Pesach | Kolòt-Voci

Tag: Pesach

Benedizione fino a non poter più dire: basta

Benedizione fino a non poter piu’ dire: basta – Berakhah ‘ad beli’ day – (dalla Haftarah di Shabbat ha-Gadòl)

Alberto Somekh

Uno dei “numeri” del Seder di Pessach è notoriamente il 14, quante sono in effetti le cerimonie comprese nella Haggadah. Esso corrisponde al valore numerico della parola yad (mano) dell’espressione “con mano forte e braccio disteso” con cui il S.B. ci ha liberato dall’Egitto. Ma corrisponde anche alla parola day alla base dell’espressione dayyenu (ci sarebbe bastato), il ritornello della famosa poesia costituita anch’essa da 14 strofe. Ogni anno si deve ristudiare la Haggadah daccapo e possibilmente trovare in essa nuovi simboli e nuovi significati. Vorrei proporre un confronto fra ciascuna delle 14 parti del Seder e ognuna delle 14 strofe del Dayyenu. Il parallelismo ci farà scoprire considerazioni interessanti. Continua a leggere »

Pèsach: la trama nascosta

David Piazza

DavidPiazzaEsiste un’affermazione dei nostri Maestri che ci lascia stupiti: “Per merito delle donne virtuose il popolo ebraico si salvò dall’Egitto“. Tutto potremmo dire delle vicende della schiavitù egiziana, delle piaghe, dell’uscita dalla schiavitù meno che il ruolo femminile sia così evidente. Se si fa eccezione di qualche breve cenno su oscure manovre delle levatrici e della sorella di Moshè – il protagonista assoluto – potremmo benissimo dire che l’affresco storico fondante del popolo ebraico sia affidato agli uomini; al massimo all’azione corale, collettiva.

Eppure diversi midrashìm aprono squarci inediti su una diversa lettura degli eventi. Ne citeremo solo uno, il più emblematico e tenteremo di collegarlo ad un argomento, il calendario, che solo marginalmente sembra toccare la formazione del popolo ebraico.

In uno dei momenti più terribili della shoà egiziana, il faraone ordina l’uccisione dei neonati ebrei maschi. Evidentemente pensa di avere qualche tornaconto dal mantenere in vita le femmine ebree. Basandosi su un versetto che non torna, il midràsh racconta che, a seguito del terribile decreto, gli uomini ebrei decidono di divorziare in massa pur di non generare più carne da macello. Una bambina ebrea, – la sorella di Moshè, secondo il midràsh – decide però di opporsi a questa decisione argomentando nientemeno che di fronte al sinedrio (il Consiglio della comunità d’Egitto): “Voi siete peggio del faraone. Questi infatti ha decretato l’uccisione dei soli figli maschi, mentre voi, con il vostro decreto, avete deciso la morte del popolo ebraico intero!”. Gli uomini capiscono e revocano la decisione, risposando ognuno la propria consorte. Dal secondo matrimonio dei genitori di Miriàm, la saggia bambina, nascerà proprio Moshè, l’uomo che Dio sceglierà per salvare l’intero popolo ebraico.

Continua a leggere »

Progresso e regresso

Donato Grosser

Nel Bollettino della Comunità Ebraica di Milano nel mese di novembre 2003 è stata pubblicata una “Lettera Aperta alla Comunità di Milano” firmata dal presidente e dal vice-presidente della “Congregazione ebraica riformata” Beth Shalom. È ovvio che a nessun gruppo piace definirsi regressivo, tuttavia l’abbondanza dell’uso della parola “progressivo” o “progressista” (usate ben cinque volte nell’articolo), desta subito il sospetto del lettore. Cos’è questo “progresso” al quale si riferiscono i riformati di Milano? Gli autori della lettera nel definire “l’esperienza progressiva della vita ebraica” menzionano, tra l’altro, la trasmissione del giudaismo per via patrilineare. Senza una definizione di cosa significhi “progresso” è poco chiaro perché dei cambiamenti di questo genere vengano chiamati progressivi. Continua a leggere »

Uno studio sulla Torà orale

Marco Ottolenghi

In concomitanza con la festa di Shavuot, il Beth Ha Knesset di Via Eupili ha ricordato i 40 anni dalla sua fondazione dedicando il tradizionale studio della prima notte della festa all’argomento sempre attuale della Torà Orale.

La peculiarità della festa di Shavuot si presta in particolare modo a fare risaltare il ruolo fondamentale della Torà orale nella vita ebraica. È noto in fatti che la festa di Shavuot è conosciuta come ” l’epoca in cui ci fu data la Torà” ma questo evento non viene ricordato nella Torà Scritta come motivo della festa. Per di più la Torà Scritta, in contrapposizione a tutte le altre feste, non indica una data precisa per la celebrazione della festa di Shavuot.

Nel Levitico ( 23; 15) il testo recita: ” E conterete, a cominciare dal giorno successivo a quello di astensione dal lavoro ( Mimachorat hashabat ) dal giorno cioè in cui porterete il manipolo che deve essere agitato, sette settimane che siano complete”. Il testo ci indica un percorso basato sul conteggio di giorni e settimane per arrivare alla meta ma rimane incerto il giorno dal quale bisogna iniziare questo percorso.

Continua a leggere »

La festa dal simbolo plurale

David Piazza

Come tutti abbiamo imparato alle elementari la festa di Pèsach ha anche altri due nomi: Chag hamatzòt (festa delle matzòt) e Chag haaviv (festa della primavera). Ci soffermeremo sul primo: perché mai Pèsach viene chiamato festa delle matzòt e non festa della matzà? Come mai il simbolo di questa festa è al plurale? Una prima spiegazione possiamo trovarla nella Torà, quando per questa festa viene comandato di mangiare appunto matzòt (Es. 13, 6). Già, e perché la Torà parla della matzà al plurale? Continua a leggere »

L’imprevisto previsto

Benedetto Carucci Viterbi

Pesach è, come molti sanno, Chag ha matsot, festa delle azzime. E’ l’azzima, il pane non lievitato, il simbolo principale della ricorrenza, l’elemento che la caratterizza e la distingue. E’ sulla matsà da una parte, e dall’altra sull’astensione dal chamets, il lievito, che si gioca l’intero senso di Pesach . Ben lo sanno coloro che si preparano ad osservare con scrupolo le regole degli otto giorni della ricorrenza, pulendo la casa da ogni resto di sostanza lievitata ed accingendosi ad acquistare i prodotti casher le Pesach, ed in particolare i pacchi di matsot di vario genere, “croce e delizia” degli apparati digerenti degli ebrei di tutto il mondo. Ma cosa è veramente la matsà? Che cosa simboleggia? Cosa ci ricorda ogni anno, quando, almeno nel corso del Seder, dobbiamo mangiarla? E quale senso ha l’astensione dal lievito? cosa è veramente il lievito nella prospettiva dell’insegnamento dei maestri della tradizione ebraica? Le riflessioni che seguono, derivate dagli scritti di Rav Uttner, di Rav Friedlander e di Rav Neventzal, vogliono proporre alcune linee di interpretazione per rispondere a queste domande. Continua a leggere »