto asfissiante quanto poco ebraica perchè non basata sulla riflessione e sulla discussione.

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