Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Piemonte Kibbutz: quando gli ebrei sfuggiti ai lager trovarono a Torino una casa

Un primo passo per tentare di raggiungere la Palestina

Federico Callegaro

Kibbutz TorinoDisplaced Persons: persone «spostate», da inserire in un nuovo contesto. E’ con questa definizione, coniata dagli Alleati dopo la fine della guerra, che verranno identificati più di 30 mila ebrei provenienti da nazioni diverse ma con in comune due cose: quella di essere arrivati in Italia da Germania, Austria e Polonia e quella di essere sfuggiti alla morte dopo lunghi periodi di prigionia nei campi di concentramento tedeschi.

La loro storia inizia subito dopo che la storiografia cessa di interessarsi agli eventi che li riguardano direttamente, ovvero subito dopo lo svuotamento dei lager nazisti. Questo grande flusso di uomini, donne e bambini, in fuga da un passato che volevano dimenticare, finiranno per transitare dal nostro Paese per raggiungere la Palestina. Durante l’ultimo periodo degli anni ’40, infatti, saranno così tanti quelli che sceglieranno l’Italia come via privilegiata per raggiungere il mare che Mario Toscano, uno dei primi studiosi del fenomeno, coniò per lo stivale la definizione di «porta di Sion». Da questa dinamica non si sottrassero le città piemontesi: campi di profughi ebrei nacquero a Rivoli e a Grugliasco, mentre nella campagna intorno a Torino sorsero anche i kibbutz. Colonie agricole in cui si viveva di agricoltura, con una visione comunitaria del tempo e dei mezzi che doveva anticipare e servire a formare per quello che poi sarebbe stato il futuro in Palestina.

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29 Nov 2016 Comunità Ebraiche

Amir Aczel, il matematico che difese la religione

Nathan Greppi

aczelScienza e fede: negli ultimi decenni questi due ambiti si sono sempre più distanziati l’uno dall’altro, tanto che molti ritengono inconciliabili. Tuttavia, nel corso della storia, non sono mancati coloro che hanno cercato di valorizzarle entrambe senza essere dogmatici. Uno di questi è stato il matematico israelo-americano Amir Dan Aczel, venuto a mancare il 26 novembre 2015. A un anno dalla sua morte, lo vogliamo ricordare parlando di quello che è stato forse il suo libro più discusso, anche solo per il titolo: Perché la scienza non nega Dio.

Aczel, nato a Haifa nel 1950 ed emigrato negli Stati Uniti all’età di 21 anni, ha insegnato storia della matematica in numerose università americane e straniere, e ha scritto numerosi saggi di divulgazione scientifica tradotti in più lingue. Questo, pubblicato in Italia come parte della collana Scienza e Idee diretta dal filosofo Giulio Giorello, intende dimostrare che la scienza non ha né dimostrato né confutato l’esistenza di Dio, in contrasto con le teorie dei Nuovi Atei. Prima però bisogna rispondere alla seguente domanda: chi sono i Nuovi Atei? Essi sono un gruppo di intellettuali, principalmente americani e inglesi, che dopo l’11 Settembre hanno più volte sostenuto l’idea che la fede sia il male assoluto, etichettando chiunque creda in Dio come un fanatico superstizioso. Tra questi, i più famosi sono il biologo Richard Dawkins, il neuroscienziato Sam Harris e il defunto giornalista Christopher Hitchens. Queste persone, secondo Aczel, non sono meno fanatiche di tanti creazionisti, e infatti nel suo libro dichiara di voler difendere la scienza da chi la vuole strumentalizzare.

Nei primi capitoli del libro, egli illustra come la scienza e la fede nei tempi antichi non fossero nemiche, almeno finché la Chiesa Cattolica non ha imposto come verità assoluta il Sistema Tolemaico, secondo cui il Sole girava intorno alla Terra. La “rivolta” della scienza è iniziata con le scoperte di Galileo Galilei e ha preso il sopravvento con la Teoria dell’Evoluzione di Charles Darwin. Tuttavia, secondo Aczel, tali scoperte non dimostrano che non esista un intervento divino, semplicemente confutano un’interpretazione letterale della Bibbia. Infatti, poiché in America esistono molte sette creazioniste e gli atei sono malvisti dai più credenti, i Neoatei sembrano convinti che l’unica alternativa a ciò sia il totale rifiuto della fede e della spiritualità. Aczel, invece, cerca di trovare la giusta via di mezzo tra il bigottismo dei primi e l’arroganza dei secondi. Continua a leggere »

