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Meghillat Ester – Lo svelamento del nascosto

” … Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza…” (Libro di Ester, 9; 28).

Roberto Della Rocca

DellaRoccaNella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Toràh, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell’era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Toràh, l’esistenza della quale è eterna e, continua, “…anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato”.

Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Toràh) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d’origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fà alcun cenno, né come ricordo né, tantomeno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell’esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità.

Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si fà durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge l’Hallel (lett. lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele.

Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto “Meghillàh”.

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Miracoli non miracolosi

La Meghillà di Ester e il suo corso naturale

Adin Even Israel (Steinzaltz)

A Purìm si aggiunge alle regolari preghiere un particolare brano, ‘Al Hanissìm, che celebra i miracoli di H-shèm. Anche prima della lettura della Meghillà si recita una berachà che esprime il medesimo concetto. Eppure, nel corso dell’intera trama della Meghillà non figura neppure un miracolo; essa sembra narrare una semplice successione di eventi interessanti ed eccezionali, ma facilmente spiegabili, senza che sia necessario affermare che si tratti di miracoli o di prodigi. Tutte le sue componenti risultano chiare, sistematiche e logiche; la successione degli eventi non presenta complessità, gli elementi si uniscono armoniosamente e le svolte, per quanto significative, risultano comprensibili.

Si osservino alcuni esempi estremamente “razionali”.

Il potere di Mordechày

L’ebreo Mordechày, “che siedeva ai cancelli reali”, fin dal principio fece infiltrare “un’agente segreta” alla corte di Achashveròsh. Mordechày era membro della classe più alta del governo persiano, sia di per sé che nelle vesti di rappresentante del popolo ebraico; quale uomo politico di spicco, egli diede così inizio a un lungo gioco, preparando il terreno per il giorno in cui avrebbe ottenuto una posizione di grande potere.

Anche la vicenda di Bigtàn e Tèresh, che all’inizio non sembra essere determinante nel quadro dello sviluppo degli eventi, fu per Mordechày un ottimo espediente per aggraziarsi il sovrano con un atto di fedeltà; fu anche un buon investimento nei giusti contatti, al fine di aprirsi una bella porta a palazzo e di garantirsi un futuro di successo.

L’anello del re

Quanto al motivo per cui il re stesso conferì potere illimitato dapprima ad Hammàn e poi a Mordechày, esso è di carattere puramente politico.

Il regime persiano era autocrate e dittatoriale e i sovrani detenevano poteri e autorità illimitati. Tuttavia, anche nei loro momenti di maggior lucidità mentale, i re non erano in grado di gestire tutte le complesse questioni politiche del loro impero; pertanto usavano nominare un vice a cui attribuivano il potere e l’autorità di firmare qualunque documento a nome del re.

Queste persone rappresentavano una seria minaccia per il trono e pertanto andavano sostituite di tanto con un pretesto quasi qualunque, non necessariamente fondato.

I sovrani dell’epoca preferivano inoltre nominare alla carica di vice degli uomini di origine straniera, privi di qualunque radice storico-politica nel paese e quindi di sostegno da parte della società locale.

Si trattava di uomini su cui si poteva sempre contare, in quanto avrebbero fatto di tutto per il beneficio del sovrano e che, d’altro lato, non potevano usurpare il trono perché sole e prive dell’appoggio delle masse.

Quando un uomo di questo genere vinceva, era il re a guadagnarci; quando perdeva, era lui stesso l’unico a perderci.

Hammàn salì al potere proprio perché straniero, aggaghita: una nullità sociale. Prova ne è che fu impiccato facilmente e senza riscuotere l’opposizione del popolo.

Pe questo stesso motivo Mordechày ottenne a sua volta una posizione del genere: era uno straniero, un ebreo. E nessuno avrebbe pianto vedendolo sulla forca, se mai fosse successo.

Il gioco politico di Estèr Continua a leggere »