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Tag: Cinema

Saul Fia, la recensione

Gabriele Niola

20150416saul-fia-cannes-2015Ci sono grida immonde, fuoco, resti umani accatastati, spari e morte ovunque. Ovunque! Eppure non ne vediamo granchè. Saul Fia è tutto girato in primo piano lungo sostanziosi piani squenza, si muove con il suo Saul inquadrandolo strettissimo sul volto e tenendo quel poco che si vede di sfondo fuori fuoco. La soluzione è originale e audace, soprattutto per come nega tutto quello che altrove è ricostruito alla ricerca di un verismo maniacale: l’olocausto.

Saul è infatti un ebreo in un campo di concentramento, uno di quelli deputati ad aiutare i nazisti nello sterminio, uno di quelli che spingono gli altri ebrei nei forni, nelle fosse e nelle “docce” e poi ne ammassano i cadaveri. La sua faccia è sempre impassibile ma intorno a lui ci sono evidenti schizzi d’inferno vero, espressionista, gridato e mostruoso. Nulla è ripulito, anzi molto è enfatizzato. In tutto questo Saul ha deciso contro ogni logica e buon senso di seppellire e onorare un ragazzo morto che identifica come suo figlio. Deve trovare un rabbino, salvarlo, seppellire di nascosto il cadavere per poi far recitare le preghiere del caso e tutto nel giorno più complicato: quello in cui è stata organizzata una ribellione contro i nazisti.

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Andrew Garfield: “Per me Spider-Man è sicuramente ebreo”

Come scrive l’Independent nella sua introduzione “E’ un ragazzo del Queens, New York, che adora la sua anziana zia e sente tutto il peso del mondo sulle sue spalle. E’ naturale che Spider-man sia ebreo!”.

SpidermanAnche Andrew Garfield, l’attore britannico di origine ebraica che interpreta Peter Parker nella nuova saga di Spider-Man prodotta dalla Sony, è convinto di ciò e spiega come e perché proprio dalle pagine del giornale citato:

Spider-Man è nevrotico. Peter Parker non è un ragazzo semplice. Non riesce a spegnersi e pensa di non fare mai abbastanza. E poi è sempre in preda a una certa carenza di fiducia di sé. E’ sempre dubbioso e in ansia sul suo futuro proprio perché tende a essere un po’ troppo nevrotico. E’ ebreo, sono tutte caratteristiche abbastanza chiare. Spero che nessuno si offenda per questi cliché, anche mio padre è ebreo. E io queste caratteristiche le ho tutte. Riflette sempre troppo e per lui sarebbe tutto più semplice se fosse un robotico salvatore di vite!

Un ambito che gli amanti della settima arte conoscono bene grazie ai film e alle nevrosi della New York di Woody Allen o Ben Stiller.

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Quattro donne e “La sposa promessa”

Il matrimonio, l’amore, i figli. Il film di Rama Burshtein tocca nel profondo l’animo femminile e accende riflessioni

A guardarlo con gli occhi delle donne è una sorta di cubo di Rubik. Basta ruotare lievemente la visuale, i colori cambiano e il panorama si trasforma. La sposa promessa è uno di quei film capaci di aprire riflessioni e scambi d’opinione fiume perché chiama in causa questioni che interpellano nel profondo l’animo di ciascuna di noi. Che cos’è il matrimonio? Qual è la formula giusta perché l’amore funzioni? Che vita vogliamo, per noi e per i nostri figli? E che rapporto vi è tra la donna che vive in una società laica, lavora, veste come le piace, frequenta con disinvoltura l’altro sesso e la tenera Shira che trascorre le sue giornate immersa nella vita di famiglia e può solo intravvedere il suo promesso sposo fra gli scaffali di un supermercato? Le risposte sono ovviamente infinite e ci aiutano a decodificare la complessità dell’essere donne oggi, in qualunque tipo di società.

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Rama riempie (finalmente) il vuoto

Uno dei film più interessanti e delicati presentati a Venezia è quello della regista ultra-ortodossa (ma non erano tutte in cucina?) Rama Burstein. Ed è solo l’inizio.

Francesco Gallo

‘Fill the Void’, scritto e diretto da Rama Burshtein, unico film israeliano in concorso alla Mostra di Venezia, è uno di quei lavori da non sottovalutare. Quasi un film da camera molto low-cost – è stato girato quasi interamente in interni – ci porta dentro un mondo a molti sconosciuto. Ovvero dentro una famiglia ebrea ortodossa di Tel Aviv dove anche l’amore ha il sapore di quelli che racconta la Bibbia. Tutto si svolge in una comunità di Haredim (coloro che tremano davanti alla parola di Dio) che, vestiti come impone la loro religione, studiano i sacri testi all’interno di una vita in cui tutto è scandito da rassicuranti norme.

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La vecchia rockstar e i nazisti

Penn-Sorrentino, coppia da Oscar. Con “This Must Be The Place” il regista campano guarda oltreoceano e si propone per la corsa alla prestigiosa statuetta.

Stefania Seghetti

Dopo il successo ottenuto durante la passata edizione del Festival di Cannes, arriva finalmente in sala l’ultimo formidabile lavoro del regista Paolo SorrentinoThis Must Be The Placeinterpretato dal sensazionale Sean Penn. Un film “internazionale”, che vanta un cast d’oltreoceano (tra cui la splendida Frances McDormand) e che proietta i fatti narrati sul suolo d’America.

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Il giovane Kubrick, ebreo austriaco emigrato a New York

A Reggio Emilia, una mostra racconta i primi passi del grande regista mossi attraverso la fotografia

Mario Dal Bello

Geniale lo era fino da bambino, quando a scuola era un disastro, ma leggeva e scriveva meglio di tutti i suoi compagni. Non aveva stimoli, semplicemente. Così Stanley non si applicava. Il padre, ebreo austriaco emigrato a New York, lo capì: gli aprì la sua biblioteca, iniziandolo all’amore per la letteratura, gli insegnò a giocare a scacchi – come faranno diversi personaggi nei suoi film –, gli diede una piccola Leika, e la macchina fotografica fu in un certo senso l’apprendistato del ragazzo per il cinema, dal 1945 al 1950. Per decenni le foto rimasero nascoste, finché recentemente sono state ritrovate dentro uno scatolone impolverato. Ed ora figurano, in parte, nella rassegna che si sta concludendo il 24 luglio a Reggio Emilia, a Palazzo Magnani.

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È un ebreo danese il Tarantino europeo

La sorpresa del Festival di Cannes è Nicola Winding Refn, premiato come migliore regista per l’adrenalinico “Drive”. Già di culto, ora è pronto per il successo

Pedro Armocida

Per dire, lui si dipinge innocentemente così: «Sono quello che si dice il perfetto prototipo del bravo ragazzo ebreo. Non fumo, non ho il vizio delle droghe e non bevo alcolici». Poi vedi i suoi film rosso sangue, tra uccisioni terrificanti e vendette infernali, e ti chiedi quale mente possa averle partorite.

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