28 Nov 2016 Comunità Ebraiche

Intervista a Harald Gilbers: “Il mio Oppenheimer, un commissario ebreo per la Germania nazista”

Parla l’autore della trilogia che diventerà presto un film, mentre in Italia sta per uscire la seconda puntata «I figli di Odino»

gilbers_harald-by-ronald-hansch-kqj-u109012152017475ke-1024x576lastampa-itAnche i sogni più spaventosi si infrangono. Il sogno che aleggia su Berlino 1944di Harald Gilbers è quello del titolo originario: Germania, il nome che Hitler voleva per la sua Capitale Mondiale dopo la vittoria nella guerra. Una città ridisegnata visivamente da Albert Speer, «primo architetto del Terzo Reich»: le vie sontuose, l’enorme Sala del Popolo, l’immenso Arco di Trionfo. Nel 1944 gli elementi già reali del sogno sono a pezzi, come quinte a spettacolo finito. È su questo palcoscenico spettrale di cenere e macerie che si muove l’ex commissario Richard Oppenheimer, un tedesco medio, se non fosse che è ebreo: ha combattuto a Verdun, in qualche modo continua ad amare il suo paese, l’aristocrazia irriverente dell’amica Hildegard von Strachwitz, la musica di Bach e Beethoven.

Sfuggito ai campi di concentramento perchè sposato a un’ariana e quindi confinato in una Judenhaus, Oppenheimer tira avanti a Pervitin, la metanfetamina legale che permette di resistere all’incubo delle trincee, dei bombardamenti, della deportazione. Costretto dall’ufficiale nazista Vogler a dar la caccia a un serial killer che si accanisce orribilmente sulle giovani donne, si chiede se abbia senso aiutare uno stato di assassini a perseguire un omicidio. Una contraddizione profonda ma anche una sfida intellettuale e morale: essere ancora capace di distinguere il bene dal male e stanare i colpevoli. Una sfida anche per il suo autore, Harald Gilbers, 45 anni, regista teatrale che ha cominciato a lavorare a Berlino 1944 nel 2007. «Per molto tempo essere tedesco per me, come per tutti, ha significato portarsi dietro un senso di colpa per gli orrori nazisti. Nessuno di noi può essere certo di non avere qualche parente complice di quei crimini. Volevo capire cosa era successo e cosa avrei provato a vivere allora: ho fatto lunghe ricerche prima di scrivere, in sintesi ho scritto il libro che volevo leggere». Continua a leggere »

27 Nov 2016 Comunità Ebraiche, Shoah

La “nudità” halakhica della voce femminile. Una visione diversa

Il contributo femminista al discorso halakhico: KOL BE-ISHÀ ‛ERVÀ come caso esemplare. Basato su una versione più ampia in corso di pubblicazione in Halakha, Meta-Halakha u-Philosophia: Iyyun Rav Teumi, a cura di Avinoam Rosenak [Jerusalem, Van Leer/Magnes, 2010].

