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Viviane: Una donna insegue la libertà tra divorzio e legge rabbinica

Un tentativo più onesto del film antisemita Kadosh per capire la complessità della legge ebraica, stavolta subita da cittadini che non l’hanno scelta. Viene furbamente omesso però il fatto che a parti invertite (con donna recalcitrante) la situazione sostanzialmente non cambierebbe (Kolot)

Paolo Mereghetti

VivianeC’è una sola informazione da sapere prima di lasciarsi andare alla visione di Viviane : in Israele non esiste il matrimonio civile, c’è solo quello religioso, e quindi il divorzio (che esiste) può essere ratificato solo da un tribunale rabbinico, che ha bisogno però del pieno consenso del marito. Fatta questa premessa si è pronti per entrare nell’aula di tribunale dove Viviane e Elisha Amsalem stanno discutendo del loro divorzio: o meglio dove Viviane chiede un divorzio che il marito non sembra intenzionato a concedere.

Gli antefatti e le ragioni dei due contendenti li scopriremo scena dopo scena, anzi rinvio dopo rinvio, perché la cosa chiara da subito è che il marito non vuole concedere il divorzio alla moglie, che pure vive ormai fuoricasa, dalla sorella, da tre anni. Niente, Elisha prima diserta le udienze, poi sceglie il silenzio o cerca ogni giustificazione possibile per rifiutare quello che Viviane cerca da diversi anni. E quando anche l’uomo accetta di farsi rappresentare da un avvocato — nel suo caso il fratello rabbino Shimon, mentre la donna ha scelto un avvocato che non mette la kippah (come a sottolineare la sua «laicità») — ed entrano in scena i testimoni chiamati dai due contendenti, lo scontro non diventa meno facile da risolvere, perché il quadro si allarga alla società, all’idea dominante di famiglia e alle sue regole non scritte.

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Hannah Arendt: Margarethe von Trotta presenta il suo film a Bolzano

Quando il grande cinema incontra la filosofia: l’eccezionale anteprima della pellicola dell’acclamata regista tedesca

Andrea Felis

A Bolzano si è aperta una finestra su una delle figure più ricche, complesse e luminose del pensiero filosofico e teorico-politico del Novecento, e questo grazie al Filmclub e ad una straordinaria regista tedesca, che porta il nome di Margarethe von Trotta. E’ stata infatti presentata in anteprima nazionale la proiezione, in originale con sottotitoli in lingua italiana, approntati per l’occasione da una bravissima curatrice di Bolzano, del film biografico “Hannah Arendt”, diretto dalla regista germanica, già autrice in passato di altri biopic, scritto insieme alla sceneggiatrice statunitense Pam Katz.

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In un film i segreti degli ebrei di Nigeria

Sono tremila, sono di etnia Igbo ma si sentono ebrei figli di Gad, una delle dieci tribù perdute di Israele. Sono commercianti, architetti o impiegati e il sabato li trovi in sinagoga. Sono i protagonisti di “Re-emerging the Jews of Nigeria”, un film presentato ai festival di New York e Washington.

Misna – A raccontare alla MISNA del film e di questa minoranza pressoché sconosciuta nel mondo è il regista, Jeff Lieberman. Gli ebrei nigeriani li ha conosciuti bene, girando per mesi nella capitale Abuja, nel porto di Lagos o a Warri e Port Harcourt, le città petrolifere del Delta del Niger. “Sono convinti – spiega Lieberman – che gli Igbo discendano dalla tribù perduta di Gad, costretta a lasciare Israele dopo la conquista del regno da parte degli Assiri”.

Quei 380 ebrei bruciati vivi dai polacchi

Il pogrom di Jedwabne nel film “Aftermath”

Antonio Sansonetti

Una lapide imbiancata di neve, alle porte del villaggio di Jedwabne, ricorda un frammento di storia che molti polacchi preferirebbero rimuovere. Nel 1941 la popolazione locale, istigata dagli occupanti tedeschi, andò a prendere i vicini di casa ebrei, li radunò nella piazza del paese, li picchiò a sangue, poi portò i sopravvissuti al pestaggio in un granaio li bruciò vivi. Tutti. Quella lapide ricorda il pogrom di Jedwabne, nel quale furono massacrati 380 ebrei.

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Quattro donne e “La sposa promessa”

Il matrimonio, l’amore, i figli. Il film di Rama Burshtein tocca nel profondo l’animo femminile e accende riflessioni

A guardarlo con gli occhi delle donne è una sorta di cubo di Rubik. Basta ruotare lievemente la visuale, i colori cambiano e il panorama si trasforma. La sposa promessa è uno di quei film capaci di aprire riflessioni e scambi d’opinione fiume perché chiama in causa questioni che interpellano nel profondo l’animo di ciascuna di noi. Che cos’è il matrimonio? Qual è la formula giusta perché l’amore funzioni? Che vita vogliamo, per noi e per i nostri figli? E che rapporto vi è tra la donna che vive in una società laica, lavora, veste come le piace, frequenta con disinvoltura l’altro sesso e la tenera Shira che trascorre le sue giornate immersa nella vita di famiglia e può solo intravvedere il suo promesso sposo fra gli scaffali di un supermercato? Le risposte sono ovviamente infinite e ci aiutano a decodificare la complessità dell’essere donne oggi, in qualunque tipo di società.

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Hannah e il carnefice

Marco Filoni

Chissà cosa avesse in mente Hannah Arendt quando, in una delle sue ultime lettere, scriveva al suo maestro e amante di gioventù Martin Heidegger un accenno sul “carattere d’attacco della filosofia”. Lei di attacchi ne subì parecchi. Non solo in vita: tutt’oggi è da molti considerata un personaggio controverso.

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Parigi 1942: ebrei salvi nella moschea

Giorgio Bernardelli

La moschea di Parigi – durante l’occupazione nazista – fu un rifugio per tanti ebrei del Nordafrica che cercavano di salvarsi dalla persecuzione? E questa memoria storica potrebbe oggi diventare un ponte di comprensione reciproca tra ebrei e musulmani? A rilanciare la tesi è un film uscito in Francia in questi giorni, dopo essersi già fatto notare all’ultimo festival di Cannes. Si intitola Les hommes libres – Gli uomini liberi – ed è diretto dal regista franco-marocchino Ismael Ferroukhi, già autore di Le grand voyage.

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