Tamar Ross

tamar-rossNegli ultimi anni diversi studi su questioni halakhiche sono stati scritti da donne.[1]  Il contributo delle donne al discorso halakhico è ancora ai primi passi e finora è stato motivato quasi esclusivamente da un interesse ad occuparsi delle questioni pratiche che toccano da vicino i problemi femminili. Oltre a suscitare nuove domande, questi studi cercano di dare a problemi antichi soluzioni nuove, capaci di rispecchiare la maggiore sensibilità verso la condizione delle donne, che sta cambiando nel mondo contemporaneo. È un tipo di tendenziosità che non ci si può non aspettare; come ha affermato R. Eliyahu Dessler, maestro di musar del XX secolo, nel momento in cui qualcuno consulta lo Shulchan ‘arukh per scoprire se gli è permesso giocare a scacchi di shabbat, quell’atto implica già di per sé un qualche interesse e propensione.[2]  Sebbene i poskim (decisori o autorità halakhici) si sforzino in genere di superare queste insidie, bisogna onestamente riconoscere che la decisione halakhica è quasi per definizione incapace di operare in condizioni sterili. Perfino quando gli studiosi di halakhà assumono il ruolo di osservatori esterni, impegnati nello studio teorico del procedimento halakhico piuttosto che nella ricerca di risposte concrete a domande concrete che emergono dalla vita quotidiana, la sottile vernice della obiettività accademica raramente riesce a mascherare il fatto che quella ricerca è spesso accompagnata dalla speranza che i suoi risultati in qualche modo influenzeranno la coscienza del posek e la sostanza delle sue decisioni (pesikà). Una simile tendenziosità e la sua relazione con le politiche concrete sono particolarmente evidenti, in questo momento, fra le donne impegnate nella ricerca halakhica. Prendendo atto che così stanno le cose, in questo articolo vorrei esaminare prima di tutto in che misura il nuovo coinvolgimento delle donne nello studio della halakhà abbia davvero la possibilità di influire su questioni specifiche di pesak relative alle loro esigenze particolari – sia per determinare il risultato finale (bottom line) nelle decisioni su temi eminentemente femminili sia per la scelta degli argomenti considerati rilevanti nel procedimento per arrivare ad esse.

Alla fine di questa trattazione cercherò di rispondere anche a un’altra domanda: se  un approccio femminista alla halakhà, al di là dell’impatto pratico su problemi specifici che riguardano in particolare le donne, non possa avere da offrire anche un suo contributo unico, meta-halakhico, su di un piano più filosofico – vuoi per una comprensione alternativa delle finalità più generali del pesak halakhico, vuoi per una riflessione analitica sulle sue premesse di fondo. Continua a leggere »

25 Nov 2016 Pensiero ebraico, Torà

Da Mimesis il libello “Il giudaismo nella musica” di Wagner

Michele Lupo

wagnerHa un bel dire il grande Mario Bortolotto nel suo “Wagner l’oscuro” che il farceur di Lipsia non era attendibile nelle sue prese di posizione teorico-politiche (dubbi che il musicologo nutre persino per quelle musicali – “non si dà una misura obiettiva, esterna, per i discorsi wagneriani”).

Bortolotto legge l’antisemitismo di Wagner intanto come “una manifestazione di stizza e di gelosia verso il mestiere di Mendelssohn” laddove una certa, occulta ammirazione verso gli ebrei il musicista non l’avrebbe rivelata nemmeno ai migliori amici ma si sarebbe di fatto svelata nei rapporti più stretti – i “pianisti di casa”, alcuni interpreti, il super-banchiere N. Cohn amministratore del suo teatro a Bayreuth.

Ma un fatto indubitabile e, temo, più cogente, sta lì, il feroce libello “Il giudaismo nella musica” (1850), apparso finalmente in edizione integrale da noi grazie alle edizioni Mimesis.

Il testo dubbi ne lascia pochi: al netto di qualsivoglia ermeneutica psicoanalitica è lì, dannatamente prossimo all’oscena retorica che dal pangermanesimo coevo avrebbe devastato l’Europa sino ad Auschwitz. Comprese le peggiori idiozie sull’aspetto fisico degli ebrei e il paradossale vittimismo del carnefice che si atteggia a oppresso.

Opportunismo istrionico? Regolare i conti con un padre controverso, secondo altre interpretazioni a caccia di ombre? Sparare nel mucchio per colpire il talentuoso ma “inutile” Mendelssohn, o Meyerbeer (che pure assai si adoperò per lui) e altri ancora? Pretendere il riconoscimento di una primazia che solo un pubblico contaminato dall’influenza ebraica deviava verso musicisti ed estetiche opposte alle sue?

Il curatore del volume Leonardo Distaso vede invece l’ideologia razziale di Wagner come omogenea alla sua est(etica) musicale (secondo la ben nota lezione di Adorno e Fubini). Sicché lo sforzo – titanico davvero – di ricreazione di una mitografia germanica qual è quella esemplata nella “Tetralogia” appare affatto conforme a una storia tragica ventura.

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10 Nov 2016 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo

God bless America

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

ugovolliCari amici, Trump ha vinto le elezioni. E’ una vera e propria rivoluzione. Può piacere o meno, ma il messaggio dell’elettorato americano è chiarissimo. Quel complesso ideologico, prima che politico, che ha governato il mondo ancor prima di Obama, negli ultimi trent’anni, a partire da Clinton marito, non è più accettabile. I risultati che ha ottenuto questo approccio politico sono giustamente sembrati pericolosi e dannosi alla maggioranza degli americani, come lo appaiono anche da tempo a buona parte degli europei. L’estremismo antioccidentale e filoislamico di Obama appare sonoramente sconfitto. Ma, come scriveva di recente Caroline Glick (http://www.jpost.com/Opinion/Column-One-Trumps-true-opponent-471671) Trump si opponeva non solo ai democratici, ma anche all’establishment del suo partito.

Quel che è accaduto è qualcosa di più di una mera alternanza di partiti, non è neppure solo il rifiuto di una candidata che appariva inadeguata e corrotta, ma la chiusura di un’epoca, di un modo di concepire il rapporto fra l’America e il mondo. Basta terzomondismo masochistico, basta accettazione delle sconfitte come buone e giuste, basta prevalenza di un’ideologia socialisteggiante sugli interessi concreti del paese. Basta con l’idea che la globalizzazione economica, frutto dello straordinario successo economico e tecnologico degli stati che hanno adottato dopo la seconda guerra mondiale o mantenuto da prima il liberalismo economico e la libertà politica, richieda l’abbandono della loro identità. Come l’Unione Sovietica e il socialismo reale sono stati sconfitti per l’azione di Tatcher e Reagan, liberale e non compromissoria, così deve avvenire oggi per l’islamismo e le altre minacce di regimi autoritari. Ci sarà tempo per analizzare nei dettagli questa svolta che non è esagerato definire storica e che avrà certamente grandi conseguenze anche da noi in Europa, sommandosi a Brexit. Continua a leggere »

9 Nov 2016 Comunità Ebraiche, Islam, Israele

Se avessi dormito per un’ora, trenta persone sarebbero morte

Durante la seconda guerra mondiale ha salvato la vita 
a migliaia di ebrei falsificando i loro documenti. Poi ha continuato per anni 
ad aiutare i movimenti clandestini di tutto il mondo

Pamela Druckerman, The New York Times

kaminskyÈ il 1944 nella Parigi occupata dai nazisti. Quattro amici passano le loro giornate in una piccola stanza in cima a un palazzo della rive gauche. I vicini pensano che siano pittori, ma è una copertura per giustificare l’odore di prodotti chimici. In realtà i quattro fanno parte di una cellula della resistenza ebraica. Gestiscono un laboratorio clandestino in cui falsificano passaporti per le famiglie che rischiano di essere deportate nei campi di concentramento. Il più giovane del gruppo è il direttore tecnico del laboratorio, si chiama Adolfo Kaminsky e ha 18 anni.

Se non siete sicuri di aver fatto abbastanza nella vostra vita, allora è meglio che non vi paragoniate a Kaminsky. A 19 anni aveva già salvato la vita a migliaia di persone, falsificando documenti per permettergli di nascondersi o espatriare. In seguito ha continuato a fornire false identità a persone coinvolte in quasi tutti i principali conflitti del novecento.

Oggi Kaminsky ha 91 anni. È un uomo di bassa statura con una lunga barba bianca e una giacca di tweed, che passeggia per il suo quartiere appoggiandosi a un bastone. Vive in un modesto appartamento non lontano dal suo vecchio laboratorio. Mentre lo seguo insieme a una troupe, gli abitanti del quartiere mi chiedono chi sia. Rispondo che è un eroe della seconda guerra mondiale, anche se la sua storia va molto oltre la linea del conflitto ed è ancora dolorosamente attuale, in un’epoca in cui i bambini muoiono sotto le bombe in Siria o sono costretti a salire sui barconi.

Come gran parte degli occidentali, di solito ignoro la sofferenza di queste persone e presumo che qualcun altro si occuperà di loro. Ma Kaminsky, un ragazzo povero e in pericolo, si è impegnato in prima persona, durante la guerra e per molte altre cause. Perché lo ha fatto?

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6 Nov 2016 Shoah